Sonus faber Lumina I test

C’è mai stato bisogno di un minidiffusore e c’è ancora? La risposta alla domanda cambia non di poco la collocazione dei Lumina I, ultima fatica in ordine di tempo della Sonus faber. E che vi piaccia o no siamo di fronte ad una "entry killer"!

27/02/2021
di A cura della redazione redazione@suono.it

Quello dei mindiffusori è stato un fenomeno che ha assunto una dimensione inaspettata e per certi versi estremamente sopravvalutata dando vita nell’ambito Hi-Fi a una serie di leggende metropolitane e di distorsioni delle regole del buon senso, unici nel loro genere. A un certo punto della storia, un discreto balzo evolutivo avvenne come molti sanno per merito di un evento scatenante, la nascita dei BBC LS3/5a, che ha dato il via a questa tendenza. Cinquant’anni fa, il piccolo monitor portatile ha fatto decisamente la storia e ha anche mostrato un modo del tutto nuovo di intendere il campo sonoro riprodotto, con tutti i suoi limiti ma anche con una visione che ha stimolato i costruttori a fare sempre meglio, mantenendo quel form factor, quello dello “shoes box”, tanto osteggiato ma al contempo così pieno di fascino e di potenzialità! Inutile prendersi in giro: da un diffusore di grandi dimensioni le aspettative sono altrettanto ampie, ma da una scatola di scarpe ci si aspetta ben poco e l’esperienza che ne deriva è sempre al di sopra della più fervida immaginazione. Lo è stato all’epoca dei BBC e i ProAc Tablette hanno fatto il loro appena entrati sul mercato... Una delle grandi intuizioni, forse tra le più dimenticate, nel lavoro di Franco Serblin, fondatore di Sonus faber, fu quella al tempo di donare una dignità tattile e alla vista a quelle che venivano definite in modo sprezzante “loro malgrado” scatole da scarpe e di cui i maggiori esponenti, LS3/5a e Tablette, tutto erano fuorché belli! Fu una svolta epocale nell’ambito dell’Hi-Fi di classe e di lusso, avvenuta forse senza nemmeno rendersene conto, almeno nella portata dell’evento in sé. Sembra banale ridurre il fenomeno del minidiffusore solo alle sue dimensioni anche perché, nelle molteplici declinazioni che si sono succedute nell’ambito Hi-Fi, tutto ciò che è legato al bello, al comodo, all’essenziale è stato in gran parte distorto in quanto intorno a un sistema di piccole dimensioni ha preso vita un ecosistema (che ben poco ha di “eco”) fatto di teorie strampalate e di strategie di ottimizzazioni che hanno stravolto il piccolo magico prodigio: amplificatori di potenza smisurata, cavi inusitati, posizionamenti in mezzo alla stanza e accessori fra i più creativi erano solo l’inizio per ottimizzare un diffusore che nel suo contesto aveva giù tutto per essere “il piccolo, equilibrato, prodigio”. Il fenomeno ha visto un apice negli anni Ottanta ma anche se in calo non ha mai perso appeal anzi, anche se è vero che nell’accezione ha cambiato i suoi connotati con una progressiva cura calorica nonché di merito, tanto da travalicare quel che la definizione propriamente recita (bookshelf, ovvero da scaffale) a favore di un ibrido della cui inconsistenza abbiamo più volte disquisito: se la soluzione mini diffusore + stand occupa lo stesso volume di un diffusore da pavimento, perché non optare per il secondo facendo buon uso di quel volume utilizzato nel diffusore e non con il diffusore? Solo recentemente è stato ripreso in considerazione il taglio “minimo” del woofer che, per essere considerato un diffusore stand alone, si potrebbe collocare intorno ai dieci centimetri, soglia sotto la quale è veramente difficile ottenere una pressione credibile in bassa frequenza. Le dimensioni del volume di carico sono altrettanto importanti se si tratta di un diffusore passivo in cui il carico acustico ha vari scopi, primo fra tutti quello di estendere e incrementare il livello della risposta in gamma bassa; questo vincolo viene oggi bypassato tramite le amplificazioni dotate di DSP a bordo che riescono a compensare molti parametri dell’altoparlante, modellando la risposta all’estremo superiore e incrementando quella in basso, salvaguardando anche l’altoparlante nel caso di sovraccarichi; il diffusore amplificato, pertanto, raggiunge prestazioni impensabili rispetto al passato. Grazie all’evoluzione tecnologica sia nell’ambito degli altoparlanti ma soprattutto nelle amplificazioni dotate di DSP, ora il minidiffusore sta vivendo un momento di grande interesse anche perché, finalmente, con un sistema di dimensioni ancora più compatte dei primi BBC si ottengono risultati decisamente più completi e coinvolgenti di quelli dell’epoca. Ma se in questo ambito gli esempi di applicazioni che in qualche modo esibiscono un killer instinct non sono poche e dal costo contenuto, nel segmento di lusso relativo, quello che diede origine al fenomeno, i rappresentanti tanto della novelle vague che delle applicazioni più tradizionali sono pochi: Genelec Sonos e qualche altro (vedi anche nell’articolo che precede dedicato a Sonos e Triangle) per la novelle vague, Dali Menuet, Technics SBM-01 e poco più per i secondi... Elementi di quel connubio sensoriale che fece la storia si riscontrano invece nei Lumina I (le foto, ve lo anticipiamo, non rendono giustizia né all’ingombro né alla natura filante del design), ultima creazione della ditta italiana che proprio con questo modello opera anche una vigorosa sterzata nelle scelte di marketing, di posizionamento merceologico e di natura tecnica. “Il ritorno del mini diffusore”, verrebbe da dire, dato l’impegno davvero oneroso per rientrare in un segmento di mercato non sempre presidiato in questi anni dalla società vicentina. E invece è proprio questa la fascia di pertinenza dei Lumina I, prodotto di attacco della serie Lumina (acronimo di LUsso, design MInimale e suono NAturale) con la quale Sonus faber si inserisce nella fascia di mercato Hi-Fi compresa tra gli 800 euro del modello da scaffale (i Lumina I, appunto) e i 2.000 dei Lumina III da pavimento, a cui si aggiunge un centrale a completare una serie che è tutta qui, in controtendenza (o forse in anticipo?) rispetto alle scelte di molti costruttori che offrono normalmente almeno 4 modelli (due da scaffale e due da pavimento) quando non l’aggiunta di una ulteriore torre. Scelta meritoria a parer nostro (che non genera inutili doppioni e sovrapposizioni) se non per l’eccessivo margine (di scelte tecniche, di prezzo e di rapporto costi/prestazioni) tra i due modelli. Vero anche che i Lumina I sono un autentico gioiellino, lo sveliamo subito, a partire dalla forma inusuale con ridotto buffle frontale in favore delle altre dimensioni spaziali, comunque tutte ridotte al minimo (e si sa, come per le scarpe, più piccolo è il “numero” e più belle sono) al punto tale da non presentare o quasi competitor. Di fatto rappresentano il primo sistema che rientra a gran voce in un mercato che sembrava aver smarrito lo spirito della ricerca del bel suono e della grazia, soprattutto per quello che riguarda l’inserimento in ambiente e l’abbinamento con il resto dell’impianto...