Lluís Llach: In difesa della lingua e della cultura catalana

Il cantautore che è stato l’artefice della Nova cançó catalana si racconta a SUONO: dal franchismo ai giorni nostri, sulle ali di una canzone, L’Estaca, che se pur cantata in catalano è diventata un inno internazionale di rivendicazione e lotta popolare.

21/03/2017
di Elena Marisol Brandolini elenamarisolbrandolini@gmail.com

Lluís Llach (Girona 1948) è un musicista e cantautore catalano, appartenente al movimento Nova Cançó. La sua canzone più famosa L’Estaca (La Catena) è diventata l’inno di libertà di molte rivolte popolari in giro per il mondo. Ritiratosi dalle scene nel 2007, dopo 40 anni di carriera, si è presentato alle elezioni catalane nel 2015 nella lista indipendentista di Junts pel Sí. Parliamo con lui della sua carriera professionale che ha attraversato la storia più recente della Spagna e del suo attuale impegno nella politica catalana.

Cosa rappresentava il movimento Nova Cançó e il gruppo de Els Setze Jutges a cui lei approdò?
Il contesto è quello del tardo franchsimo che, in Catalogna, esercitava la sua repressione sulla cultura, la lingua, l’insegnamento. Il gruppo Setze Jutges difendeva la lingua e la cultura attraverso la canzone. Io ero il 17mo Giudice, l’ultimo, il 13mo era Joan Manuel Serrat e il 14 era María del Mar Bonet. I primi Giudici erano i fondatori, per lo più intellettuali, alcuni scrittori, altri cinefili. Era un movimento di comunicazione e di difesa della cultura catalana, fatto da gente sconosciuta all’inizio e aveva come obiettivo un lavoro etico e culturale. Io venivo da una famiglia di destra e di agricoltori e non avevo alcuna relazione con tutto questo. A me piaceva solo fare musica, la facevo fin da quando avevo 4 anni. Arrivai a Barcellona a 16 17 anni per studiare, i miei amici mi sentivano cantare e un giorno uno di loro, invece di portarmi ad una casa discografica di moda, mi portò laddove si riunivano i 17 Jutges. Non cantai in catalano in quell’occasione, improvvisai un motivo senza testo. Agli altri piacque la mia voce e più tardi fui ammesso nel gruppo. Ma la coscienza del loro operare per me era del tutto nuova. In quello stesso tempo entrai alla facoltà di Barcellona di Scienze Sociali e Politiche Economiche e in un paio d’anni subii una trasformazione, perché mi parlavano di cose che ignoravo: a Barcellona, differentemente che nei paesi dell’interno, non si poteva parlare in catalano, qualunque spettacolo veniva censurato, non c’era libertà d’espressione

Lei se ne andò a Parigi per alcuni anni durante la dittatura...
Mi proibirono uno spettacolo qui, ero un giovane studente e decisi di andare a Parigi

Comincia da lì la sua proiezione internazionale, nel ’79 vinse il Premio Tenco della critica musicale italiana
Fu un grande onore, vennero a Barcellona, avevano dato il premio a Léo Ferré, a Jacques Brel...

Le piace Tenco?
Mi piace ma allora non l’apprezzavo molto, perché pur comprendendone il dramma umano, pensavo che se in quel momento qualcuno si suicidava per non aver vinto un premio... Poi conobbi Dalida e mi disse che quella non era la ragione. Era un autore molto buono. Conobbi anche Paolo Conte. Rambaldi mi disse “Abbiamo un amico che non vuole cantare perché è molto timido. Nasconditi qui, perché altrimenti non canta”. E allora venne fuori un tipo con un sigaro e cominciò a cantare “Un gelato al limon, un gelato al limon” e a Rambaldi dissi che lì avevano un autentico genio. Tornai a quella manifestazione per 7-8 anni di seguito, non a cantare; diedi io il premio a Chico Buarque.

La sua canzone più famosa, L’Estaca,del 1968, è diventata l’inno di libertà per diversi movimenti di lotta. Era consapevole della sua forza di mobilitazione?
Neanche lontanamente, allora i dischi avevano quattro canzoni, c’era il lato A e il lato B e L’Estaca era sul lato B. E’impossibile prevedere quello che succederà con una canzone

Ma lei l’aveva pensata come canzone di lotta...
Sì, ma l’aneddoto iniziale è che me la lasciarono cantare per un anno e poi me la proibirono e la gente, vedendo che l’avevano proibita, se ne appropriò. Poi si cominciò a cantare in diversi paesi, in Grecia sotto i colonnelli, Solidarnosc in Polonia, in Tunisia nella primavera araba, in Ucraina.

