Amplificatori integrati, un mondo in evoluzione

Qual è il ruolo odierno dell’amplificatore, forse il componente più uguale a se stesso da molti anni a questa parte, all’interno del sistema per la riproduzione della musica?Ruolo tradizionale ma al tempo stesso stretto da un lato dalle sorgenti non più solo analogiche e dall’altro dallo sviluppo, delle elettroacustiche che potrebbero beneficiare di tutte le opportunità offerte dal digitale nella trasformazione del segnale.

08/12/2014
di Paolo Corciulo p.corciulo@suono.it

Le fonti digitali vengono convogliate su collettori appositi (in questo modo possono essere interpretati i più moderni DAC ma anche molti ampli per cuffia, evoluti da un lato verso il digitale, dall’altro con funzione di controllo del volume), che almeno in parte eludono la funzione della tradizionale sezione pre. D’altro canto le elettroacustiche, in ragione dello sviluppo di moduli di potenza che operano nel dominio digitale e di tutta una intelaiatura tecnologica che tende a concentrare nello stesso posto il diffusore stesso e molti degli elementi fondanti della catena di riproduzione sonora (amplificazione attiva e biamplificazione, dsp, ecc, ecc... ), si sono evolute incorporando perlomeno la sezione di potenza di un amplificatore.
Se in un quadro del genere, per eccesso, si potrebbe ipotizzare la scomparsa dell’amplificatore di potenza (incorporato nei diffusori) e la trasformazione del pre (includendo le nuove istanze digitali), quale diventa o rimane il ruolo dell’amplificatore integrato? La tentazione, da molti praticata, è stata quella di includere in un integrato parte di quelle nuove istanze a cui abbiamo accennato, in omaggio a quella definizione, oggi un po’ in disuso, di “cervello” (il cuore di un sistema Hi-Fi che si rispetti), al punto da comprendere, in un amplificatore davvero universale, un po’ tutti i tipi d’ingresso oltre a quelli analogici ad alto livello o linea che dir si voglia (un po’ quello che rappresentava il sintoamplificatore di un tempo: era possibile “infilare” un sintonizzatore nella stessa scocca dell’ampli, e altresì impossibile infilarci un registratore a nastro o un giradischi. Oggi lo scenario cambia radicalmente).
Molteplici le conseguenze di una simile scelta, a cominciare dal fatto che essa comporta, da qualunque punto di vista la si veda, un aggravio di costi. Vero che il costo di gran parte delle sezioni comuni si può ottimizzare implementando in un integrato anche lo stadio fono e la sezione DAC; vero anche che in questo modo ci si trova legati a determinate scelte, sottoponendo l’apparecchio a un più accennato grado di obsolescenza. Se la sezione fono da circa un ventennio non subisce trasformazioni significative almeno nella sezione consumer, per quanto riguarda la parte digitale stiamo assistendo a continue evoluzioni che si succedono in tempi brevissimi: mesi, se non settimane, non certo anni! Sull’altro piatto della bilancia, va valutata la comodità di poter disporre di molti ingressi digitali in un apparecchio unico e di utilizzare un solo telecomando.
Comodità, facilità d’uso ed eventualmente convenienza (visti gli investimenti comunque importanti per la progettazione di un prodotto “aggiornabile” o comunque al passo con i tempi): ecco i primi elementi con cui il consumatore deve confrontarsi quando si accinge alla scelta di un amplificatore integrato! Non esistono dati sufficienti per gridare al mondo verità assolute in merito a questa evoluzione dell’integrato e, anzi, emerge che ogni prodotto fa un po’ caso a sé e se il prodotto risulterà infine più o meno valido dipende dalla capacità del costruttore di saper dosare l’aumento di costi, le variazioni della versatilità e gli effettivi miglioramenti nelle prestazioni.
In ogni caso, le prestazioni di un amplificatore integrato dipendono strettamente dall’interfacciamento con due universi opposti: sorgenti e diffusori! È anche questo il motivo per il quale è nata nel tempo l’esigenza di scegliere componenti separati e ancor di più di separare il preamplificatore dal finale di potenza, in quanto l’interfacciamento fra finali e diffusori può condizionare notevolmente il risultato complessivo, alla faccia delle sorgenti e dello stadio di preamplificazione.
