L’era dei contenuti gassosi Quasi (s)conosciuti

07/02/2018 Francesco Bonerba

Una riflessione sulla smaterializzazione dei contenuti musicali e cinematografici. Slegati dal loro supporto, che destino attende i film e le canzoni del futuro?

In occasione del 52° Super Bowl, evento diffuso in mondovisione che catalizza l’attenzione di circa 100 milioni di americani e costa agli inserzionisti cifre nell’ordine dei quattro milioni di dollari per uno spot da 30 secondi, Netflix ha messo a segno un altro colpo da maestro. Per la prima volta nella storia ha diffuso il trailer di un film, The Cloverfield Paradox (ideale prequel del film Cloverfield del 2008), annunciandone contestualmente (a sorpresa) l’uscita in streaming la sera stessa. Con House of Cards, la serie TV con cui ha esordito nel mondo della produzione di contenuti originali, Netflix aveva già rivoluzionato il mondo dell’intrattenimento polverizzato il “gap temporale” di circa una settimana che solitamente distanzia le puntate di una serie TV, rilasciando i tredici episodi in una botta sola; adesso si spinge oltre arrivando a cancellare il tempo (non i costi, probabilmente) della promozione, in questo caso specifico compensato dall’audience offerta dal Super Bowl.

Tutto e subito. È questa la prospettiva cui ci sta abituando la rivoluzione digitale, dai tweet e le dirette streaming in tempo reale ad Amazon che ci consegna merci il giorno stesso in cui le abbiamo ordinate. Il tempo dell’attesa va polverizzandosi, l’impazienza domina il mondo, a partire dai razzi di Elon Musk, espressione sempre più esplicita di quel transumanesimo dilagante nella Silicon Valley che vede nell’oggi, non nel domani, la realizzazione di sogni finora proibiti all’uomo.

Senza troppo divagare, l’esperimento di The Cloverfield Paradox è un ottimo pretesto per ritornare su una questione che appare ancora irrisolta nel panorama multimediale contemporaneo: quella dei supporti. Sperimentiamo infatti, in questi giorni più che mai, un’offerta infinita di contenuti “liberati” dal proprio supporto; se agli albori della rivoluzione digitale l’aggettivo più in voga per definirli, lanciato dal sociologo Zygmunt Bauman (e declinato nella sua accezione più musicale proprio sulle pagine di SUONO), era “liquidi”, oggi potremmo facilmente trasformarlo in “gassosi”. Perché non solo si è smaterializzato il supporto (CD, DVD) ma va scomparendo il file stesso, localizzato sotto forma di codice criptato in una qualche server farm sottoterra, fuori dalla portata dell’utente.

Lo streaming ha privato il fruitore del possesso, anche solo digitale, del contenuto, fruibile ora come “flusso” richiamabile a seconda delle necessità. L’assenza di un supporto materico è stata compensata da un incremento senza precedenti dell’offerta, tale da giustificare la formula dell’abbonamento: “rinunciate al possesso e in cambio, a un prezzo popolare, vi offriremo non un contenuto ma migliaia di contenuti, fruibili ovunque nel più facile dei modi”. Questo il patto implicito che la maggioranza degli utenti di Spotify e Netflix sembra aver tacitamente accettato, dimenticando o tralasciando due elementi. Primo: il tempo libero a disposizione resta sempre limitato, per cui salvo essere fanatici di film e musica, la quantità di contenuti che si fruirà resta uguale a quella di quando, ad esempio, c’erano solo TV e radio; l’abbondanza suggerita dall’accesso istantaneo a un materiale virtualmente infinito è dunque più che altro un’illusione di abbondanza, che rientra nella prospettiva dell’hic et nunc prima accennata. Secondo: l’utente non ha alcun controllo sulla musica e sui film che fruisce, in quanto la loro presenza sulla piattaforma è determinata sia dal soggetto che a monte si occupa della loro distribuzione sia da chi gestisce il servizio di streaming; entrambi possono decidere in qualsiasi momento di aggiungere, rimuovere o limitare un contenuto. Per fare un esempio concreto: dal 2019 la Disney ritirerà i propri prodotti da Netflix per distribuirli attraverso una propria piattaforma. È proprio per non dover sottostare alla volubilità degli accordi con le major che la società di Reed Hastings sta investendo da anni in produzioni proprie, della cui sorte poter decidere autonomamente.

