La ricetta della felicità

Quanto pesa il vinile? Finirà che scopriremo che ha più vite di un gatto. Nel frattempo, godiamoci una ripresa oltre le più floride previsioni, seppur condizionata dai limiti endemici di tutto ciò che ruota attorno al disco nero.

04/05/2015
di Paolo Corciulo p.corciulo@suono.it

(questo articolo fa parte dello speciale VINILE VOLUME II PUBBLICATO SU SUONO 497 - Maggio 2015)

L’anno che si è chiuso da poco ha segnato nuovi e confortanti risultati per la vendita degli LP nel mondo: negli States il dato (9,2 milioni di pezzi) segna il raddoppio delle vendite (+52%) rispetto al 2013, e la situazione risulta analoga in Inghilterra. In entrambi i casi i dati di vendita si allineano a quelli ottenuti nel 1991 (USA) e nel 1995 (G.B.), ovvero prima della grande crisi che aveva portato il vinile quasi a un azzeramento. Si tratta, comunque, di volumi di vendita molto lontani da quelli degli anni d’oro dell’alta fedeltà e, soprattutto, che pesano per una percentuale minimale (2%) all’interno dell’attuale mercato complessivo di vendita musicale.

È importante, al di là dell’ottimismo, della soddisfazione e dell’eventuale auto-sussistenza (ci sono appassionati a cui il panorama di offerta è più che sufficiente per sanare la “sete” di musica), che questo dato sia chiaro, in quanto condiziona le mosse degli attori sul mercato: già oggi i numeri potrebbero essere diversi, più elevati se si considera la domanda, invariati per quanto riguarda l’offerta, che sta sfiorando le sue massime possibilità. Negli anni, infatti, l’impoverimento di tutto ciò che ruota attorno al vinile (e la prospettiva che esso letteralmente scomparisse) non ha portato gli imprenditori di settore a investire in merito. Il numero complessivo di fabbriche di stampa, così, ammonta attualmente a una quarantina nel mondo; in tutti gli USA il 90% del vinile vergine proviene dallo stesso fornitore e scarseggiano i nastri analogici, le testine dei registratori e buona parte degli elementi della filiera che, con espressione tipicamente americana, “sono cotti” (Infrastructure is Starting to Choke Itself).
Indipendentemente se alcune cose siano possibili (ad esempio ritornare a produrre testine per i registratori professionali), quel 2% rappresenta ancora un fattore di rischio insormontabile per l’imprenditoria di settore. Certamente il messaggio di quest’anno (+50%) non passerà inosservato, ma la situazione per certi versi rischia di rappresentare il classico cane che si morde la coda!

Anche supponendo che questa impasse possa essere superata, ci sono però altri elementi che pesano sul possibile ulteriore sviluppo del disco analogico. In positivo, possiamo certamente annoverare un atteggiamento culturale che, pensiamo, potrà solo intensificarsi nei prossimi anni: se il mainstream è certamente votato a consumare musica nella sua forma liquida, prende sempre più corpo (in questo e altri settori) la necessità, il desiderio di un prodotto “solido”, simbolico, collezionabile. Si tratta di un fenomeno culturale di portata non estrema ma nemmeno modesta che oggi, e ancor più in futuro, spinge i consumi verso una dimensione meno eterea di quella di Internet...
A questa “domanda” il vinile si presenta con un gap e un ritardo prevedibili ma non per questo meno gravi: qualcuno ha cominciato a ricondizionare vecchi apparecchi (vedi box) ma la richiesta di mercato è certamente più ampia e l’offerta in ritardo. I risultati del prossimo anno potrebbero essere decisivi, perlomeno per stabilire un nuovo e per certi aspetti sorprendente trend di rilancio ulteriore del vinile. I molti artisti che si sono fatti portavoce in questo ultimo periodo delle meraviglie del vinile rappresentano perfetti testimonial, come confermano recenti ricerche che individuano nella fascia di consumatori tra i 18 e i 25 anni il 22% degli acquirenti di vinile, mentre quella tra 25 e 35 copre il 26%.

Vinile a mano armata

Immaginate la sorpresa diChad Kassem, proprietario della Quality Record Pressings (QRP), una delle più grandi fabrice di vinile che ha sede in quel di Salina (Kansas), quando è venuto a sapere che in un magazzino di Chicago un numero imprecisato di presse per il vinile, utilizzate negli anni ’90 per la produzione di 78 giri bootleg destinati al mercato indiano, giacevano abbandonate. “È stato come aprire il caveau di Al capone!” ha detto Kassem, prima di appropriarsi di dieci Hamilton, due SMT e una Lened, che sono state subito restaurate e installate nei 20.000 mq della QRP, che ora con 27 presse e una attività di 24 ore al giorno è diventata una delle più grandi fabbriche del paese, sforzandosi di far fronte all’enorme fabbisogno di dischi in vinile.

Se il trend continuerà nell’anno in corso, gli imprenditori cominceranno a trovare “interessante” il mercato del vinile! Questo non diminuisce certamente le difficoltà strutturali, perlomeno per una parte della filiera del disco nero: difficile pensare che qualcuno realizzi nuove fabbriche di stampa, metta su linee di produzione per nastri magnetici, ecc.
Quel che è più grave è che nel frattempo è andata in gran parte perduta la cultura orale di settore, quella che ha consentito, là dove le regole lasciano spazio all’esperienza, di realizzare buone incisioni al tornio e master soddisfacenti. Quel che sta accadendo e che presumibilmente accadrà è che parte di queste lavorazioni avverranno con tecnologie attuali, annullando il valore filologico dei prodotti vinilici odierni e, soprattutto, abbattendone la qualità (per chi ritiene strenuamente che il vinile sia migliore del digitale) e la diversità.
C’è, insomma, il rischio che parlare di LP, di vinile, di disco nero, sia solo parlare di “formati”, di una scatola il cui contenuto (su SUONO lo stiamo dicendo da tempo) non è necessariamente quello aspettato sulla base del vestito con cui il prodotto viene presentato!
Per certi versi l’anno in corso potrebbe rappresentare una sorta di spartiacque per determinare un orizzonte, una direzione, che al momento non è ancora facile individuare...

[ Pubblicato su SUONO n° 497 - maggio 2015]

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