In definitiva, la domanda che ci si deve porre in merito è abbastanza semplice: l’aumento di prezzo di un apparecchio che ha al suo interno un DAC è congruo se rapportato al costo di un DAC esterno di livello simile? Oggi è difficile dare una risposta univoca a questa domanda in quanto l’evoluzione è troppo rapida! È vero anche che se il gap non è eccessivo, nulla vieta all’utente di utilizzare la sezione interna DAC per le sorgenti meno nobili e un’altra più specifica per quelle d’élite; un po’ come acquistare un pre phono MC ad alto guadagno quando si ha a bordo già un fono ma solo MM...
Andrà inoltre considerato il fatto che un costruttore che vuole comunque mantenere nel suo catalogo dei prodotti di fascia bassa si trova davanti a un bivio con due possibili strade da percorrere: ricorrere a dei compromessi più o meno significativi per offrire un amplificatore omni comprensivo, ma dal risultato sonoro probabilmente limitato, oppure fare una scelta selettiva proponendo delle soluzioni più radicali in modo da offrire funzionalità che realmente interessano il potenziale utilizzatore?
Si tratta di apparecchi che in genere non presentano particolari caratterizzazioni dal punto di vista tecnico; elementi come la capacità sonora e la qualità della realizzazione assumono, dunque, un ruolo preponderante. I quasi 200 modelli formalmente presenti sul mercato fanno di quella degli amplificatori (entry level e di fascia media) una categoria affollatissima di concorrenti; un po’ tutti i nomi grandi e piccoli, generalisti o specialisti sono presenti con almeno un modello. Dei 7 utilizzati per questo speciale, 4 possono definirsi orgogliosamente tradizionali (e sono in genere in commercio da tempo); uno, il Rotel RA 10, viene “replicato” in una versione con ingressi digitali (RA 11 – vedi SUONO 487, luglio 2013). Dei due più recenti (Micromega e Creek) si può dire che “guardano al futuro” (il primo incorporando di default la sezione digitale, l’altro proponendola come add-on); un’integrazione che, come abbiamo detto, può non essere del tutto indolore, almeno in via teorica.
Vediamo qual è stata, da questo punto di vista, la nostra esperienza che, pur parziale, ha assunto una valenza univoca: già nel caso del paragone che avemmo modo di fare tra il Rotel R10 e l’R11 (quest’ultimo dotato di USB), dove la sezione di potenza, quella di alimentazione e il PCB principale sono praticamente le stesse (a differenza di quella di preamplificazione), unanimemente preferimmo il modello “liscio”. Qualcosa di simile è capitato anche nel caso del Micromega (del Creek ancora non sappiamo), dove la presenza di una USB datata e non particolarmente performante è stata alla fine interpretata più come un limite che come una funzione aggiuntiva poco interessante; considerando il prezzo al pubblico del MyAmp,  l’incidenza nei costi della sezione digitale dovrebbe essere minima o perlomeno non paragonabile al costo né di un DAC esterno né di un add-on come quello del Creek, che costa di più del MyAmp stesso (anche se si tratta di due prodotti differenti, l’esempio è calzante!). Forse per una ragione di aspettative (anche noi, come voi, siamo alla ricerca del prodotto unico e perfetto e in attesa di Godot!) la cosa si è trasformata in un boomerang sull’apparecchio che ne ha travalicato la reale valenza; i più attenti tra i lettori noteranno che in questa rivisitazione ad alcuni test sono stati assegnati nuovi valori, frutto della mutazione delle “condizioni al contorno” ma anche di una nuova prospettiva in cui leggere le performance degli apparecchi. Meglio allora orientarsi verso apparecchi più tradizionali? Se perseguite il valore nel tempo dei vostri acquisti quasi certamente è così, in quanto add on e sorgenti integrate spesso svalutano l’apparecchio oppure ne innalzano il costo oltremisura, senza costituire un plusvalore almeno nelle prestazioni e nella concretezza! Altra cosa accade, naturalmente, se il contenimento degli ingombri, la comodità e la facilità d’uso rappresentano per voi risorse essenziali... In questo caso, nel momento in cui l’implementazione è stata fatta in modo efficace (non sempre accade e l’integrazione diventa portatrice di complicazioni sopratutto di utilizzo) diventa un prodotto “imbattibile”!