Un Data Center

Il contenuto smaterializzato diventa così gassoso, etereo: oggi è online, domani chissà (meccanismo analogo sta venendo adoperato anche in ambito software, con sempre più aziende che mettono a disposizione i propri programmi online, attraverso un abbonamento mensile o annuale – vedi Office 365 e Adobe CC). Se è vero che questo modus operandi sta conquistando sempre più consensi, è anche vero che la rinascita del vinile, di cui parliamo diffusamente da anni su SUONO, ha inequivocabilmente mostrato come ci sia ancora una cerchia neanche troppo ristretta di vecchi e nuovi appassionati, collezionisti ma non solo, che ama “toccare con mano” la propria musica e i propri film preferiti.

E che, probabilmente, si sta confrontando da tempo con un problema: quale supporto scegliere? Se nella musica non sono avvenuti cambiamenti epocali nel corso degli ultimi dieci anni, con il mercato che continua a essere dominato dai redivivi vinili, i coriacei CD e i meno diffusi formati digitali, più o meno in alta risoluzione, più o meno facilmente reperibili, in ambito cinematografico le cose sono cambiate repentinamente. Dopo un trentennio circa di dominio delle VHS si è passati al DVD: qualità migliore, contenuti speciali, meno ingombro, maggiore durabilità e la possibilità di fruirne i contenuti anche sui computer, all’inizio dei duemila in pieno boom. Molti, attirati dal cambiamento sostanziale di supporto, hanno sostituito la propria collezione di nastri con una di dischetti. Trovandosi poi probabilmente spiazzati quando, nel giro di soli cinque anni, ha fatto la sua comparsa il Blu-ray Disc. E qui è sorto un intoppo che ancora oggi il mercato dell’intrattenimento non riesce a sbrogliare. Da un lato perché, parallelamente, i film hanno iniziato a circolare sul web prima illegalmente e poi sotto forma di contenuto in streaming; dall’altro perché il disco azzurro e le sue successive evoluzioni, 3D e Ultra HD, non hanno mai rappresentato un’alternativa concreta ai DVD, complice il fatto che, almeno inizialmente, per poterne apprezzare le qualità bisognava dotarsi di costosi schermi. Il colpo di grazia è stato dato dall’arrivo degli smartphone e dalla decisione di Apple, seguita poi da molte altre aziende, di eliminare i lettori ottici dai propri dispositivi portatili, decretando di fatto la morte di questo supporto presso il vastissimo pubblico. Se da un lato è evidente che la qualità del DVD sia ridicola rispetto alle alternative offerte dall’intrattenimento odierno, dall’altro chi ne aveva molti difficilmente li ha sostituiti o li sostituirà con dei nuovi Blu-ray, soprattutto in assenza di una politica volta alla valorizzazione del contenuto (packaging, contenuti extra, booklet, etc.) che invece sta avendo molto successo con i vinili.

Un cristallo sul quale memorizzare l'intera storia dell'umanità?

Su tutto prevale un atteggiamento anacronistico delle major che, sia nel caso della musica che dei film, scoraggia, con prezzi irragionevoli o con espedienti tecnici, il semplice “download” del file digitale, relegato spesso alla clandestinità del P2P e dei Torrent; il contenuto slegato dal proprio contenitore continua a essere un tabù perché, sia esso liquido o gassoso, il principio è che resti inafferrabile per l’utente. A niente sembra essere servito lo tsunami del digitale che, proprio con l’avvento dei tanto vituperati mp3, ha rimescolato le carte in gioco; l’opera musicale e audiovisiva, attualmente orfana di nuove modalità di vendita, resta legalmente non riproducibile (salvo che la si paghi a caro prezzo e/o si sia dotati di un masterizzatore).

Dunque: come può un appassionato creare un proprio archivio legale di film e musica? La risposta è: non può. Manca, ad oggi, una politica su vasta scala in grado di rispondere a questa domanda. E il grosso dei fruitori si divide tra chi, pazientamene, ha scelto di avere lo stesso contenuto su tre o più supporti, e chi si affida, più o meno serenamente, alle vaste library online. Aspettando un nuovo, rivoluzionario supporto, magari un cristallo da 360 Terabyte come quello messo a punto all’Università di Southampton…

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