Roksan Xerxes 20plus

Qual è il compito di un giradischi? Girare un disco, a una velocità costante, senza introdurre rumore! La risposta è forse parziale perlomeno nella misura in cui rappresenta principalmente il punto di vista di una delle fazioni in cui l’Hi-Fi ama e ha amato dividersi, ma ben identifica gli sforzi di quella pattuglia di pionieri che, al tempo, si dedicarono al terzo dei requisiti (“senza introdurre rumore”) sortendo risultati rivoluzionari per l’epoca, perlomeno rispetto alla comune percezione del giradischi.

29/03/2019
di A cura della redazione redazione@suono.it

Le caratteristiche

Prezzo: € 5.000,00
Dimensioni: 45 x 11,5 x 37 cm (lxaxp)
Peso: 12 Kg
Distributore: High Fidelity Italia - www.h-fidelity.com
Tipo: senza braccio Telaio: triplo a disaccoppiamento in silicone Trasmissione: cinghia in neoprene Piatto: piatto e sotto piatto in lega d'alluminio Velocità (RPM): 33 e 45 con cambio elettronico Braccio: no Wow & Flutter (%): 0,02 Rumble (dB): <-80 Note: perno piatto in acciaio indurito su sfera in carburo di tungsteno, sede cuscinetto in bronzo. Motore asincrono a 24 poli con puleggia in lega d'alluminio.Finitura nera o palissandro

(sintesi del test pubblicato sulla rivista)

