Schiit Audio Modi Multibit

Il più economico DAC ladder sul mercato rappresenta un case study particolarmente interessante: si può costruire in maniera economica, si può costruire bene!

27/10/2017
di A cura della redazione redazione@suono.it

Insieme hanno progettato decine e decine di apparecchi tanto da venir definiti, non a torto, “veterani”. Insieme hanno deciso di tentare una tripla sfida: costruire in USA, costruire prodotti poco costosi, costruire senza i soldi per farlo! Aggiungete un pizzico di sarcasmo e una punta di autolesionismo quando nel decidere come si chiamerà l’azienda si sceglie un nome che suona molto vicino a un improperio... Di sicuro l’avventura di Jason Stoddard (ex Sumo) e Mike Moffat (fondatore nel 1970 di Theta) non è delle più comuni e/o ad alte probabilità di riuscita; eppure ce l’hanno fatta o ce la stanno facendo con la loro Schiit (la seconda “i” è fondamentale!), forse anche perché non prendersi troppo sul serio, dopo averlo fatto per lungo tempo, è un elemento fondamentale per cambiare ed evolvere nel serioso  e ingessato mondo dell’Hi-Fi.

Cominciata in un garage nel 2010 e ampiamente descritta da Stoddard, la cui penna evidentemente scivola leggera tanto da aver descritto tutte le fasi dell’epopea aziendale in un pamphlet (e il libro, che si scarica gratuitamente dalla rete, è un ottimo monito per chi si accinge a cominciare un’avventura simile), la storia di Schiit è quella che lo stesso Stoddard definisce de “the world’s most improbable start-up”. Ma quando due inguaribili sognatori si incontrano (Stoddard definisce Theta “la società che avrei voluto fosse Sumo” dopo aver visto come Moffat l’aveva plasmata) i risultati sono imprevedibili: persino che gli improbabili presupposti si avverino, generando un improperio (schit!) ma d’ammirazione...

Sognatori, certo, con la testa tra le nuvole ma i piedi ben piantati per terra nel momento delle scelte su come aggredire il mercato in funzione delle opportunità che offre e delle conoscenze, in particolare di Moffat, vera autorità in materia di filtri digitali (ma che spazia anche nel settore dei valvolari) prima con California Lab e poi con Theta e Theta Digital. Così Schiit ha scelto di posizionarsi in quei settori strategici (principalmente DAC e ampli cuffie ma anche stadi fono) nelle nuove modalità di fruizione sonora: l’età media degli acquirenti è intorno ai 30 anni e il giro d’affari valutabile in oltre 60.000 unità l’anno, distribuite su un catalogo che comprende quasi una ventina di prodotti, la maggior parte sotto i 500 euro, due soli (e sono considerati unanimemente dei riferimenti) sopra i 1.000 e uno, proprio il DAC Modi qui in prova, che nella sua versione base costa poco sopra i 100 euro! Un cocktail certamente esplosivo ma non così imprevedibile, visto che possiamo segnalare molti altri incubatori sparsi nel mondo che hanno o si preparano a introdurre prodotti destinati alla next generation di ascoltatori...

Dicevamo del Modi e delle sue possibili configurazioni che sono addirittura tre che, a rigore, si potrebbero definire tre prodotti differenti: quella base (in grado di decodificare segnali fino a 24/96), quella definita Uber (24/192) e quella multibit che adotta un’architettura ladder. Quest’ultima gode del primato di  DAC ladder più economico che ci sia, almeno fino al prossimo aspirante... D’altronde Moffat si era ripromesso, dopo lo sviluppo del Bifrost (anch’esso un DAC ladder appena meno economico), di sviluppare un prodotto ancora più economico perché: “il multibit, con un filtro adeguato, è l’unico modo per riprodurre in maniera ottimale del materiale a standard Reedbock. E per ottimale intendo un segnale ottimizzato nel domino del tempo e nella frequenza”. Visto che il prezzo del Modi “dimagrisce”  quasi della metà rispetto al Bifrost di cui condivide buona parte dell’architettura, possiamo assumere che ci sia riuscito! E la dieta è stata applicata anche alle dimensioni del prodotto decisamente contenute, più micro che mini, al punto tale che l’apparecchio si può contenere nel palmo di una mano. Non portatile però ma desktop, la nuova categoria che va per la maggiore e che proprio per le dimensioni limitate consente di realizzare un sistema che nasce e si completa su una scrivania, attorno al computer.

La scatola merita almeno un commento: sufficientemente robusta se pur di natura economica, presenta una curvatura di natura estetica nel bordo alto del pannello frontale che ospita un bottone che attiva in maniera sequenziale i tre ingressi disponibili: a seconda dell’ingresso scelto si illumina un led differente. Un’interfaccia uomo – macchina, magari essenziale, ma è difficile pretendere di più in questa fascia di prezzo. Sul pannello superiore oltre a 4 viti a vista (le operazioni di upgrade da Modi 2 a Modi Multibit sono, però, effettuabili solo in fabbrica) spicca la lettera “M”, unico tratto distintivo che identifica la versione più raffinata delle tre. Può una prelibatezza simile, siamo con Moffat nell’apprezzare i DAC ladder (quelli che abbiamo provato ci hanno sempre stupito in positivo), essere confinata dai bordi di una scrivania o vale la pena di inserirla anche in una catena Hi-Fi tradizionale? Superata qualche ritrosia psicologica che attanaglia non solo l’inesperto esposto alla facile equazione “grande e pesante = buono”, questa seconda soluzione è stata non solo praticata ma non ha mancato di offrire profonda soddisfazione. Proprio vero che stanno cambiando i tempi... !

