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L'EDICOLA
Libro Bianco dell'Home Theater
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Diffusori Tannoy GRF Autograph Mini
Aleggia nell’aria rarefatta del mondo hi-fi una gran voglia di rimembranza:
quell’odore misto di legno e valvole che gli appassionati di lunga data conoscono
e che solo raramente è ancora possibile assaporare.
Prezzo: euro 2.500,00 Dimensioni: 21 x 34.5 x 13 cm (l x a x p) Peso: 4.0 Kg

Voglia di concretezza e solidità degli apparecchi di un dì, un misto di status symbol e glorificazione tecnologica, di sfoggio di muscoli e meccanica, contrapposti all’algida essenza/assenza di molti degli apparecchi odierni (inodori, l’uno uguale all’altro, ferramente dipendenti nell’aspetto dalla moda) che suona come una sfida: noi, dicono gli apparecchi “really hi-fi”, non saremo mai come il branco, il “bianco” (così si definisce in opposizione al “bruno” il mercato degli elettrodomestici di grande diffusione come lavatrici, frigoriferi ecc.) che fa brutta mostra di sé nelle grandi superfici; noi non ci piegheremo alla logica informatica dell’usa e getta, della modularità che smaterializza un apparecchio nelle sue componenti e ne annulla ogni possibile appeal (potreste innamorarvi di una scheda video ATI Raytheon All in Wonder X1900 con risoluzione da miliardi di milioni di colori? No davvero!). Stretta tra il soffocante abbraccio della modernizzazione (avremo tutti iPod e prese per internet per scaricare e ascoltare la nostra musica?) e la possibilità di non sopravvivere e/o di ridursi a nicchia residuale di mercato, l’hi-fi gioca la sua carta estrema ma anche la più vera, rispolverando gli echi del glorioso passato che fu: il piacere della messa a punto nel vinile, l’essenza del vero legno nei diffusori, la solidità fatta di peso e materiali nell’amplificazione… In questa ottica va considerata la piccola chicca oggetto di questa prova: la versione miniaturizzata (una vera e pedissequa riduzione dei rapporti aurei) di uno dei diffusori di casa Tannoy che hanno fatto la storia: il GRF Autograph, un “babbacchione” a pianta quasi triangolare da inserire (per i fortunati che se lo potevano permettere tanto per i costi quanto per l’ambiente necessario) agli angoli della sala d’ascolto. Il GRF Autograph appartiene all’era d’oro dei grandi diffusori, dissoltasi nel tempo per ragioni di praticità, mortificata infine dalla nascita dei minidiffusori, croce e delizia, iattura o salvezza di molti quest’ultimi, a seconda del punto di vista da cui la si vede. Guy R. Fontain, fondatore della Tannoy (che ricordiamo, senza tediarvi, annovera 80 anni secchi di storia, essendo nata nel 1926) volle concedersi il vezzo di battezzare con il suo nome due diffusori: i GRF e, appunto, i GRF Autograph, entrambi realizzati attorno all’ “idea geniale che avevo in testa” costituita dall’altoparlante Dual Concentric (1947) che attraverso le sue evoluzioni (black, silver, red, gold) segna non solo le varie versioni dei diffusori storici della casa ma l’intero percorso dell’azienda, da allora ad oggi, se ritroviamo una versione del Dual Concentric nei prodotti attualmente in commercio! Un punto di svolta, davvero, a cui ai tempi lavoravano più o meno tutti i grandi dell’elettroacustica (JBL, Altec, Urei, KEF, Pioneer, Diatone, TEAC e Klipsch, per quello che riguarda il carico a tromba che sfrutta le pareti della stanza) e se pure il concetto di concentrico non può essere attribuito a Tannoy (vale la pena da questo punto di vista ricordare i famosi Altec 604), fu la casa situata allora in Dalton Road (West Norwood – London) a perseguirlo con maggiore determinazione e nel migliore dei modi. Da allora Tannoy incassò il plauso in campo professionale degli studi di registrazione e segnò con i suoi modelli di successo la storia dell’alta fedeltà, fino a diventare vero e proprio oggetto di culto in Giappone, dove tutt’ora i modelli d’epoca sono reperibili con relativa facilità, incluse le versioni a pianta rettangolare dei GRF e GRF Autograph, diretta conseguenza della nascita della versione Monitor Gold del Dual Concentric. Disegnata “con i transistor in mente”, questa versione del noto altoparlante era caratterizzata da una risonanza diversa dal modello tradizionale che consentì lo sviluppo di un mobile differente, appunto a pianta rettangolare, dalla classica Autograph. Vittime del “raggio riduttore” che inquietò i sonni della mia gioventù, blandita a Caroselli e qualche film di fantascienza, gli Autograph Mini sono però la replica ridotta del progetto originale a base quasi triangolare, in grado di risvegliare gli antichi fasti da Golden Age: tutto legno vero all’esterno e pregiatissimo multistrato di betulla; griglie magnetiche asportabili che sono una vera e propria opera d’arte. Il tutto in un ingombro paragonabile ad un bimbo appena nato (io non ho figli ma ho cantato ninna oh ai miei nipoti…) e lo stesso, mi perdonino i miei piccoli parenti, desiderio di cullare, custodire, accudire! Se foste appassionati di modellismo, io non lo sono ma l’effetto è quello, vi direi che il primo impatto equivale a tenere in mano o ammirare il modellino in metallo di una Triumph TR3 (magari identica a quella, vera, con cui abbiamo fotografato i diffusori in copertina). Poi osservando il robusto concentrico da 10 cm, sfiorando i morsetti di ottima fattura, si comprende che quei poco più di 3 litri di volume (merito del Dual Concentric “new edition” se uno scatolotto così può suonare e pensare di riprodurre basse frequenze!) sono o possono essere come la botte piccola…
Se il vostro ambiente d’ascolto non solo non è ampio e spazioso ma addirittura, come a volte accade, è piuttosto risicato ma volete assaporarvi comunque l’alta fedeltà con A e F maiuscole, i Tannoy Autograph Mini sono tra i pochi diffusori che possono soddisfare i vari sensi (tattile, visivo e uditivo) impegnati a mio parere da una riproduzione musicale soddisfacente. Sono convinto che non basti suonare bene per fare un buon prodotto: il piacere dell’acquisto, la soddisfazione del possesso e dunque la… sazietà del maniaco si ottengono solo unendo a questa dote indispensabile ma non esaustiva altri aspetti. Sono stato ore a rimirare gli Autograph, a passare le mani sulle superfici, ad attaccare e staccare la griglia (una vera griglia di tweed e legno!) confortato dalla sensazione di non essere semplicemente un nostalgico, dal modernissimo Dual Cone, da morsetti come si deve e, naturalmente da un suono per nulla datato, indipendentemente dal genere musicale riprodotto. Unici nei, di poca importanza direi, sono una non totale armonia con il passato dal punto di vista filologico: dal punto di vista funzionale i diffusori infatti non possono essere collocati all’angolo dell’ambiente d’ascolto come gli enormi predecessori mentre dal punto di vista estetico trovo abbastanza pacchiano l’effetto degli intarsi neri sotto l’altoparlante, che dovrebbero simulare solo a livello estetico alcuni particolari invece funzionali dell’imponente predecessore. Come considerare tutto ciò nell’ottica dei costi? Certo l’esborso è elevato se si pensa astrattamente ad un minidiffusore, tanto più di piccolissima forgia; più terrestre se si esamina la faccenda dal punto di vista delle prestazioni sonore; accettabile se si considera che ci si porta a casa un pezzo di storia, non a caso inserito nella serie Prestige della casa (che racchiude i mostri sacri ancora in attività), ancorché in scala ridotta! Questo è il grande pregio di questi diffusori: unire la tradizione alla modernità, la sacralità dell’hi-fi di una volta alla spensieratezza del mini diffusore odierno e dei suoi ambiti d’utilizzo. Ad esso va aggiunto un valore più subdolo e spesso ingiustamente trascurato. La facilità di inserimento all’interno delle condizioni acustiche dell’ambiente con svariate chance per ottimizzarne il rendimento. Se si è anche solo un po’ sensibili al fascino vintage allora gli Autograph Mini sono davvero notevoli e questo è certamente un ottimo modo di festeggiare i propri 80 anni senza sentirseli addosso: auguri Tannoy!
Sintesi tratta da SUONO n.394 luglio/agosto 2006
| Autore: Paolo Corciulo e Fabio Masia |
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