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Pubblicato il: 17/12/2008
Richard Barbieri - Ambient Design
Le sue interazioni con Mick Karn e Steve Jansen, i progetti a tema dei The Dolphin Brothers e della Rain Tree Crow, sino alla reiterata militanza nei Porcupine Tree, fotografano un percorso sonoro che continua ad appassionare decine di migliaia di fan in tutto il mondo.


 Richard Barbieri

Nella storia del progressive britannico le tastiere pop-ambient di Richard Barbieri sono in viaggio da oltre quarant’anni. Dal debutto sulle scene degli anni ‘70 nel celebrato ensemble dei Japan di David Sylvian, l’artista ha creato alle sue spalle una scia sonora underground di grande spessore pari a quella di Brian Eno e del compianto Richard Wright dei Pink Floyd. Definirlo un precursore della seconda generazione di musicisti usciti dalla fucina creativa degli anni ‘60, al fianco di Klaus Shulze, Tangerine Dream, Roedelius, Mike Oldfield e Kitaro, non rende pienamente giustizia al talento compositivo del musicista, animato da uno spirito di ricerca raffinato e intuitivo davvero prezioso. Lo incontriamo, nel bel mezzo del tour europeo dei Porcupine Tree, per chiarire l’ispirazione del nuovo collage solista Stranger Inside arricchito da luminari del settore quali Steve Jansen in veste di co-arrangiatore, il batterista Gavin Harrison, il bassista Danny Thompson e le voci di Tim Bowness e Suzanne Barbieri. L’intervista è un approfondimento sul futuro della musica ambient e svela il significato strumentale del progetto in bilico fra la sperimentazione pura, le voci campionate e il ricordo di Richard Wright.

Nel 1993, insieme a Mick Karn & Steve Jansen, hai deciso di registrare la tua musica esclusivamente in seno alla vostra etichetta indipendente Medium Productions. A quindici anni di distanza, come giudichi questa scelta?
Alcuni progetti hanno un contenuto eccellente. Altri sono meno soddisfacenti. In retrospettiva posso dire che gran parte delle registrazioni del team hanno un buon livello qualitativo e propongono atmosfere sonore differenti. In particolare mi piace il suono dell’album Changing Hands.

Qual è l’idea centrale che anima il nuovo album Stranger Inside? Il progetto sembra composto insieme a un alieno o a un alterego che parla, pensa, vive, prega e fa le sue scelte sdoppiando la tua personalità…
Stranger Inside è il mio secondo album solista, registrato durante le notti dell’ultimo inverno. Ha un sound piuttosto crepuscolare, dark e meditativo. Fondamentalmente è un lavoro introspettivo su alcuni miei demoni interiori e un tentativo di dargli una “voce musicale”. Segna anche il ritorno a certe atmosfere e a temi musicali che mi avevano interessato negli anni scorsi. Ci sono alcune piccole indicazioni sulle direzioni che la mia musica potrà prendere in futuro, ma contiene anche molte influenze orientali e arabe che ho usato ai tempi dei Japan. L’essenza del lavoro porta alla luce una parte della mia personalità e di un essere che vi alberga, del tutto alieno rispetto a me. È una persona che ho dentro, che non riconosco e con la quale è difficile trovare una connessione. È un disco dalle atmosfere sonore mutanti. Probabilmente il più vario e complesso che abbia mai registrato dai giorni di Things Buried, ma il suono ambient, le atmosfere e le melodie elettroniche si identificano completamente nel mio modo di far musica. È un work in progress, una sperimentazione sonora che contiene dei riferimenti alle mie esperienze precedenti.

Alcuni brani come Byzantium, Abyssyn e Morphia sembrano avere un referente virtuale nell’antico Egitto e nelle atmosfere del mondo asiatico: è soltanto fantasia o durante l’arrangiamento sonoro aveva in mente un’idea precisa?
Sono sempre stato affascinato dai suoni asiatici e della musica araba. Sin dagli esordi della mia carriera, come nei primi album dei Japan, usavo delle scale sonore della world music. Quando arrangio in studio queste atmosfere musicali, non ho alcun riferimento preciso. Generalmente è tutto dettato dalla mia immaginazione; durante il percorso posso utilizzare una tin-drum filtrata dal sound etnico cinese, ma personalmente non ho mai visitato i paesi dell’Asia.

Nel CD le parti vocali di Tim Bowness e Suzanne Barbieri sono campionate e assolutamente non naturali. Perché questa scelta?
Il mio scopo era quello di riprodurre delle voci spettrali come se le parole arrivassero da un’altra dimensione. Non volevo che il testo cambiasse neanche minimamente il significato dei brani. Ho usato vari campioni vocali di Tim e Suzanne e li ho manipolati, invertiti, e spostati in modo tale da farli funzionare come se fossero degli strumenti. Mi sembra che quello che ne ho ricavato si accordi molto bene con il suono delle tastiere.

Inserire delle parti vocali in un progetto strumentale non distrae l’ascoltatore?
Le nove composizioni propongono esclusivamente delle emozioni. La voce è stata volutamente inserita per creare delle stanze minimali, dove riflettere prima di riprendere un percorso itinerante. Il progetto si presenta come un viaggio verso l’immaginarioreale. È molto importante comunicare delle emozioni attraverso i suoni. Ogni giorno la gente scrive o sogna guardando il tramonto o la calma piatta delle maree, ritrovando storie e immagini del passato o di un futuro prossimo desiderato.

In studio e sul palcoscenico preferisci suonare con il sistema analogico o digitale?
Di recente lavoro quasi esclusivamente con apparecchiature, macchine e programmazioni sonore digitali, ma in studio e sul palcoscenico uso anche dei synths analogici. Voglio continuare a sperimentare il sistema digitale in profondità per raggiungere la stessa familiarità che negli anni ho acquisito usando le macchine analogiche. In realtà, non ho mai abbandonato il sound vintage e penso che in futuro sarà ancora parte integrante dei nuovi album e dei tour.

L’album è dedicato alla memoria di Rosemary Barbieri: vuoi spendere alcune parole sul ricordo della sua vita…
È una questione privata. Mi resta difficile parlarne pubblicamente. Posso solo dire che chiunque l’abbia conosciuta sente molto la sua mancanza. Vedere una persona che soffre in silenzio per un lungo periodo di tempo e non avere alcuna possibilità di aiutarla è una cosa terribile.

 


Autore: Sergio d'Alesio