Un computer alla velocità del suono News

Per la prima volta i fotoni sono stati convertiti e immagazzinati all’interno di un chip in forma di onde sonore.

27/09/2017
di Francesco Bonerba francescobonerba@suono.it

Sono già diversi anni che scienziati e grandi società come IBM e Intel stanno lavorando alla creazione di computer ottici, basati cioè sulla trasmissione dei dati attraverso la luce (i fotoni); un sistema che garantirebbe una velocità 20 volte maggiore rispetto a quello elettronico attualmente utilizzato, con i vantaggi di essere esente dalla produzione di calore e molto meno dispendioso in termini energetici. Se attraverso la fibra ottica è già stato enormemente ottimizzato e velocizzato il passaggio di informazioni da un computer all’altro, risulta molto più difficile applicare questa rivoluzione ai chip dei nostri dispositivi, che continuano a utilizzare la tecnologia elettronica in quanto “paralizzati”, oltre che da difficoltà tecniche, dall’alto costo che richiederebbe la conversione dell’intero processo di fabbricazione su scala planetaria. Senza saperlo, dunque, viviamo quotidianamente il paradosso che le informazioni velocissime trasmissibili attraverso la fibra ottica vengono poi convertite in lenti elettroni per poter essere elaborate dai nostri dispositivi, altrimenti incapaci di gestire un flusso di informazioni tanto veloce.

Per far fronte a questo problema alcuni ricercatori dell’Università di Sidney hanno creato il primo sistema di memoria acustico. “Affinché i computer ottici possano diventare una realtà commerciale”, ha dichiarato Moritz Merklein, membro del team la cui ricerca è stata pubblicata su “Nature”, “le informazioni ottiche sul chip hanno bisogno di essere rallentate per essere processate, instradate, memorizzate e rese accessibili”. Il geniale espediente dei ricercatori australiani è stato di convertire il flusso ottico in onde sonore all’interno di un chip fotonico: le informazioni ottiche entrano nel chip e interagendo con un impulso di scrittura producono un’onda che immagazzina i dati fino a quando un secondo impulso non li ritrasmette.

Questo passaggio impiega circa 10 nanosecondi, 7/8 in più rispetto a quanto impiegherebbe un fotone ad attraversare il chip, fornendo dunque il tempo necessario affinché le informazioni siano recuperate ed elaborate in modo accurato. Inoltre, afferma Birgit Stiller, supervisore del progetto, “il sistema sviluppato non è limitato a una larghezza di banda stretta. A differenza dei precedenti, consente di memorizzare e recuperare informazioni a più lunghezze d’onda simultaneamente, aumentando notevolmente l’efficienza del dispositivo”. Un importante scoperta, in definitiva, che potrebbe essere alla base dello sviluppo dei prossimi sistemi di comunicazione ottica e che, ipoteticamente, renderebbe il suono l’elemento cardine della tecnologia del futuro!

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