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Franz Liszt
Les 19 Rhapsodies Hongroises
Giovanni Bellucci, pf.
Classica - Generica
Accord

durata: 157'54''
Anno di uscita: 2011
Recensito su Suono n° 459 del 12-2011
Il coronamento - termine importante, eloquente, tale da non dare luogo a infraintendimenti - delle celebrazioni dei due secoli dalla nascita di Franz Liszt (1811-1886), prende forma luminosa fino allo splendore nei due CD che Giovanni Bellucci ha licenziato con l’offerta delle Rapsodie ungheresi composte dal grande Magiaro - uno dei più rilevanti protagonisti della storia della musica - dal 1840 al 1885. L’evento, atteso, conferma l’altissima statura e la dinamica complessità della presenza del giovane pianista romano, ma attivo soprattutto oltr’alpe dove il confronto è meno temuto, nella musica musicata, e nel pianoforte contemporaneo, e realizza nel contempo - altro coronamento - il riscatto definitivo di un repertorio di grande valenza, guardato con sufficienza fino a qualche decennio fa, concesso senza troppe attenzioni, ai "dattilofoni", ai virtuosi. Giovanni Bellucci, da autentico fuoriclasse, anima la multiforme raccolta con lo sfarzo di una personalità ricchissima di doti mentali, culturali, tecniche e fisiche qui ed ora di improbabile raffronto. Doti che si mostrano intrecciate in un viluppo stupefacente per efficienza: le sue esecuzioni - il Beethoven delle registrazioni ancora in corso, e in questo caso la grandiosa rappresentazione musicale delle Rapsodie ungheresi - si rivelano come prodotto integrato di una geniale osmosi che ha un dato catalizzatore nella sensibilità per il suono e l’intuito di ineguagliabile ricchezza atto ad evocarlo con arte. Lazar Berman, il suo maestro che negli anni a Imola lo stimava senza riserve, ne sarebbe assai compiaciuto. Qualcuno, a corto di idee, ha definito Bellucci una "forza scatenata della natura"; sarebbe forse meglio parlare, con il conforto del dizionario, di energia, e per quanto attiene allo scatenamento risulta chiaro, da ogni sua esecuzione, un sovrano controllo sulla materia sonora, esaltata, semmai, dal luminoso, consapevole dominio sulle eccelse virtù individuali: l’indagine e la riflessione culturale, e la prestanza dell’aureo circuito attivato dalla singolare, arditissima, forse - ma solo salvo prova contraria - ineguagliabile psico-fisicità. Altro che scatenamento! Il fantastico e fantasioso affresco, ricco di ogni valenza poetica e di gesti studiatamente improvvisativi, delle diciannove Rapsodie ungheresi, precedute qui dalla Rapsodia rumena - il titolo è apocrifo, e la composizione, intessuta di melodie valacche e iniziata nel 1846, non ha mai convinto l’autore, che non l’ha pubblicata; il manoscritto è stato rinvenuto solo nel 1936: una rarità - il fantastico affresco, si diceva, è esaltato con convinzione. Due spiriti generosi si incontrano: quello del motivatissimo musico che si specchia in quello del suo grande mèntore; l’arte del giovane musicista esercita il privilegio di inverare il lascito straordinario; si tratta di un’arte in cui lievita palesemente una calda empatia per i testi lisztiani, e i valori precipuamente strumentali, ma anche poetici, quando non schiettamente umani. In essi egli riconosce con rara acutezza le ardenti e anche nostalgiche componenti del fitto intreccio, spesso spavaldamente sorridente: di canto, ritmi, colore, gesto, e alti voli del pensiero. Si lascia all’ascolto del musicofilo la delibazione del dettaglio; Bellucci indugia con straordinaria sensibilità nelle pieghe dei caratteri e afferma con autorevolezza le originali imposizioni della forte tastiera: la sua arte è sempre maiuscola, anche nella duttilità; l’ambiziosa epopea ungarica alla quale Liszt - generoso, carismatico protagonista sempre a fronte alta nell’invenzione di pluriformi realtà musicali, autore di un corpus di dimensioni impressionanti, quando si tenga conto anche della sua attività concertistica - ha atteso con intenso sentimento per oltre quarant’anni, fino in prossimità della scomparsa, trova in Bellucci il cantore forse più motivato, anch’egli generoso, come si diceva, nel creare un inquieto, cangiante corpo sonoro, sempre di nobile spessore, tanto nelle arcobaleniche nuances, quanto nelle caleidoscopiche fantasmagorie: nella raffinata allusione, ma anche nella concretezza. Il corpo sonoro più vero, da attribuire ai segni - solo suggestivi, ma di comunque storicamente lamentata insufficienza - della pagina. Un valore aggiunto dei due CD consiste nella magistrale, calcolata spazialità ambientale conferita alle registrazioni, anche live - effettuate in tempi diversi, alcune sono recentissime - che appaiono indenni dalla rigida, pallida, astratta vetrosità di tante registrazioni pianistiche, e che si offrono all’audizione, e alla coscienza, in una riconoscibile, vissuta, felice fisicità strumentale. Nell’intervista articolata con partecipe competenza da Grazia Distefano nel booklet, Giovanni Bellucci precisa e approfondisce le numerosissime ragioni, storiche ed estetiche quantomeno, di questo autentico evento: di per sé, e si perdoni l’iperbole, vale l’acquisizione.

Umberto Padroni