Per l’apparecchio sono stati sviluppati ovviamente dei filtri digitali personalizzati ed è possibile che la maggiore complessità del software sia alla base di quella manciata in più di secondi rispetto alle versioni Delta/Sigma che viene richiesta prima di entrare in esercizio. Si tratta della minore delle differenze dai modelli base e base evoluto, a tutto vantaggio della versione multibit. Si apprezza in maniera macroscopica un aumento di incisività che dona alla ricostruzione sonora una grana molto più fine, a tutto vantaggio della risoluzione e del dettaglio dell’immagine sonora. Al tempo stesso sembra che il Modi Multibit suoni più forte e rispetti maggiormente gli attimi di silenzio della rappresentazione sonora. A beneficiarne è soprattutto la porzione delle medie frequenze ma è tutto lo spettro a risultare equilibrato e di livello. La polifonicità di voci e strumenti nei brani più complessi assume un calore e una capacità comunicativa, senza scadere in una sorta di melassa sonora, a tutto vantaggio di una scansione degli eventi sonori molto realistica o, comunque, piacevole. L’impressione non cambia nemmeno con materiale sonoro ad alta definizione, nonostante i presunti limiti (almeno da parte dei detrattori della tecnologia utilizzata) affibbiati al sistema: le performance sono assolutamente godibili ed è davvero difficile asserire che siano meglio o peggio fornite di sistemi più tradizionali, peraltro di più elevato costo.

Siamo di fronte a un dilemma abbastanza importante in cui si schierano differenti fazioni fra sostenitori e detrattori dell’alta definizione! In effetti la nostra “crociata” circa la guerra dei formati e la rincorsa spasmodica al “rialzo” vorrebbe identificare i concreti parametri che caratterizzano un buon suono da uno “brutto” a prescindere dal formato, in quanto sono gli apparecchi a fare la differenza e non le supposizioni teoriche. In altri termini, e in via leggermente provocatoria, spesso la miglior qualità di riproduzione che deriva da un 96/24 è conseguenza di una “pessima” riproduzione del 44/16! Se per caso si ottimizzasse il 44/16, allora le differenze sarebbero molto più ridotte all’ascolto anche aumentando il formato! È un po’ quel che accade oggi: eclatanti, quando sono presenti, le differenze fra 44/16 e 96/24, molto meno passando ai formati successivi. Con il Modi multibit ci troviamo di fronte a un raro esempio concreto che destabilizza, ad ampio, una serie di luoghi comuni che hanno bisogno di essere “scossi”. A prescindere, poi, da ogni tipo di presupposto teorico, di fatto la musica a più larga diffusione è quella 44/16, anche in modalità compressa con perdita; per quale motivo, allora, “accanirsi” con trattamenti digitali del segnale per adattarli a un formato “avulso” dalla natura del DAC (i DAC Sigma Delta sono all’opposto per la riproduzione di un formato PCM) quando è possibile realizzar un DAC adatto per il PCM? Un’ultima crociata o parte di quella principale: le prestazioni strumentali! Un ladder, soprattutto economico, non offre prestazioni “decenti” al banco di misura su certi parametri, anzi, è teoricamente inferiore! Ma saranno i parametri “giusti” che poi concorrono alla creazione di un suono “gradevole”? 

Fuor di polemica va detto che la prestazione complessiva può essere annoverata qualche spanna al di sopra della classe di appartenenza del prodotto, decisamente oltre la soglia di demarcazione (immaginaria ma ben salda) di ciò che definiamo Hi-Fi. Non è solo questo, che pure non è poco, che ci ha affascinato: in termini più generali toccare con mano il fatto che i postulati espressi dalla coppa Stoddard & Moffat sono praticabili (con l’aggiunta, secondaria o meno, di non dover ricorrere alle “lusinghe” della manifattura orientale), apre un nuovo capitolo dell’Hi-Fi, almeno se si considera che le basi solide su cui edificarne il rilancio possano essere identificate nelle dinamiche correlate al primo impianto. In questo senso il Modi Multibit (ma a voler essere iconoclasti basterebbe anche il Modi 2) è un punto di partenza - ce ne sono ancora pochi - su cui edificare impianti poco costosi ma di grande soddisfazione. Che poi l’apparecchio offra quel che ha da offrire indifferentemente nel vecchio e nel nuovo modo di ascoltare, è solo a tutto vantaggio dell’utente finale!

Perché, per dirla con Moffat, “Partecipo sempre più frequentemente a meeting di ascolto in cuffia e vedo gruppi di giovani audiofili che mi ricordano me a quell’età. Hanno fondi limitati ma molto entusiasmo nell’ascoltare la musica nel migliore dei modi. Dobbiamo fornirgli il nostro contributo per tramandargli un’eredità non solo mia ma di tutto il nostro hobby, ma se ci concentriamo solo su prodotti più costosi di un’automobile il nostro passatempo è destinato a fallire. Dobbiamo ritornare a giocare e a non prenderci troppo seriamente da negarci il divertimento di questo hobby”.

Come non essere d’accordo?

[ Pubblicato su SUONO n° 520 - ottobre - novembre 2017]

DAC 

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