La musica in verticale di Alessandro Galati

Alessandro Galati, 51 anni appena compiuti, jazzista fiorentino molto noto all’estero, è autore di una ventina di album, due dei quali, “Seals” e “On a Sunny Day”, hanno vinto il premio della rivista giapponese “Jazz Critique Magazine”.

28/04/2017
di Elena Marisol Brandolini elenamarisolbrandolini@gmail.com

Abbiamo incontrato Galati in occasione del suo concerto di mercoledì 26 aprile a Barcellona, presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura, Lo abbiamo intervistato sulla sua partecipazione all’inaugurazione della mostra in omaggio dell’artista toscana Gianna Scoino recentemente scomparsa.

E’ venuto a fare un concerto per l’inaugurazione della mostra dell’artista Gianna Scoino, la conosceva?
Non la conoscevo, anche se siamo entrambi fiorentini. Sono alcuni anni che stiamo provando con la direttora dell’Istituto, Roberta Ferrazza, di organizzare un concerto. Inizialmente dovevo venire con il mio trio un paio di anni fa, perché avevo vinto un premio in Giappone come miglior disco strumentale dell’anno e quindi sulla scia di quel successo avevamo pensato di organizzare qualcosa, ma poi non se n’è fatto nulla.

Alessandro Galati con Roberta Ferrazza, direttora dell’IIC di Barcellona

Quindi la sua presenza oggi qui è un caso?
Avevo già programmato di passare qualche giorno a Barcellona, dove ho amici e devo fare delle registrazioni. Allora ho scritto a Ferrazza, dicendole che sarei stato qui e che se voleva avremmo potuto organizzare qualcosa, quindi è stata una combinazione di elementi.

E come si è ispirato questa sera non conoscendo personalmente la Scoino?
Ho guardato il catalogo, ho guardato la mostra. Il jazz è un genere di musica molto legato al vivere profondamente l’istante in cui si produce la musica il suono, dove cioé il percorso e il risultato tendono ad unificarsi. Mi hanno chiesto un titolo per questo concerto e l’ho chiamato ImprovVisi, con l’idea dei visi che figurano nell’opera della Scoino. Proprio per sottolineare l’aspetto di questi volti che si modificano e che a volte hanno espressioni terribili, a volte spontanei, mi sembra ci sia sempre questa ricerca nel voler stigmatizzare un momento come la fotografia riesce a fare, bloccando un istante nella sua possibilità di raccontare una storia in profondità. Ed è quello che succede con la musica. Questa sera, per esempio, ho iniziato, come spesso faccio ultimamente, mettendo le mani sul pianoforte a caso, e lo dico tra virgolette, perché nulla è casuale veramente, con l’idea di iniziare con una suggestione sonora che non fosse premeditata. Non avevo un brano da suonare all’inizio, ho suonato un insieme di note che fossero il più possibile coerenti, che descrivessero la mia suggestione nello stare qua.

Il pubblico mi sembra aver reagito con attenzione e interesse
Sì, è parso anche a me. Cerco di lavorare sulla profondità dell’animo. Nella vita, che è come un asse cartesiano, c’è quello delle ascisse e quello delle ordinate, puoi fare tante esperienze in orizzontale e più ne fai in orizzontale meno riuscirai a farne in verticale, per ragioni di tempo. Una persona molto curiosa che vuole imparare tante cose tutte diverse, alla fine non riuscirà mai ad approfondirle tutte veramente. E’ bello avere tutte queste curiosità, ma ciò non ti permette di andare realmente in profondità.

E la sua musica com’è, orizzontale o verticale?
La mia musica credo che sia più un lavoro in verticale, il mio tentativo è quello di concentrarmi su pochi elementi e lì provare a scendere in profondità!

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