Rinascimento vinilico

I dati dicono che la crescita del vinile, pur nella sua iper-nicchia, è costante e in continuo aumento, tanto che questo "rinascimento" fa parlare di se in generale. E così arrivano le prime diatribe tra chi storcendo il naso considera il tutto solo come un fenomeno trendy e chi crede in un  rilancio del "vecchio" vinile...

Le percentuali bulgare negli ascolti dell’ultima edizione del Festival di Sanremo (oltre 10 milioni di spettatori e share attorno al 50%) lascerebbero pensare che la musica, salvo errori e omissioni tema centrale del festival, interessi e molto il popolo italiano che, in second’ordine, si “appassiona” anche a X-Factor (magari un po’ in ribasso) così come in passato, andando giù, sempre più giù nei ricordi, faceva con “Hit Parade”, “Per voi giovani”, “Bandiera Gialla”… Se questo afflato non si trasforma né si è mai trasformato in un consenso altrettanto ampio per la musica registrata e i mezzi per riprodurla è per una semplice e chiarissima ragione: ci sono tanti modi e livelli di coinvolgimento nel gustare la musica!
L’osservazione, forse banale di per sé, va inquadrata in un contesto certamente più specifico come quello della rinascita del vinile che, secondo alcuni, sarebbe unicamente il frutto illogico di una moda transitoria e che, proprio per questa natura, si spegnerà prima o poi visto che a sostenerlo ci sarebbe un piccolo manipolo di pazzi. Perché è così, al netto dei giovani che lo fanno per curiosità, che vengono definiti i collezionisti: si cita, quasi increduli, che magari comprano i dischi in quanto oggetto e non per ascoltarli, obiettivo che peraltro si perseguiva anche “ai miei tempi”, quelli dei 45 giri, degli LP e delle cassette, per il grande rispetto che si dedicava al fallace oggetto di culto vinilico: in quanto passibile di graffi e danni, giammai avremmo voluto che si rovinasse. Non mi colpisce né mi fa storcere il naso come ad altri né tantomeno lo considero un segno di un incedere effimero... Più in generale, ritengo che proprio la categoria dei collezionisti, dei “Dust and Groove”, come li ha definiti il fotografo Eilon Paz, immortalandoli nel libro omonimo (436 pagine di foto realizzate girando l’America alla ricerca dei più scatenati collezionisti di vinile), o dei music lover (come li abbiamo definiti noi), rappresenti la chiave di volta per il rilancio e il duraturo futuro del vinile.
Un consumatore strategico perché al contrario della maggior parte dei telespettatori del Festival di Sanremo, ama la musica alla follia (ma non ha sempre bisogno di fare follie) tanto da voler raccogliere, attraverso “l’oggetto – disco”, tracce del proprio percorso per condividerlo o a peritura memoria (ho avuto il compito doloroso di gestire l’imponente discografia di un amico che non è più tra noi e so di che cosa parlo), e dunque con una valenza culturale oltre che commerciale. Se le case discografiche pensano di poter ancora esistere è perché esistono ed esisteranno consumatori di questo tipo che svolgono un ruolo strategico tanto sul mercato quanto nell’alveo culturale. Pensavo che quel ruolo fossimo chiamati a ricoprirlo noi audiofili, ritrovando una centralità negli ampi confini della musica che ci è ornai preclusa da tempo ma, mi dicono, l’equazione audiofilo = amante della musica è tutt’altro che perfetta. Che peccato, tanto più perché al netto dell’approccio culturale, rimane in alternativa un tecnicismo esasperato, fuorviante e inutile, che ci identifica nella peggior maniera. Focalizzare tutto l’interesse su una maggiore o minore qualità tecnica (non artistica) di quel che si ascolta (uno degli altri cavalli di battaglia dei pro vinile e dei contro vinile) ha poco a che fare con il risveglio del disco nero e sono convinto che non sia in cima ai pensieri né determini le scelte della maggior parte delle persone che ascoltano musica! Lo dico in maniera apodittica e lo spiegherò pertanto solo in breve, tramite due spunti: il primo è la manfrina, che tutti più o meno ci siamo bevuti con l’avvento del CD, sulla sua supposta maggiore qualità, salvo accorgersi poi che non era necessariamente così (quindi la qualità è un valore variabile nel tempo?). Il secondo è la funzione di mero supporto costituito oggi dal vinile a fronte di tutta una filiera a monte quasi sempre del tutto digitale (e dunque, che senso ha parlare di superiorità o meno del vinile?). Le ragioni del successo del disco nero, come quelle della bontà o meno di ogni altro elemento che attiene alla filiera della riproduzione della musica, vanno ricercate altrove con spirito olistico e apertura mentale. Un’abitudine che non perdiamo e che ancora una volta è alla base degli interventi che vi apprestate a leggere…

PER COMINCIARE

- Diversi mesi fa Francesco Farabegoli ha scosso il web con l’articolo “La grande Bufala del vinile

- Toni Fontana risponde con un’approfondita disamina dei dati di mercato alla tesi di Farabegoli

PROSSIMO AGGIORNAMENTO

31 marzo 2017

VINILE  17/03/2017
di Salvatore Nocerino

Il vinile tra trend e fattore culturale

Nell’era dello streaming e dell’accesso (così la definisce nel 2000 Rifkin parlando di era dell’accesso per indicare uno sconvolgimento del concetto di proprietà, dato che i mercati stanno cedendo il posto alle reti, la proprietà è sostituita dall’accesso), assistiamo al ritorno di un formato tecnicamente obsoleto.

22/03/2017
di Francesco Bonerba

Che cosa dicono i dati di mercato?

Ormai lo sanno anche i muri: i vinili sono tornati. Piacciono ai giovani e ai nostalgici, sono trendy e alternativi, li vendono anche nei supermercati e presto potrebbero essere più popolari del loro principale antagonista, il CD. Assodato questo presupposto, ci siamo domandati: ma quanto vendono realmente? Esistono premesse di mercato tali da poter parlare di una vera e propria rinascita? O si tratta solo di un fenomeno estemporaneo amplificato dai media?