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L'EDICOLA
SUONO Musica 02
Enrico Baldassarre - Tremolo Technique
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Jeff Beck - Disse No ai Rolling Stones
Sull’onda del Commotion & Emotion World Tour, approda in questi giorni in Italia il chitarrista britannico che ha scritto le pagine d’oro della storia del rock senza mai concedersi troppo allo showbiz.
Lo scavezzacollo del beat anni ‘60 chitarra solista degli Yardbirds è diventato vecchio senza perdere il tocco e lo shining. Lo scorso 6 giugno ha festeggiato il 66imo compleanno, i capelli sono tinti e i lineamenti ritoccati dal lifting, ma la mano è ancora quella di Shapes of Things, di Beck Ola, di Rough & Ready, del Jeff Beck Group con Rod Stewart e Ron Wood, di Beck, Bogert & Appice e di tante stagioni esaltanti condivise con grandi musicisti. Dal pop dei Sixties all'era contemporanea, il suo irrequieto percorso ha il blasone dell'innovazione sperimentale e della ricerca sonora. Negli anni ‘70 ha lavorato con George Martin, il produttore dei Beatles, ridefinendo il ruolo della chitarra con una serie di album jazz-fusion prima di muoversi in dimensioni sperimentali con il tastierista Jan Hammer. In tempi recenti ha condiviso progetti elettronici con gli Apollo 440 e David Torn e il gruppo trip-hop newyorkese Splattercell. In casa possiede 44 chitarre come la famosa Fender Esquire del 1954 e una Stratocaster realizzata da Fender su sue specifiche: il ponticello del manico è dotato di sfere che agevolano lo scivolamento delle dita sulle corde e l'uso di una leva speciale evita di scordare lo strumento. Al suo arco vanta cinque Grammy Awards, un album nella Top Ten statunitense (Blow by Blow del 1975) e due incoronazioni nella Rock & Roll Hall of Fame nel gennaio del 2002 con gli Yardbirds e nell'aprile 2009 come artista solista. Tecnicamente, la sua chitarra ha accompagnato il rock in tutte le sue avventure: dal feedback alla distorsione, gli armonici, il vibrato, gli echi e i riverberi, l'uso della slide, il wha-wha e l'innovativo uso a due mani della tastiera che abbraccia il blues, il funky, il jazz-rock, la fusion, la techno, le arie "orientali" e i quarti di tono dando valore e respiro a ogni singola nota senza l'uso del plettro. Ammirato da Eric Clapton, Jimmy Page e Pete Townshend, Jeff Beck è l'eroe del rock'n'roll che non si è mai concesso allo showbiz. Dopo i trionfi del 2009, dal DVD Performing This Week: Live At Ronnie Scott's al tour mondiale che annovera uno splendido concerto al Madison Square Garden di NYC per il 25imo anniversario della Rock & Roll Hall of Fame, il suo 2010 è iniziato con una serie di esibizioni con Eric Clapton a Londra, Montreal, New York e Toronto. All'ultima edizione dei Grammy Awards a Los Angeles, dominata da artisti americani, ha conquistato la sua quinta statuetta interpretando, insieme alla cantante irlandese Imelda May, How High The Moon una canzone di tributo a Les Paul, il leggendario Lester William Polsfuss inventore della chitarra elettrica scomparso nell'agosto del ‘99. SUONO: Il 4 aprile 2009 sei entrato per la seconda volta nella Rock & Roll of Fame come artista solista. Hai commenti al riguardo? Jeff Beck: Ventuno anni fa fui costretto a salire sul palcoscenico della Rock & Roll Hall of Fame per suonare Satisfaction e Like a Rolling Stone con i Rolling Stones, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Neil Young, George Harrison, The Beach Boys e altre stelle. Fu la peggiore cacofonia che abbia ascoltato nel corso della mia vita. Fu semplicemente orrendo... Dopo l'induction degli Yardbirds pensavo d'esser uscito dalla rosa dei candidati e avevo chiuso bottega! Forse dopo Blow By Blow, dentro di me avevo un po' perso lo spirito per competere con le nuove band e raggiungere la vetta delle classifiche. Nel 2009 non potevo credere d'aver beneficiato di una nomination. Era passato troppo tempo e c'erano stati troppi cambiamenti nella mia musica, ma alla fine ho capito che il pubblico e la critica avevano apprezzato il mio lavoro.
So che non ami suonare nei club... Cosa ricordi dei cinque concerti al Ronnie Scott Club? Sally Greene è stata così gentile da concederci cinque serate consecutive... L'unico aspetto che mi turbava era quello di suonare nel leggendario jazz club londinese. Al Ronnie Club c'è sempre stato del buon reggae e parecchia roba da fumare, ma è molto piccolo e ci sono sempre dei problemi di suono. Una volta, alla fine di un tour, fui invitato a suonare al B.B. King Club di New York e on stage mi sono accorto che il suono era sordo e piatto e non c'era nulla che si sentisse bene al di sopra di un decibel. Penso sia stata la peggiore esperienza della mia carriera. Acusticamente parlando, per il jazz funziona perché mentre suoni riesci a sentire anche gli altri strumenti, ma l'alto volume in un posto piccolo non rende mai bene.
