Da Jean a Jean

50 anni fa nasceva Jean Marie Reynaud (JMR) l’azienda francese che porta il nome del suo fondatore. 50 primavere dopo i principi ispiratori rimangono gli stessi e nel passaggio da un Jean (Jean-Marie) a un altro Jean (Jean-Claude) c’è tutta la logica del rapporto padre - figlio ma anche di più…

19/09/2017
di Paolo Corciulo p.corciulo@suono.it

Jean-Marie Reynaud (1938 - 2011) inizia la sua attività lavorativa negli anni ’60 come elettrotecnico presso la Hitone, azienda di amplificatori a valvole che l’arrivo del transistor porta rapidamente alla scomparsa, proprio come accadde a molte altre realtà del tempo. Reynaud, che oltre a essere un tecnico è anche un musicista, viene sollecitato dai suoi clienti a continuare l’attività e nel 1967 si mette in proprio dando vita a un’azienda che porta il suo nome: l’obiettivo, almeno inizialmente, è ovviamente quello di sviluppare amplificatori a valvole (ne vengono realizzati tre differenti modelli) ma, quasi a sorpresa, prende invece forma abbastanza rapidamente un diffusore, il Pavane, che diventa il primo prodotto ufficialmente marchiato JMR (si trattava di un 3 vie da scaffale con woofer da 25 cm). Pur essendo un’azienda giovane e piccolissima, grazie alla personalità e alle idee del suo fondatore JMR comincia a riscuotere un discreto credito nell’agone Hi-Fi, credito che si concretizza quando, più grande e stabilizzata, continua a professare le idee originali e una certa impermeabilità alle sirene del mercato, a favore delle proprie convinzioni; Jean-Marie è un umanista sui generis: fermamente convinto della validità della ricerca di laboratorio (meno nei materiali e nelle soluzioni sensazionali “spesso nati più per concetti di marketing rispetto a un progresso reale”), non trascura l’importanza dell’ascolto: “L’orecchio aiuta a fare le proprie scelte, le convalida, ma serve a confermare o a negare i risultati di laboratorio: in nessuna circostanza una modifica viene apportata a orecchio; se il risultato non è soddisfacente vengono eseguiti nuovi cicli di misurazione e/o si sceglie di adottare nuove soluzioni tecniche...”. Un fautore del metodo olistico ante litteram, diremmo oggi! Non particolarmente prolifico in termini di modelli (tutt’ora la gamma ne comprende 14), preferisce metterli piuttosto a punto nel tempo, come nel caso dell’Offrande, uno dei cavalli di battaglia della casa. La sua scomparsa il 31 marzo 2011 lascia un vuoto e un grande eco nell’Hi-Fi francese e non solo visto che, nel tempo, il marchio, pur mantenendo le sue dimensioni a livello artigianale (oggi la sede occupa circa 2.000 mq a Barbezieux in Charente, con una dozzina di dipendenti) assume una rilevanza internazionale visto che più di metà del fatturato è destinato all’estero. Orfana del fondatore ma confortata dalla presenza del figlio, che nel tempo gli si è affiancato, JMR festeggia quest’anno i 50 anni di presenza sul mercato ma anche il successo di una formula a cavallo tra l’artigianale e l’industriale, che è al tempo stesso la giusta ottica per un prodotto Hi-Fi (qui il termine viene utilizzato come sinonimo di Hi-end) ma anche alchimia difficilissima da mantenere in un settore, come tutti, sottoposto alle regole della globalizzazione e a un assembramento (determinato dalle sempre più frequenti acquisizioni) che colpisce soprattutto i costruttori di diffusori. Abbiamo incontrato l’altro Jean, Jean-Claude Reynaud; ecco che cosa ci ha raccontato...  

Raccontaci per sommi capi che cosa è JMR...

