Quale futuro per Sonus faber? Il giorno degli hi-fi...di

27/01/2017 Paolo Corciulo

Il recente cambio della guardia alla guida di Word of McIntosh, la struttura creata per gestire i marchi McIntosh, Audio Research, Wadia e Sonus faber di proprietà di alcuni quadri dirigenti del marchio italiano, di Charlie Randall e del fondo di investimenti francese LBO France è qualche cosa di iù di un semplice avvicendamento (dal Manager italiano Mauro Grange a Charlie Randall che da tempo guida McIntosh e che già svolgeva il ruolo di Chief Operating Officer COO nella nuova struttura). È quantomeno un cambio di passo, perché Randall e Grange sono due persone differenti, più probabilmente un cambio di strategia perché la non comune tendenza ad osare di Grange non potrà essere riproposta ma anche perché un certo modello di sviluppo economico sembra giunto al suo termine: nel bene e nel male il nuovo presidente americano Trump sembra essere fortemente determinato a prendere a spallate molti degli aspetti della globalizzazione e se lo fanno gli Stati Uniti...

Ho parlato con Charlie Randall che mi ha assicurato che nulla, sostanzialmente, cambierà ma se questo può essere vero in generale per il gruppo, in particolare per McIntosh (che Randall già guidava e non c’è ragione per cui smentisca se stesso), diverso è o potrebbe essere per Sonus faber.
L’unico marchio italiano (per trovare un precedente, Galactron, bisogna affidarsi al passato remoto del settore) che ha saputo trasformarsi in icona, è riuscito a farlo a causa della particolare sensibilità del suo creatore Franco Serblin (che poi ha lasciato l’azienda e ora non è più tra noi) e in generale di chi ha condotto l’azienda con l'abilità nel non scogliere l’eventuale equivoco tra una dimensione artigianale e una industriale che ha caratterizzato la particolare cifra stilistica del marchio.
Sotto la direzione di Grange che proprio da Sonus faber è partito per creare il super-gruppo che è oggi WOM (Word of McIntosh), questo aspetto è stato declinato principalmente tramite una serie di modelli flagship (Aida, Lilium, Cremonese) portatori, a parere dell’azienda, di contenuti hi-tech, quindi se si vuole lontani dai “profumi ebanistici” della prima ora. Sostenuta da una campagna marketing intensa e mirata, questa strategia ha portato nelle casse dell’azienda risultati certamente soddisfacenti ma anche investimenti in creatività a volte “spericolati”, basati sule intuizioni di Grange. Il trait d’union con il passato rappresentato dagli “omaggi” anche se gli ultimi in ordine di tempo appaiono perlomeno irrituali come nel caso di Serafino (vedi più avanti), sembrano sottolineare come per la nuova dimensione internazionale, la tradizione rappresenti più un peso che un valore.
Senza scomodare la teoria dell’uomo forte, oggi molto di moda, chi potrà traghettare Sonus faber verso il suo futuro? Un managment che, parole di Charlie Randall (“Dietro ogni buon marchio ci sono le persone che amano e proteggono quei marchi, ma ne stabiliscono anche gli obiettivi. Abbiamo la massima fiducia nei dipendenti di Sonus Faber che sapranno portare avanti il marchio”), ha tutta la fiducia del nuovo CEO del gruppo ma risulta depotenziato dalla partenza di chi ha determinato strategie e creatività negli ultimi anni, o un “uomo forte”, che al momento però non si vede all’orizzonte, che sappia racchiudere in se al contempo quelle doti tecniche e di mercato che risultano indispensabili, almeno se si guarda alla storia dei grandi marchi hi-fi,  sopratutto per la capacità di saper declinare un melange difficilmente codificabile?

p.s. I nuovi homage, che si arricchiscono della dicitura “Tradition”, vedono la new entry del modello Serafino (omaggio ad uno degli apprendisti di Nicolò Amati) e la scomparsa degli Stradivari.

p.p.s Alcune immagini sono state rimosse dal post iniziale in quanto di carattere privato

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