Prima del tour mondiale in febbraio ti sei esibito con Eric Clapton... È uno dei miei amici più cari. Ho visto lo show con Steve Winwood e volevo ripetere l'esperienza insieme. Abbiamo suonato con i rispettivi gruppi tornando on stage per l'encore finale. Forse in autunno torneremo a farlo di nuovo in Europa. Siamo andati in scena insieme anche nei due concerti a Saitama-Shi che hanno chiuso il tour giapponese-australiano. Al microfono l'ho annunciato come "il chitarrista" che io ho sostituito negli Yardbirds! In realtà non suonavo con lui dall'Arms Charity Concert del 1983, organizzato per raccogliere fondi per la ricerca sulla sclerosi multipla, dove è nata anche una jam finale con Page & Clapton. Quella è stata l'unica volta che i tre chitarristi degli Yardbirds hanno suonato insieme... Fra noi è tutto molto divertente e stimolante, non c'è alcuna rivalità. Dal vivo abbiamo un repertorio neutro, classici del Chicago blues e soprattutto nessuna canzone degli Yardbirds che a Eric non piacciono. Potremmo anche decidere di registrare qualcosa in studio alla fine dell'anno.
Dal vivo ti ricordi le vecchie canzoni? No, niente affatto! Porto sempre con me il nastro registrato alla Royal Festival Hall. Una sera ho eseguito sei brani con gli White Stripes: Jack White conosceva le canzoni meglio di me!
Quando hai iniziato a lavorare a Emotion & Commotion? Erano sette anni che ero fermo. Volevo uscire dal guscio eludendo gli standard jazz-rock-blues del passato e registrare un progetto sperimentale che mostrasse finalmente ogni aspetto del mio far musica.
Mi sembra quasi indiscreto chiederti i brani preferiti... Io amo i traditionals interpretati dalla chitarra acustica come Corpus Christi Carol. Ovviamente qui ho avuto anche la chance d'interpretare un tema di musica classica accompagnato da una grande orchestra, ma il mio pubblico è quello di sempre. Non ho la pretesa di suonare in un auditorium di fronte a un pubblico colto che mi ascolta seduto in abito da sera. Spero, tuttavia, che la mia versione di Nessun dorma dalla Turandot di Giacomo Puccini possa essere apprezzato da un pubblico più eterogeneo come è accaduto al Madison Square Garden. La selezione include alcuni brani dove è praticamente impossibile improvvisare. Quando fai una cover come Over the Rainbow, non ti puoi concedere sbavature o trasgressioni e, da bravo orchestrale (!), ti limiti a eseguire la partitura. Emotion & Commotion è un progetto sperimentale, mi piace molto, ma probabilmente non avrà un seguito immediato in tal senso.
L'aspetto più interessante dell'album è la creativa collaborazione con Joss Stone e Jason Rebello... Jason ha scritto vari brani. A me piace soprattutto l'atmosfera sudamericana di Never Alone. È una libera divagazione strumentale, un banco di prova che dal vivo mi permette d'improvvisare e dilatare la melodia di base. Lo stesso vale per Serene il brano più lungo del CD.
Nell'album c'è anche molto blues... Io amo la cover di I Put a Spell on You. Nel 1966 gli Animals di Eric Burdon e Alan Price ne fecero una ottima versione nell'album Animalism. Mi piace anche There's No Other Me, dove Joss canta con una grinta sex & black alla Tina Turner...
Dopo i concerti in Corea del Sud, Hong Kong, Australia e Giappone, hai dato molti concerti negli Stati Uniti... Sono molto fiero della mia band perché sono dei musicisti di prim'ordine. Purtroppo, dopo l'infarto cardiaco e gli attentati dell'11 settembre, Jan Hammer non ha più voglia di viaggiare... Il tastierista Jason Rebello era il pianista di Sting, ma ormai lavora con me dal 2006. È capace di suonare qualsiasi tipo di musica anche con le modulazioni e le decompressioni sonore dei synths. La bassista Rhonda Smith ha suonato di fronte a due milioni di persone nel Musicology Tour di Prince. Il batterista-compositore Narada Michael Smith ha collaborato con Stevie Wonder, Aretha Franklin e Tom Jones e nel 1976 ha scritto quattro canzoni per il mio album Wired. Per me è sempre una fonte infinita d'ispirazione.
Se sei disponibile, ti vorrei porre cinque domande sulle memorabilia del rock. Sei pronto? OK spara pure...
