Sir George e la guerra del volume Wonderous stories

18/12/2015 Paolo Carnelli

Devo ammettere di essere rimasto molto sorpreso, qualche tempo fa, quando leggendo lo splendido libro "L'estate di Sgt. Pepper" di Sir George Martin - per chi non la sapesse, produttore storico e quinto membro "aggiunto" dei Beatles  - ho rinvenuto traccia di quella che sembra proprio essere un caso di "loudness war" ante litteram.

A quanto pare la battaglia per far suonare più forte possibile un album, tema caldo di discussione tra gli appassionati di musica dei giorni nostri, era iniziata già negli anni '60 e quindi in piena epoca vinilica. Durante lo svolgimento del suo racconto, Martin infatti fa chiaramente riferimento alla "maggiore intensità sonora" dei dischi stampati in America rispetto a quelli inglesi e annota correttamente come quella che oggi è solo un'operazione che consiste semplicemente nel tirare su un cursore, all'epoca divenne per lui (e per i Beatles) una vera ossessione.

"Il volume! Perché non riuscivamo a ottenere quella stessa potenza di volume?"

E qui c'è la parte più interessante. Dovendo fare i conti con i limiti fisici del supporto (e con l'impossibilità di manipolare digitalmente il suono), Sir George si concentra sul primo stadio nella catena di realizzazione di un album, ovvero sulla ripresa sonora. Cambia ad esempio le regole di microfonazione di alcuni strumenti, come il basso o la cassa della batteria, e ottiene una maggiore presenza da parte della sezione ritmica. In particolare il celebre produttore cita il suono del basso di Baby You're Rich Man (da Magical Mystery Tour del 1967) come uno dei migliori esempi di come il lavoro fatto in studio avesse prodotto i frutti sperati.

"Ma al di là di tutto il trucco era uno solo: la potenza trainante del blues, a volumi rigorosamente alti"

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