Rinascimento

L’alta fedeltà di questi ultimi anni sembra caratterizzata perlomeno da due aspetti incontestabili: presenta un’offerta “monca” di quella che un tempo era considerata la fascia media (e che fece la fortuna dei costruttori inglesi del tempo con il value for money) e manifesta uno scollamento nel suo gradimento rispetto al consumo in generale della musica.

08/05/2019
di Paolo Corciulo p.corciulo@suono.it

sintesi da SUONO 535

Si consuma musica come non mai, si compra Hi-Fi meno che in passato! Sulle cause di tale situazione, fatta salva in generale la diminuzione del potere d’acquisto del consumatore (e non solo nelle nostre piccole faccende della riproduzione sonora), si potrebbe parlare per ore, più del sesso degli angeli, senza arrivare a una conclusione unanime. Traiamo però spunto dalla saggezza dei senatori di questo settore e le parole di Gianfranco Binari (fondatore e a lungo direttore) sulle pagine di questo giornale: “Per andare avanti bisogna guardarsi indietro? Il rapporto fra passato, presente e futuro è un filo che non dovrebbe mai spezzarsi. È da solide basi, conosciute e stimate, che si intraprende un viaggio verso il nuovo, l’ignoto...”.
Guardando al passato, interrogandosi sul futuro alla luce della necessità di trovare una chiave di lettura che riavvicini l’alta fedeltà a chi potenzialmente potrebbe interessarsene ma non lo fa, il passaggio essenziale che ne decretò il successo strabiliante della seconda metà degli anni ’70 difficilmente può essere visto che attraverso l’ingresso sul mercato dei vituperati sistemi coordinati. Dopo l’Hi-Fi per iniziati del dopoguerra, dei giganteschi mobili suonanti, delle valvole e dei primi, altalenanti (a livello di qualità e prezzi) transistor, la vera chiave di volta che aprì le porte all’Hi-Fi di massa furono proprio i coordinati di origine orientale. Non è azzardato affermare che l’Hi-Fi entrò nelle case dalla porta principale... per uscirci più tardi da quella di servizio! Quella vasta marea di giovani appassionati che come Jonas “avrebbero avuto vent’anni nel Duemila” e anche qualcuno di più, si sarebbero trovati più tardi ad affrontare la risacca della crisi economica come ultimo riflesso del boom economico del dopoguerra; più impegnati a ramazzare ogni lira per mettere su casa con l’amata piuttosto che a dedicarsi a qualche hobby... E che case: la tipologia del mini-appartamento, l’unico accessibile economicamente, avrebbe portato inevitabilmente molte di queste persone a riporre in cantina in attesa di tempi migliori (“ci penseremo dopo”) l’ingombrante “stereo” (giradischi, amplificatore, “casse”) frutto degli sforzi di tutta una gioventù. Ho conosciuto molti di questi appassionati che gioco forza hanno seguito un tale iter e che nel momento della rivoluzione liquida della musica, memori dei loro impianti ormai impolverati, quasi si vergognavano nell’ammettere che la musica, una passione che non si scorda nella vita, la ascoltavano comunque ma con le cuffie o tramite il computer! Un senso di colpa che certo non hanno i nativi digitali, oggi tra i grandi consumatori di musica ma dei quali mi si è sempre stato detto (in parte a torto, in parte a ragione) che “sono un’altra cosa”, che “non coltivano la qualità” e quindi non appartengono al mondo dell’alta fedeltà, salvo  poi scoprire che a scompaginare le cose sono quegli stessi millennial con la riscoperta del vinile e una crescente richiesta di apparecchi che lo possano riprodurre!

