Profili #13 | Aldo Granese Quasi (s)conosciuti

27/07/2018 Francesco Bonerba

SUONO vi racconta artisti emergenti in 7 domande.

Nome: Aldo Granese

Città natale: Atripalda (AV)
Canali: Facebook , YouTube

Discografia
Per tutti i miei rifiuti, per i vini già bevuti… (2007)
L’arpa dai fili di ferro (2012)
Sirene (2018) 

Videoclip
Le labbra di Lucia

Ciao Aldo! Prima il sassofono, poi il pianoforte, infine il canto. Come hai scoperto la musica che era nelle “tue corde”?

In realtà il canto è stata la mia prima passione. Iniziai lo studio del sassofono perché, stranamente, da adolescente ascoltavo per lo più musica jazz e mi piaceva tanto questo strumento, per le sue possibilità espressive e per la sua timbrica magica. Cominciai a studiare il pianoforte in un secondo momento, come complemento al sax in previsione dell'ammissione in conservatorio, ma poi scoprii quanto era bello e come risultava completo accompagnarmi mentre cantavo e così decisi di dedicarmi al piano come strumento principale, anche se nei live per questioni pratiche (di peso e di spazio!) ho sempre preferito utilizzare la chitarra a questo scopo. Proprio in seguito alle prime serate da ragazzo ho sentito l'esigenza di migliorare la mia tecnica vocale e ho cominciato a prendere lezioni di canto, ho scoperto così la bellezza del nostro patrimonio operistico e me ne sono profondamente innamorato, conseguendo nel tempo il vecchio diploma di Canto Lirico e successivamente la laurea specialistica in Teatro Musicale, ma non ho mai voluto mescolare questo genere con quello che per me rappresenta l'espressione del mio io musicale, cioè la vecchia tradizione cantautorale, quella che nei paesi anglofoni chiamano songwriting, dove le parole la fanno da padrone e il messaggio che portano con sé non deve in alcun modo essere offuscato da “melismi” di sorta.

Nel 2007 hai pubblicato il tuo primo album, Per tutti i miei rifiuti, per i vini già bevuti…, che includeva due singoli dedicati a personalità molto diverse: Il corpo e le parole (dedicato a Moana Pozzi) e La tenda rossa (dedicata all’esploratore Umberto Nobile). Raccontaci qualcosa su questo lavoro e su come ha preso corpo.

Per tutti i miei rifiuti, per i vini già bevuti... è un disco sulla “celebrazione” o, se preferite, sulla “commemorazione” di personaggi celebri, ma anche assolutamente sconosciuti, che hanno compiuto piccole o grandi imprese, talvolta azioni malvagie, innescando, a svariati livelli, dei meccanismi di evoluzione. Fatta eccezione del primo brano Maledetta Musa, che è un'invocazione alla stessa affinché faccia il suo “dovere”, e dell'ultimo, L'Essere, che espone ermeticamente una sorta di morale conclusiva, tutte le canzoni hanno una dedica, generica o specifica che sia, da Zio Miliardo a Trentadue Denti, a Porca Diva e così via... Il Corpo e le Parole, che ha anche un bel videoclip che vi invito a vedere, e La Tenda Rossa sono stati i primi singoli del mio primo album, per cui la loro dedica è ormai palese.

Tre anni fa hai pubblicato una raccolta di sonetti, La mia corona. Quanta poesia c’è nella tua musica? Come nascono i tuoi testi?

Che si tratti di poesia destinata esclusivamente alla lettura o del testo di una canzone, che affida alla musica il compito di veicolarne il messaggio nelle orecchie distratte e talvolta refrattarie della gente, è sempre l'espressione di un mio punto di vista, di una mia ottica personale su “qualcosa” o di un mio viaggio emotivo, di un'analisi introspettiva. Forse la differenza effettiva sta proprio nella gestazione: quando scrivo un componimento poetico sono solo io ed il foglio, sull'input di una suggestione cerco di esprimere un concetto “giocando” con la metrica, anche per puro esercizio stilistico, mentre, nel caso di una canzone, la scrivo al pianoforte o imbracciando la chitarra ed il testo nasce con la melodia, per cui la metrica è solitamente più libera e la costruzione dei versi più semplice e diretta. A proposito, do l'anticipazione che per la fine dell'anno intendo pubblicare un altro libro di poesie (si tratta questa volta di diverse forme metriche) dal titolo Son rinato come albero.