Circa a metà degli anni ’60, Thorens con il TD 150 e Acoustic Research con l’XA, l’unico giradischi prodotto dalla nota casa di diffusori, frutto dell’opera di Mitchell Cotter e Ed Vilchur, si contendono l’imprimatur del giradischi con controtelaio sospeso. Un’innovazione che viene rapidamente ripresa dai costruttori più glamour del momento: il primo è William James “Hamish” Robertson con il suo Ariston RD11. Parti del giradischi vengono realizzate in una fabbrica di precisione che diventerà famosa e dove il figlio del proprietario, Ivor Tiefenbrun, riprendendo alcuni concetti dell’RD11 (ma la causa di plagio intentata da Robertson darà ragione a Tiefenbrun) dà vita al Linn LP 12, giradischi iconico e aggiornabile in quasi tutte le sue versioni. Ariston (poi diventerà Dunlop Systemdek e infine Audio Note), Linn, Mitchell con il Girodeck, Pink Triangle... Tutti sono figli di quella intuizione che AR (con poca fortuna anche se oggi quell’unico modello viene conteso nelle aste) e Thorens avevano avuto e costituiscono una discreta pattuglia che si contrappone al concetto di giradischi a telaio rigido con querelle simili a quelle generate dalla diatriba a cinghia o a trazione diretta, di lontana memoria, sebbene entrambe mai sopite. In questa atmosfera da guerra santa irrompe nel 1985 Touraj Moghaddam: appena laureatosi in Inghilterra, è proprietario di un LP12 che, però, non lo convince pienamente. Sfruttando la possibilità di una ricerca post laurea all’Imperial College, arriva a sviluppare una terza via: invece di utilizzare un controtelaio sospeso e molleggiato, immagina un nuovo disegno del basamento e una differente installazione del motore.
L’intuizione era quella di non ridurre le oscillazioni dei sistemi elastici di sospensione e aumentare la componenti di smorzamento; in sostanza, invece di utilizzare molle ha impiegato supporti in gomma cedevoli e viscosi interposti nei vari sistemi rigidi accoppiati fra loro. Sono i fermenti che danno vita, quando Moghaddam si unisce a Tufan Hashemi, anch’egli graduato all’Imperial College e di origini persiane come l’amico, alla Roksan, nome che si ispira alla mitologia persiana come il primo prodotto della neonata azienda, lo Xerxes. Dalla prima versione si sono succedute molte varianti che mantengono comunque lo spirito iniziale e beneficiano delle innovazioni raggiunte nello sviluppo di polimeri ed elastomeri. Il giradischi, quindi, è costituito da un sistema rigido principale in cui sono fissati il braccio e la sede del perno del piatto, in sostanza l’unico sistema perfettamente rigido e geometricamente stabile comune a tutti i giradischi odierni. Nello Xerxes il sistema è poggiato su una serie di cinque supporti a cupola in gomma utilizzati prevalentemente in ambito industriale per isolare macchinari pesanti, vibranti e rumorosi dal piano di appoggio ed evitare di trasmetterle nelle aree circostanti. I cinque supporti in gomma sono fissati al piano di supporto (quello nero in basso) che è anch’esso isolato dal piano di appoggio a terra tramite altri quattro elementi in gomma identici agli altri ma installati in modo differente in quanto, ironia della sorte, lavorano non in compressione ma in estensione, in modo che il piano di supporto, invece di essere appoggiato, risulta “appeso” alle cupolette in gomma che poggiano a terra tramite delle torrette in metallo accoppiate direttamente a terra. L’ultimo elemento essenziale al funzionamento al giradischi è il supporto del motore di trazione che è costituito dalla tavola in legno (quella in alto che fa anche da cornice) che, invece, è fissata saldamente alle torrette in metallo che poggiano a terra, quindi senza alcun tipo di elemento elastico e smorzante. In questo modo le vibrazioni generate dal motore si propagano sulla tavola e tramite i quatto punti di contatto al piano di appoggio ma non al resto degli elementi, che sono in parte sospesi e in parte poggiati su elementi elastico/viscosi disaccoppianti. L’unico punto di contatto fra motore e “resto” del giradischi è attraverso la cinghia che, oltre a essere in gomma, beneficia in particolar modo della soluzione adottata su motore per ridurre le vibrazioni indotte dalla rotazione controllata elettronicamente: il corpo del motore è fissato su un cuscinetto a sfera in asse alla puleggia e tenuto in posizione da una molla, in modo che ogni piccola variazione repentina di velocità sia compensata dalla massa del motore che è libera di oscillare. Ne deriva un sistema isolato in cui il gruppo piatto-braccio-testina è quasi scollegato dal resto del mondo in quanto anche i collegamenti elettrici del motore sono fissati saldamente al piano superiore solidale con il motore e scollegato dal resto.
Il sistema è stato pensato per essere ottimizzato e aggiustato geometricamente con precisione agendo quasi su ogni singolo componente dotato di bulloni di regolazione. Ciò consente di raggiungere un livello di precisione molto elevato di complanarità di tutti gli elementi in gioco, anche in considerazione del fatto che, visto che sono tutti sospesi elasticamente con giunti in gomma, c’è bisogno almeno una volta dopo l’assemblaggio di una regolazione fine. Anche il piatto evidenzia molti aspetti certamente non innovativi e clamorosi ma efficaci, mirati e soprattutto realizzati a regola d’arte, con una cura e un risultato eccellente. Il perno è del tipo in acciaio molto duro ma di spessore esiguo che poggia su una sfera in tungsteno per ridurre al minimo gli attriti. In effetti il piatto, oltre a mostrare una rotazione estremamente precisa e senza oscillazioni, mantiene la rotazione per moltissimo tempo senza mostrare rallentamenti evidenti a ogni giro, a riprova di frizioni praticamente inesistenti!

I quattro elementi disaccoppianti in linea ricordano il fissaggio a cerniera del telaio nel modello originale, che non era del tutto separato dal piano superiore e nel quale il giunto aveva una funzione elastica.

Nel complesso è possibile affermare che grazie a una costruzione comunque semplice e non soggetta particolarmente a usura o deterioramenti, le scelte “ardite” sembrano non pregiudicare la vita del prodotto. Siamo di fronte a un modello “storico” (anche se oggi il termine ha perso in parte di significato) che nelle varie guerre di religione ha fatto una scelta ben precisa e pagante, perseguita con attenzione, qualità e coerenza. Come suona? Chiedetelo all’insieme braccio-testina che deciderete di abbinargli; lui, di suo, il compito preposto descritto nell’incipit di questo articolo lo ha svolto a dovere!

[ Pubblicato su SUONO n° 534 - aprile 2019]

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