Illuminati dalla luce mediatica che ha fatto del vinile un trend d’attualità, sono cominciate le grandi manovre per conquistare questi nuovi consumatori mentre è ancora in sordina quanto necessario per ri-conquistare i tanti, a torto o ragione, disincantati. Per entrambi la parola d’ordine, l’esperanto comprensibile a tutti e in grado di catturali, è un elemento che è la conseguenza della mutazione profonda nelle modalità di consumo della musica riprodotta: di fronte a un potenziale utilizzo a 360° (il “qualsiasi cosa, ovunque in ogni momento” di oramai antica memoria), in realtà occorre con ancor maggior attenzione intercettare le esigenze dell’utente. Non tutte, ovviamente, sarebbe bello identificare la ricetta del prodotto perfetto, ma con chiarezza almeno “la” o “le” principali. Se si esamina la storia delle principali start-up, delle new entry di successo nel settore, tra le ragioni principali (ormai da tempo cerchiamo di spiegare come questo sia più importante di una manciata di watt in più e l’utilizzo di un materiale o di un altro) c’è sempre la capacità di aver identificato una esigenza non completamente esaudita in precedenza: da Pro-Ject con i suoi giradischi economici a Sonos e la sua strabiliante capacità nel plug ‘n’ play. E c’è grande differenza, lo trovate certificato nella tipologia dei prodotti che illustriamo in questo articolo, se ci si rivolge a un nativo digitale o meno. Questa, almeno, sembra essere la linea di pensiero principale  che fa si che tre attori possano rappresentare tre scenari differenti pur allacciati all’utilizzo del vinile.
Per le ragioni già citate, per il fatto cioè di provare a comprendere le esigenze meno analizzate, quelle dei “music lovers di ritorno”, il prodotto che più mi ha colpito è quello frutto del lavoro di una start-up che ha due elementi caratterizzanti: vi partecipa parte dello staff che ebbe ruolo attivo nel successo di Tivoli (che al netto dell’ipocrisia fu un fenomeno apprezzato anche da molti audiofili) e ha in una figura italiana il mentore. Alle radici del progetto +Audio, e in particolare del The+Record Player c’è infatti il perseguimento di un obiettivo che, a rischio di fenomeni di lesa maestà da parte di chi mi legge, non è unicamente quello sonoro ma consiste nel far convivere una riproduzione sonora al di sopra dell’ipotetica asticella del buon gusto, rispondendo a esigenze più impellenti, quelle che in molti casi hanno rappresentato una barriera insuperabile per indurre un “music lovers di ritorno” a riprendere effettivamente ad occuparsi della musica riprodotta con una certa qualità; esigenze come la facilità di gestione e la convivenza con l’ambiente domestico. The+Record Player lo fa partendo dal giradischi, unico tra gli all-in-one del momento ma punto cardine dei coordinati di un tempo e della spesso citata valigia del Reader’s Digest. Quel che offre questo, gli altri sistemi presentati e quelli che verranno, è un compromesso più che accettabile dal punto di vista sonoro (a qualche audiofilo farà storcere la bocca ma è da discutere dove porre l’asticella minima della qualità sonora) ma soprattutto è un punto di partenza, un riferimento per le aziende che si definiscono Hi-Fi, che devono saper fare almeno altrettanto, preferibilmente meglio, per giustificare la loro livrea e i costi spesso molto maggiori. Che sia una sfida o un semplice mutamento, noi stessi alfieri del buon suono ne faremo parte, visto che la riproduzione sonora è tornata a essere illuminata mediaticamente; ognuno di noi, “esperto del pianerottolo”, si troverà a dover rispondere alla domanda più antica di sempre (da dove comincio?) formulata dai nuovi arrivati. Se prima la risposta era imbarazzante, ogni consente già più di un’alternativa in grado di rendere felice chi la pratica…

Le caratteristiche

Coordinato +Audio The+ Record Player
Prezzo: € 1.200,00
Dimensioni: 44,5 x 21,7 x 35,6 cm (lxaxp)
Peso: 15 Kg
Distributore: Sounders - www.sounders.it

Giradischi analogico: 33/45 Amplificatore: 1 35+35, 1 15+15 W Diffusori: a 2 vie biamplificati, tw da 25 mm, WF da 3,5" Cuffia: si Telecomando: si Note: collegamento Bluetooth, Optical, USB, Line In, Aux, Pre Out, supporto a Google Chromecast, Amazon Echo Dot, Apple AirPort Express. Testina Ortofon OM10.

The Record Player della +Audio non è un coordinato. O meglio, è anche un coordinato (e come questa categoria di prodotti al tempo volle sparigliare le carte) ma non solo, a partire dal suo plus: è tutto in uno, quindi assimilabile, se proprio, per effetto dirompente sul mercato, alle prime fonovaligie che si posizionavano sul mercato in classe un po’ più elevata del riferimento di allora. Il suo collocamento in ambiente è la chiave di lettura del mercato, almeno in termini di utenti nuovi o che si riavvicinano all’alta fedeltà, che ne ha determinato la nascita, spingendo un pool di progettisti noti per le loro sfide al limite ad accettarne una davvero borderline (non si ricordano sistemi Hi-Fi dove convivano un componente che non vuole vibrazioni, il giradischi, e un’altra che ne emette… !). È parte di quello staff che con Henry Kloss ha dato vita a un’altra piccola rivoluzione come la Tivoli: Bob Hazelwood, capo del settore ricerca e sviluppo di +Audio, in oltre 35 anni di carriera ha guidato i laboratori di ricerca di diversi marchi storici dell’Alta Fedeltà e il suo destino si è incrociato con quello del leggendario Henry Kloss quando, a seguito del ritiro di questi, ne è diventato il successore in Cambridge SoundWorks; Gordon Cook insieme a Kloss ha trascorso invece molti anni sempre in Cambridge SoundWorks, dove ha progettato la parte elettronica di diversi prodotti, inclusi i subwoofer amplificati...

Grazie a un accordo con Pro-Ject, Sonos offre in bundle (sotto i 1.000 euro) un giradischi con stadio fono a bordo e trasmissione Bluetooth collegabile wireless al Play:5 in modo da realizzare un sistema di buona qualità sonora e massima versatilità visto che il Play:5 è anche uno streamer. Ideale per i millennial.

Più semplice e plug ‘n’ play la nuova soluzione proposta da Sony che con il PS-LX310BT, più che un giradischi un sistema, visto che viene fornito con braccio e testina a corredo, dunque scevro delle varie regolazioni “da esperto”. A bordo c’è anche uno stadio fono, il collegamento via Bluetooth e in bundle un piccolo sistema di altoparlanti Bluetooth così che, non appena acceso, il giradischi è in grado di emettere musica senza necessità di altri partner. Rivolto ai giovani.

[ Pubblicato su SUONO n° 535 - maggio 2019]

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