Nel 1967, fuoriuscito dagli Yardbirds, hai formato il Jeff Beck Group con Ronnie Wood al basso, il pianista Nicky Hopkins, Aynsley Dunbar alla batteria e il cantante Rod Stewart. Nel 2004 Stewart ha detto al Rolling Stone che voleva riformare la band per uno show alla Royal Albert Hall, ma tu hai cancellato lo spettacolo solo due giorni prima: hai qualche aneddoto da regalarci? Questo ha detto Rod? Spesso racconta alla stampa un mucchio di sciocchezze. Non ho mai capito se volesse riformare il JBG o i Faces. Rifondare dopo 35 anni una band non è mai una buona idea, perché indica che mancano le idee e nella tua carriera non è accaduto altro. Oggi non torneremmo mai insieme solo per soldi, anche se all'epoca, giusto prima di Woodstock, suonavamo in piccoli club per poche sterline. Più che mettere alla berlina il Jeff Beck Group, mi piacerebbe suonare ancora con Jan Hammer, Tony Hymas, Stanley Clarke e Terry Bozzio.
In controtendenza, nel nuovo millennio si sono riuniti molti gruppi storici come i Cream, i Queen e i Pink Floyd... Non interessa molto alla gente. Per le nuove generazioni il sound dei Cream è obsoleto. Per i Pink Floyd è un discorso differente perché il pubblico adulto li ama e i giovani continuano a riscoprirli. Per la Regina, no comment. Nessuno può sostituire Freddy Mercury.
Ti sei mai pentito di non aver accettato nel 1975 l'offerta dei Rolling Stones? Sarei diventato ricco, ma non felice... In quegli anni, gli Stones vivevano a Rotterdam per motivi di tasse. Sono andato lì per tre giorni, sovraincidendo alcune demo da solo. Gli Stones non c'erano. In studio ho visto centinaia di chitarre con i nomi di tutti i musicisti selezionati. Il giorno della partenza il pianista Ian Stewart mi ha detto che io ero il prescelto, ma ho rifiutato perché non ero molto affascinato dalla loro musica e avevo già prenotato gli studi per registrare Blow By Blow con George Martin.
È vero che negli anni ‘60 Clapton ti consigliò di diventare un cantante? Anche Eric Clapton non era un cantante negli anni ‘60, ma aveva una bella voce. Una sera in auto stavamo ascoltando All Your Love di Otish Rush e lui si divertiva a fare la seconda voce. Mi chiese di cantare con lui dicendo: "Questo potrebbe essere il crocevia del nostro destino". Quando ho formato il Jeff Beck Group, il produttore Mickie Most ha cercato di fare di me un cantante pop! Nel 1967 incisi solo un singolo schifoso intitolato Hi Ho Silver Lining che in Inghilterra rimase in classifica per 14 settimane e fu ristampato con successo più volte... Roba da non credere!
Cosa ricordi della tua partnership con Jimmy Page negli Yardbirds? Nel 1965 m'ero appena ripreso da una meningite che mi aveva messo a terra a St. Tropez. Quando sono tornato a Londra, ho trovato Jimmy Page che suonava nel gruppo. Ci siamo divertiti insieme per 4-5 mesi, poi è arrivata l'offerta del regista Michelangelo Antonioni di suonare al Marquee Club per il suo Blow Up e mi sono ripreso una bella rivincita. Quando Antonioni mi chiese di rompere la chitarra sul palcoscenico, io risposi: "Aspetta un minuto, questa è un'abitudine di Pete Townshend!". Non volevo danneggiare lo strumento, così durante le riprese ho continuato a suonare con la mia Les Paul e alla fine ho distrutto un vecchio modello giapponese da 35 dollari...
Nel corso della tua carriera hai registrato con artisti molto differenti: cosa ti piace riascoltare oggi? Quando sono fuori dall'ambiente, curo la mia passione per le motociclette. Faccio il meccanico! Uhm, fammi pensare... mi piace Amused to Death di Roger Waters. Lì c'è heavy rock, blues e brani ambient dove ho potuto suonare la mia chitarra liberamente.
Cosa ti aspetti dai concerti in Italia? Spero di portare la stessa atmosfera del Crossroads Guitar Festival e del Bannaroo Music & Arts Festival.
Il 12 luglio suoni all'Auditorium di Roma e il 13 sei in cartellone al Lucca Summer Festival insieme agli ZZ Top, ma c'è anche un grande evento di beneficenza allestito da Zucchero & co. il 19 agosto allo Stadio dei Pini di Viareggio a cui, fra gli altri, aderiscono il jazzista Eric Lewis, Solomon Burke, Andrea Bocelli, Karima e Mario Biondi. Per tutta l'estate sono in giro per l'Europa. Il mio amico Zucchero mi ha chiesto di partecipare a questa manifestazione destinata a raccogliere fondi per le famiglie delle vittime dell'incidente ferroviario a Viareggio... Il tour mondiale si concluderà in ottobre con una serie di date in Inghilterra e il concerto alla Royal Albert Hall.
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