Nel 1974 esce il suo disco I si canto trist dedicato a Salvador Puig Antich, l’ultimo garrotado dal franchismo
Io arrivo al mondo della canzone portato dalla musica e quando mi ci trovo comincio ad avere informazioni che non avevo mai posseduto prima. Mi piaceva fare canzoni d’amore e ne facevo molte, ma mi arrivavano informazioni che mi scuotevano e rispondevo con le canzoni. In quei tempi, se volevi fare canzoni di protesta o facevi dei proclami o facevi canzoni, non di sconfitta, ma di grande tristezza. Il problema allora era come trasformare questa tristezza, la paura che avevamo, l’impotenza, in strumenti di lotta. E Si canto trist è una di quelle canzoni in cui, a partire dalla tristezza, dalla paura, dalla morte si dice alla gente che si deve andare avanti.

Nel 1976 c’è la strage di Vitoria con 5 lavoratori uccisi dalla polizia di Fraga, lei compone Campanades a mort. Com’era quel periodo detto del franchismo senza Franco?
In quel momento si discuteva su rottura o evoluzione, il franchismo resisteva, Franco era morto da qualche mese e con Fraga ministro degli Interni ci fu la mattanza di Vitoria. In Campanades l’impotenza si converte in “vi perseguiteremo fino a che avremo memoria” e questo non era mai stato detto prima in Spagna. Da un punto di vista musicale, la canzone è una pedanteria, perché prova ad essere una sorta di requiem che non è il mio terreno

Nel 1979 esce Somniem, uno dei versi dice: “Vogliamo troppo, di più, tutto”. Cosa significava per lei allora e cosa significa oggi?
Eravamo un anno dopo l’approvazione della Costituzione e due anni prima del tentato colpo di Stato di Tejero, si viveva cioé in una situazione confusa, piena di pericoli e ciò portava la politica a un’estrema moderazione. Io volevo spiegare che sognare l’impossibile era il modo per renderlo possibile. Poi a volte succede che le circostanze si adattino alle canzoni. E quando qui comincia nel 2010-2012 il movimento indipendentista, Somniem diventa lo slogan del movimento

Nel 2007, dopo un concerto nella sua città natale di Verges, abbandona le scene. Pensava che sarebbe finito in politica?
Questo è il mio grande fallimento personale, è l’antitesi di quello che volevo fare della mia vita. Ero stufo di essere quello che ero, volevo essere una persona del tutto normale e poter vivere la terza parte della mia vita non come cantante ma come osservatore

Nelle elezioni catalane del 2015 viene eletto nella lista indipendentista Junts pel Sí, come valuta questa esperienza?
Non mi piace la politica in sé, ma come strumento di trasformazione e in questo momento penso che bisogna esserci. Mi sono presentato alle elezioni per fare l’indipendenza. E capisco che la mia utilità in questo processo è essere punto di riferimento

E’ stato uno degli artefici del concerto al Palau Sant Jordi a sostegno dei rifugiati, la sua canzone Venim dal Nord, venim dal Sud ne è diventato l’inno
Sa perché è un inno? Perché viene da una persona che è additata come un nazionalista, in questo caso un nazionalismo che solo esiste per poter essere internazionalista

Peraltro, lei ha una relazione speciale con l’Africa
Perché io volevo sparire dalle scene, fare una fondazione e andare a vivere in Senegal, passare sei mesi all’anno lì, l’ho fatto fino a che sono diventato parlamentare ed ero felice. Quello era ciò che avevo programmato per la mia vita, poter scrivere, riflettere. Ed è quello che tornerò a fare quando saremo indipendenti

Cosa pensa della situazione in Catalogna?
Siamo dentro un processo di autodeterminazione che viene da lontano, ma nel 2010 una sentenza del Tribunal Constitucional sul nuovo Statuto catalano dice che nella Spagna moderna la Catalogna deve rinunciare a molte delle sue pretese collettive. E, a partire da qui, in maniera insperata, si crea un movimento che si coesiona attraverso alcune entità civiche, questo produce uno shock nel panorama politico. E, in soli quattro anni, cambia la rappresentanza parlamentare e comincia una specie di rivolta cittadina pacifica, democratica. L’indipendentismo non è più patrimonio della gente che conosce la storia, ma quello che fa da collante è soprattutto un progetto di futuro. E c’è un 80% della popolazione che vuole votare

E della sinistra spagnola che pensa? Podemos ha concluso il suo congresso di VistalegreII sulle note de L’Estaca...
La sinistra spagnola era l’incaricata di trasformare lo Stato. Nel ‘78 facciamo una Costituzione sotto la diretta minaccia delle armi. Si sperava che, una volta instaurata la democrazia, la lettura della Carta Magna sarebbe stata generosa. E se questa fosse così noi oggi potremmo fare il referendum, perchè vi è contemplato. Ma, con il passare del tempo, la gente capisce che la sinistra forma parte del sistema che domina lo Stato spagnolo. Allora la società scoppia in due direzioni: una è il movimento del 15 maggio e un gruppo di persone che si organizza in Podemos e l’altra è il movimento indipendentista catalano. Se io fossi di Valladolid sarei di Podemos e Podemos ha un compito grave, quello di cambiare lo Stato. Noi ci abbiamo provato per trecento anni, adesso non vogliamo farlo più, ce ne andiamo.

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