La società è stata creata da mio padre nel 1967, così il prossimo anno festeggeremo il 50mo anno di vita . It’s a long time… Siamo sempre stati una società a dimensione “uomo”, a partire dal nome, che sottolinea la presenza di una visione molto personale del suono che ci piace. C’è sempre una persona dietro quello che facciamo e sono sempre persone, un gruppo di persone, quelle che lavorano per creare il prodotto, grazie a un approccio artigianale nel produrre, stabile nel tempo.

È possibile per questa formula sopravvivere nell’era della globalizzazione che punta alla concentrazione, soprattutto nel campo dei diffusori?

Notizie come la chiusura della fabbrica inglese di Tannoy per me sono brutte notizie! La questione, in effetti, è assolutamente attuale, io e mio padre la pensavamo allo stesso modo in merito: la molla principale non può essere il business ma deve restare la passione. La prima cosa deve essere un prodotto che incontra le necessità di una persona, piuttosto che cercare di fare un prodotto bene accetto dal mercato. Penso che questo possa rappresentare un tipo di approccio differente da quello generalmente utilizzato. Anche perché noi abbiamo scelto di rimanere piccoli ma reattivi perché non abbiamo bisogno di grandi numeri per sopravvivere. In questo modo anche nei momenti in cui il mercato non è particolarmente favorevole (e oggi il mercato è perlomeno “strano”) noi possiamo sopravvivere perché abbiamo posizionato le nostre aspettative a un livello non particolarmente elevato. Questa è la ragione per cui rispettiamo i nostri piani e possiamo rimanere fedeli alle esigenze dettate dalla nostra filosofia. Non siamo orientati verso le tecnologie d’effetto (fashion tecnology) ma perseguiamo la nostra visione che cerca di corrispondere con le necessità dei consumatori. Questa è la principale ragione per cui riusciamo ad andare avanti: abbiamo un rapporto di fedeltà con il consumatore che diventa trans-generazionale, clienti che conoscevano il nostro marchio per merito dei padri e dei padri dei padri! Il nostro prodotto entra nelle famiglie i cui componenti hanno modo di apprezzarne il suono di generazione in generazione!

Siete una realtà faberless con progettazione interna e produzione estera o producete direttamente qualcosa e che cosa?

Tutti i progetti sono realizzati da una sola persona che sono io (mio padre lo ha fatto prima di me e io cerco di fare il mio meglio! – ride, ndr) perché, ancora, un marchio che corrisponde a un nome significa una scelta, un gusto. Oggi quel gusto è il mio e il prodotto è frutto della mia vision! Per quello che riguarda i componenti noi lavoriamo con diverse società e tutti i nostri prodotti sono realizzati in OEM: non costruiamo driver, non costruiamo mobili ma tutto viene realizzato sulla base delle nostre specifiche, anche i condensatori sono custom made, i cavi sono i nostri cavi. Tutto quello che c’è in un nostro diffusore è realizzato unicamente per noi. Le nuove tendenze in fatto di diffusori tendono a concentrare in un prodotto una serie di tecnologie e competenze sempre maggiori…

Voi volete rimanere tradizionali produttori di diffusori o guardate a nuovi temi e istanze? In fondo sei giovane!