In attesa che il mercato fornisca una risposta definitiva, vale la pena di fare un passo indietro e porsi qualche quesito più discriminatorio nella definizione delle qualità di un amplificatore. In fin dei conti, a prescindere dei vari orpelli che lo hanno “animato nel recente passato”, l’amplificatore dovrebbe ispirarsi ancora alla tradizionale e lungimirante definizione che ne diede Peter Walker al tempo: “un filo con guadagno”.
Sebbene il ruolo e una certa linea di pensiero (che lo vuole neutro e privo di enfasi propria, cosa che approviamo in toto) tendano erroneamente a sminuirne l’impatto e la valenza all’interno della catena di riproduzione, l’amplificazione rimane un elemento nodale di quella stessa catena. Non tanto per la sua capacità e versatilità nel ricevere e smistare segnali, oggi soppiantata, come abbiamo accennato, dalla presenza di componenti che lo precedono lungo la catena di riproduzione (tant’è che oggi, paradossalmente, basterebbero a un ampli 2-3 ingressi di cui uno analogico), quanto per la sua imperfezione, la misura in cui si allontana dalla felice definizione di “filo con guadagno”!
La capacità di fornire le sue performance indipendentemente dal carico costituisce l’elemento essenziale, a nostra opinione, per distinguere un buon amplificatore da uno che non è “un amplificatore dal proprio carattere”, né un succoso case history sulle capacità di interfacciamento ma soltanto un amplificatore mal progettato o, se preferite, eccessivamente sensibile alle condizioni a contorno! Quasi altrettanto importante, sembrerà sorprendente, è la presenza di una regolazione del volume che garantisca prestazioni costanti a differenti volumi forniti: è meno usuale di quel che si pensi... Questi due elementi condizioneranno le performance del vostro sistema in misura assai maggiore di tutto il resto, inclusa qualche decina di watt in più o in meno a disposizione!
Ulteriore elemento determinante, quanto trascurato in questo caso per la longevità ed espansione del sistema di amplificazione, la presenza di un’uscita Pre Out che apre le porte alla biamplificazione passiva, indubbiamente il sistema più performante e semplice per upgradare un amplificatore, tanto più nel caso si tratti di un sistema economico. A tal proposito sorprende e risulta quasi paradossale che la valenza di tale soluzione sia stata percorsa e per di più promossa nei sistemi home Theater dove, data la dovizia di stadi di amplificazione a bordo, sovente viene offerta la possibilità di utilizzarne alcuni in maniera parallela in biamplificazione passiva. Nel campo dei sistemi stereo questa soluzione, pur performante, sopratutto nei sistemi economici in cui si percepirebbero concreti miglioramenti, è “sconosciuta”. Stranamente alcuni grandi “nomi” propongono tale soluzione ma solo nei sistemi alto di gamma (ricordiamo Accuphase e Cambridge Audio, provato nello scorso numero di SUONO). Fra i nuovi nomi Devialet offre un esempio illuminato di inegrazione fra sezione di controllo e amplificazione configurabile, ma a costi importanti, mentre offre qualcosa di simile la sezione di amplificazione del Linn Sneaky Music DSM, costituita da due coppie di canali che possono essere configurate in modo da essere entrambe accese, indipendenti fra loro per la configurazione in bi-amplificazione passiva, una spenta e una accesa, utilizzando solo una coppia per la configurazione stereo standard, e spente, per utilizzare l’uscita linea, variabile o fissa visto che anche il volume è configurabile come variabile oppure fisso.
Linn e Devialet aprono un nuovo capitolo, tutto ancora da scrivere, sull’architettura dei dispositivi di controllo e di potenza del futuro, in cui i quattro attori nella riproduzione vengono coinvolti all’unisono, uno in funzione dell’altro: sorgente - crossover - amplificazione - altoparlante. In effetti, ciò avviene tutt’ora con i diffusori amplificati più recenti in cui le opportunità del digitale però si scontrano con altre problematiche. Ci troviamo, infatti, di fronte a un susseguirsi di trasformazioni dal dominio analogico a quello digitale, senza un apparente criterio logico, dettato solo dalle necessità o dagli attuali limiti di implementazione.
Ma questa è un’altra storia...

[ Pubblicato su SUONO n° 493 - dicembre 2014]

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