Le città silenziose Quasi (s)conosciuti

17/04/2020 Francesco Bonerba
Photo by Etienne Boulanger on Unsplash

All’inizio non capivo bene cosa fosse. Era una sensazione strana, impalpabile, un dettaglio straniante che nel quadro della quotidianità percepisci ma non riesci subito a individuare. Poi, con il passare dei giorni, con il prolungarsi dell’isolamento domestico, ho pian piano messo a fuoco: a turbarmi non era la presenza di qualcosa ma la sua assenza, l’assenza di rumore. Vivo in un quartiere popolosissimo di Roma sud, vicino a un incrocio attraversato giorno e notte da persone, auto, mezzi pubblici, motorini, ambulanze, di fronte a una chiesa con annesso campo sportivo, vicino a un parcheggio e sopra una fermata dell’autobus. Per intenderci: quando mi affaccio e sono al telefono, di solito l’interlocutore mi chiede: “ma sei in strada?”. No, sono a casa. E per fortuna che gli infissi fanno il loro dovere o dovrei dormire con i tappi conficcati nelle orecchie.

Lo stop quasi totale di veicoli e attività ha fatto sì che per la prima volta mi sia capitato di ascoltare durante il giorno le tortore, il cui caratteristico “cuu cuu cuk” era finora relegato dal mio immaginario nella campagna, distante dalla città. Ci sono le tortore a Roma? Pare di sì, non solo pappagallini infestanti e famelici gabbiani ma anche tortore. L’effetto però più sconvolgente l’ho sperimentato di notte. Chi vive in una grande metropoli lo sa: la notte non differisce molto dal giorno, specie in zone turistiche o popolate da tabaccherie e cornetterie, discoteche e pub. La notte, a Roma, ha sempre avuto quel frastuono consolatorio dei momenti in cui ci si sente un po’ soli e persi. In questi giorni, invece, è come se la città ci avesse infine abbandonati: “la vita si è spostata in casa, non avete più bisogno di me, vado in ferie per la prima volta dopo 200 anni”. E così ho sperimentato una sensazione più unica che rara: affacciarmi a mezzanotte e non riuscire, neanche sforzandomi, a udire un suono. Niente di strano per chi vive in montagna o in campagna ma per chi vive a Roma è come se un troll delle caverne alto tre metri attraversasse indisturbato una strada: non ci si crede. Nessun suono. Non un aereo, non una macchina, non una voce. Silenzio. Solo appannati echi catturati da un orecchio che non si era mai spinto così lontano alla ricerca di un rumore in vita sua.

Così, mi diverto a fantasticare: John Cage non è morto, ha 108 anni e ha architettato un happening su scala mondiale della durata di due mesi anziché 4’33’’. Ma cosa ci sta chiedendo di ascoltare? Il verso di un gabbiano? Il guaire di un cane randagio? Il rumore in lontananza del camion della spazzatura?

Forse si. In un articolo di un paio di anni fa (su SUONO 521, dicembre 2017 ) scrissi a proposito del progetto di David Monacchi, sound artist italiano e compositore eco-acustico, recatosi negli angoli più remoti del pianeta per registrare il suono del mondo senza l’uomo prima che scompaia del tutto. A Trieste, durante la presentazione del documentario Dusk Chorus al TS+FF, definì le città “discariche acustiche” nelle quali il 99% dei suoni che arrivano al nostro orecchio sono “bianchi”, ovvero non portano alcun tipo di messaggio. La sospensione temporanea di questo frastuono ha in qualche modo “portato a riva” suoni nuovi, prima nascosti, scomparsi o semplicemente lontanissimi dall’avere la nostra attenzione. Suoni che dunque rappresentano una scoperta, raccontano una storia, ci parlano del luogo in cui viviamo. Un piccolo tesoro che alcuni sound designer stanno provando a raccogliere attraverso un interessante progetto partecipativo su scala mondiale (“The Sound Outside – Listening to the world at Covid-19 Time”, se ne parla qui ). Così come Cage smette di suonare per dar spazio, attraverso un silenzio che non è mai assoluto (anche in una stanza anecoica sentiremmo il battito del nostro cuore e il sangue che scorre nelle vene), all’imprevedibilità della vita e dei suoi suoni, questa epidemia, in mezzo ai devastanti danni che sta provocando, offre l’opportunità unica di farci esplorare un palcoscenico acustico urbano completamente nuovo e forse irripetibile. L’ascolto riacquisisce così un valore ignorato o dato per scontato: “di che animale è questo verso? Perché questo rumore mi infastidisce? Amo questo suono che non avevo mai sentito!”.

Da un altro punto di vista questo silenzio ci costringe a una pausa. Il mondo è improvvisamente un attore con le labbra ferme, un’inquadratura fissa, una riga bianca in un romanzo, la sospensione di un’orchestra. E in quello che Umberto Eco definirebbe l’indugiare nel bosco di questo racconto che è la vita, abbiamo forse il tempo, che sia un minuto o un mese, di riflettere su noi stessi ma anche immaginare la battuta, la scena, la parola o la nota successiva. Come ci piacerebbe che proseguisse quest’opera? Nello stesso modo in cui si è svolta finora? Forse sì, forse no. La città ci ha abbandonati alla nostra solitudine; privati della rassicurante confusione sonora che tutto copre e spazza rapidamente via, siamo chiamati a fare un bilancio, a confrontarci con noi stessi e con le persone a cui vogliamo bene, con i colleghi e i conoscenti, con le nostre case e la nostra alimentazione, le abitudini e i compromessi, i ritmi e le passioni, la realtà e le aspettative. Nello straniamento di questo silenzio, che è quello imbarazzante di quando non si sa cosa dire a un primo appuntamento o insostenibile di un documentario di due ore e quaranta minuti sui frati certosini nella Grande Chartreuse sulle Alpi francesi (Il grande silenzio di Philip Gröning - mi accorgo solo ora che in 15 anni non ho ancora trovato il tempo di vederlo), siamo obbligati al dialogo interiore, pacifico o tormentato che sia; siamo obbligati a riflettere su ciò che ci divide e soprattutto su ciò che ci lega alle persone attorno a noi.

Personalmente trovo questa irreale quiete di grande sollievo per l’udito e di ammonimento per lo spirito. L’apocalisse che la sta producendo è anche conseguenza di uno stile di vita sconsiderato e convulso che, anche alla luce delle incredibili immagini satellitari che abbiamo intravisto sui social in questi giorni (cieli tersi in Cina e acque limpide a Venezia dopo un mese di fermo delle attività), ci spinge forse a domandarci quale tra i due virus abbia fatto finora più danni all’umanità e al pianeta, l’uomo o il Covid-19? Ardue scelte ci attendono in futuro e forse questo silenzio metropolitano è la giusta colonna sonora per motivarci a intraprendere direzioni diverse.

Concludo rubando le parole da un articolo pubblicato su “El Diario” da Ángel Luis Lara, sceneggiatore e studioso di cinema (tradotto da Pierluigi Sullo su “Il Manifesto”): “Se la clausura ha congelato la normalità delle nostre inerzie e dei nostri automatismi, approfittiamo del tempo sospeso per interrogarci su inerzie e automatismi. Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo. Il problema che affrontiamo non è solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me. Chissà che il desiderio di vivere non ci renda capaci della creatività e della determinazione per costruire collettivamente l’esorcismo di cui abbiamo bisogno.”

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