Ho 47 anni e sono “quasi” un giovane! Ho lavorato cinque anni come designer a un sistema attivo completo che abbiamo poi fatto vedere a Parigi nel 2015. Si tratta di una vision del futuro che vedrà sempre più prodotti farne parte; i tempi cambiano, vero, ma non così velocemente come ci saremmo aspettati. Sto cercando di fare il mio meglio per tenere aggiornata la nostra linea di diffusori più tradizionali e proporre nuove tecnologie e nuovi prodotti in futuro. Abbiamo bisogno che le nuove generazioni siano interessate nella riproduzione del suono di qualità e quindi dobbiamo rispettare i loro bisogni e il modo di esaudirli (lo streaming, le operazioni nel dominio digitale), sebbene siamo principalmente, io stesso lo sono, persone nate nel dominio analogico. Mi sento un po’ un ponte tra queste due condizioni: completamente analogico o nativo digitale. Bisogna però tenere a mente che comunque tutto quello che accade all’interno di un diffusore deve poi essere “umanizzato”. Per me è una sfida affrontare il disegno di una “cosa” che sia digitale ma rispecchi gli ideali di un diffusore JMR. Buona parte di quei 5 anni sono stati dedicati a cercare di rendere più umano possibile il suono del prodotto! La ricchezza dei vari timbri sonori, come seguire l’interpretazione... Insomma tutte quelle caratteristiche che per me e prima di me per mio padre erano importanti all’interno delle performance di un prodotto. Grazie al digitale oggi in laboratorio puoi ottenere una risposta in frequenza incredibilmente piatta e tante altre caratteristiche allo stato dell’arte ma per me l’obiettivo non è questo; l’obiettivo è quello di trovare un modo di ottenere più performance e un migliore suono tenendo bene a mente che il prodotto deve avere quel soul, quell’anima, che da sempre ricerchiamo: questa è la sfida! Ci sono due modi di utilizzare un DSP; molti lo utilizzano per risolvere i problemi dei driver ma sappiamo che i driver funzionano sia dal punto di vista elettrico che meccanico e non puoi controllare i problemi meccanici con l’elettricità! O perlomeno non tutti… Quindi non puoi trasformare un altoparlante cattivo in buono solo con la correzione acustica via DSP. Alcuni non lo sanno e tentano di correggere i vari parametri senza ottenere però un suono naturale; i driver vengono stressati nel tentativo di fare quello che non sono in grado di fare… Nel nostro caso cerchiamo di progettare e costruire il miglior sistema possibile per via passiva, utilizzando il DSP solo per il crossover, e questo è tutto: il più semplice possibile. Invece di tentare di raddrizzare la risposta di un drive non adatto, noi utilizziamo un driver che lo sia il più possibile, così il DSP può essere utilizzato nel crossover per ottenere un allineamento temporale, utilizzandone il 2% delle capacità di calcolo. Questo è il mio punto di vista.

Consideri JMR come parte di una scuola francese o, per così dire, ballate da soli?

Certamente c’è una scuola francese dal punto di vista delle caratteristiche sonore ma mio padre usava dire spesso che la musica francese è molto specifica: se ascolti Debussy o Ravel ci sono un sacco di colori in questa musica, differenti strumenti differenti e nuance. È molto complessa e necessita di una grande capacità interpretativa da parte di uno strumento di riproduzione.

La scuola francese è legata alla precisione e a una forte presenza del tweeter con una naturalezza acustica molto pronunciata e strumenti il più possibile reali. A volte questo sound francese è un po’ troppo prezioso, quasi troppo ricco. Nella mia esperienza come sound engineer mi spingevano a essere più live, più fast, più dinamico...

È più facile o più difficile essere “un figlio di…”?

È duro, più duro. Perché le aspettative nei tuoi confronti sono molto elevate. Come sai mio padre era molto rispettato nel settore e ben conosciuto in tutto il mondo per la sua forte personalità, per la sua visione e la sua capacità di camminare anche da solo senza mai seguire la massa. All’inizio, quando sono arrivato nella società, avevo la mia esperienza come sound engineer; non sono uscito dalla scuola ed entrato nella società del papà: avevo una mia esperienza lavorativa ed era quello che avevo voluto per arrivare in maniera confortevole nella società. Ciononostante ci sono state sin da subito grosse aspettative da parte di chi mi considerava “il successore”; la società ha una lunga storia e ci si aspettava che io fossi bravo come mio padre. Spero di essermi dimostrato tale, mantenendo il mio punto di vista, sebbene questa pressione abbia reso ovviamente tutto più difficile.

[ Pubblicato su SUONO n° 519 - settembre 2017]

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