Quanta musica ascolti e come la ascolti? Chi sono i tuoi miti di riferimento?

Ascolto musica ogni volta che ne ho la possibilità, in macchina per lo più, spostandomi da un posto all'altro. Seguo generi anche piuttosto diversi tra loro. Ho, ovviamente, essendo esso il genere che pratico, una preferenza per la Canzone d'Autore (meglio se datata), ma amo anche la Musica Country, il Folk di ogni tempo e luogo, l'Opera Lirica, il Blues del Delta e il Chicago Style, il Blues-Rock californiano e texano, i grandi maestri dell'English Blues, quasi tutte le grandi Rock Band degli anni settanta, l'Alternative Rock dei novanta, poi la Musica Soul e il Rhythm&Blues, il Cool Jazz, il Be-Bop, il Cuban, il Free... Di “miti” ne ho tantissimi!

Sirene, un disco dedicato all’universo femminile osservato però da una prospettiva particolare. Qual è stata la scintilla da cui è nato questo lavoro? Quali i messaggi che intende veicolare?

Una sera di circa cinque anni fa, percorrendo in auto (di ritorno da uno spettacolo) una zona degradata della periferia di Napoli nord (area nella quale il “fenomeno” della prostituzione dilaga), concepii il testo di Tango delle sirene e lo trascrissi quasi per intero non appena giunto a casa. Stesso nel mentre che gli creavo l'abito musicale, pensai che sarebbe stato giusto inserirlo in un contesto più ampio, che non si limitasse ad una singola suggestione. Avevo già altro materiale, altri brani composti in precedenza che poi sono confluiti nel disco, ma questa canzone l'ho vista come manifesto dell'insieme. Scrissi poi Le labbra di Lucia e Il pasto delle sirene, completando il quadro.

Come ho già avuto modo di dire in precedenti interviste, Sirene è un disco sulla schiavitù: la schiavitù di donne trattate come “bestiame” da un sistema che sfrutta la loro bellezza e la schiavitù dell'uomo che diventa “burattino” nelle mani di una donna che sfrutta la propria bellezza. Nel disco racconto di creature differenti: di sfruttatrici più o meno consapevoli delle proprie “armi” di seduzione, e di fanciulle cadute nella “rete” dello sfruttamento, destinate a non uscirne se non con la morte.

Non ci è sfuggita la bellezza del videoclip di Le labbra di Lucia, realizzato con tecniche miste (3D, grafiche, acquerelli). Siamo molto curiosi riguardo alla sua lavorazione!

Mille grazie! Il videoclip è opera del regista Riccardo Marchese e della sua equipe di lavoro. Riccardo, oltre alla regia, ha curato la post-produzione con una meticolosità quasi maniacale.  Ho avuto fin dal primo momento la sicurezza di essermi affidato ad un professionista di alto livello: ha assecondato, magnificandole, tutte le mie richieste. Ha realizzato per me anche il videoclip di Tango delle sirene e sicuramente avrà in consegna il mio prossimo singolo.

Dove avremo modo di trovarti nei prossimi mesi? Progetti in cantiere?

Sto già lavorando al mio prossimo disco, un concept sul tema della “morte eroica”, il titolo sarà: Granelli di polvere, non ho idea del tempo che mi ci vorrà per terminarlo, ma non credo tantissimo. Prevedo comunque di pubblicare prima la raccolta di poesie a cui ho accennato in una risposta precedente: Son rinato come albero. Mi piacerebbe di riprendere a suonare dal vivo, ma il terreno che mi vedo intorno non lo sento molto praticabile... forse dovrei spostare il mio campo d'azione, andando via dalla periferia di Napoli, ma i feedback che mi riportano alcuni amici che lo hanno fatto non sono per niente positivi. Accetto suggerimenti.

Per inviare commenti devi essere autenticato. Effettua il login.

Non sei registrato? Registrati.