La sacerdotessa delle tenebre incanta ancora

La regista italiana Susanna Nicchiarelli, tornata alla regia dopo tre anni, ci regala un ritratto di Christa Päffgen, in arte Nico, musa di Andy Warhol, cantante dei Velvet Underground.

08/09/2017
di Rocco Mancinelli

Ricordate l'album di esordio Velvet Underground and Nico del 1967, quello con la banana in copertina)? Nico è stata donna dalla bellezza leggendaria e la sua musica, tra le più originali degli anni '70 e '80 ha influenzato intere generazioni di musicisti nonché tutta la produzione musicale successiva. Finita l'esperienza con i Velvet intraprese la carriera solista. Dopo Chelsea Girl, più un esperimento che un vero disco, l'esordio fu lo scioccante The Marble Index che Touser Press descrisse come: "poesia disturbata di Nico accompagnata da musica persino più disturbata; risultante in uno dei dischi più terrorizzanti mai registrati". Un misto di folklore slavo, avanguardia, sonorità barocche, tracce free-jazz. Quindi seguirono Desertshore, considerato dalla critica il suo capolavoro nonché anticipatore del genere gothic rock, e l'ancor più straniante e lugubre The End, che oltre a contenere una reinterpretazione dell'omonimo brano dei Doors, presentava una versione allucinata e dissonante dell'inno nazionale tedesco. Come numerosi cantanti di quegli anni, per un periodo si eclissò dalle scene per problemi di tossicodipendenza. Dopo sette anni di inattività riemerse nel 1981 con l'album Drama of Exile, contenente due cover: Heroes di David Bowie e Waiting for my man di Lou Reed, dalle sonorità più rock. Nel 1985 ritorna a far coppia con John Cale nell'ultimo album della sua carriera Camera Obscura in cui ritorna alle sonorità degli esordi. Ambientato tra Parigi, una Praga nascosta, Norimberga, Manchester, la Polonia e Anzio fuori stagione, il film è un atipico road movie che racconta gli ultimi due anni di vita della donna (1987, 1988) più che della cantante e ha il suo punto di forza nel ricercato obiettivo di destrutturazione parallela: infatti se la biografia dell'artista segue un filo narrativo quasi lineare, la parte musicale somiglia alle sonorità dissonanti dei suoi album di esordio volando a zig zag e sorprendendo sempre lo spettatore. Non è possibile non menzionare l'immensa prova di attrice di Trine Dyrholm "Ce l'ho nella testa da Festen, per quelli della nostra generazione un film seminale. Ma innanzitutto mi piace da morire come donna, non solo perché è una grande artista. Avevo bisogno di un'alchimia speciale e sapevo di aver bisogno di aiuto, di intelligenza, di lucidità. Perché Nico può essere antipatica e respingente, perché volevo raccontarla con distanza e senza sconti ma anche che le volessero, le volessimo bene. Poteva riuscirci solo una grande artista", attrice feticcio di Susanne Bier e Thomas Vintemberg, vincitrice dell'Orso d'Argento al Festival di Berlino nel 2016 per La Comune, proprio di Vintemberg. Concludendo un film riuscitissimo in cui la regista, senza farsi spaventare dalla complessità del personaggio è riuscita a catturare l'anima dell'artista restituendola allo spettatore in tutta la sua struggente umanità.

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