Il vinile tra trend e fattore culturale

Nell’era dello streaming e dell’accesso (così la definisce nel 2000 Rifkin parlando di era dell’accesso per indicare uno sconvolgimento del concetto di proprietà, dato che i mercati stanno cedendo il posto alle reti, la proprietà è sostituita dall’accesso), assistiamo al ritorno di un formato tecnicamente obsoleto.

17/03/2017
di Salvatore Nocerino nocerino.salvatore85@gmail.com

Come è possibile che mentre avviene una vera e propria rivoluzione musicale in termini di fruizione, un vecchio formato torni sulla cresta dell’onda realizzando introiti che non hanno nulla da invidiare alle controparti gratuite o semigratuite e ipertecnologiche alle quali si accompagna? Fino a che punto si può sostenere che questo ritorno non sia semplicemente dovuto a una moda del momento o a un fattore nostalgico, quanto invece a una vera e proprio scelta culturale dell’ascoltatore? Verso la fine del primo decennio del 2000 e per oltre la prima metà del secondo decennio si è manifestata un’evidente ripresa parallelamente dell’interesse sia del consumatore di riferimento che della produzione industriale per il supporto LP, che sembrava essere destinato definitivamente alla storia già alla fine degli anni ’80, quando il CD ottenne il quasi totale dominio sulle vendite di musica. Dai dati di mercato si evince chiaramente che l’interesse per il vinile riguarda ampiamente un pubblico maturo senza escludere in nessun modo il pubblico più giovane. Anzi, ciò che risulta interessante è proprio quest’ultimo dato: il relativo boom di vendite di dischi di nuova produzione relativo a musica di interesse giovanile testimonia l’interesse di questa fetta di pubblico, nell’ordine del 20% annuo tra il 2007 e il 2010. Questo comportamento da parte del pubblico più giovane è legato molto probabilmente a una curiosità verso il formato, tanto per il valore simbolico che ha in sé quanto per il fatto che è il formato utilizzato dalla generazione precedente, quella dei loro genitori. Gli studiosi di moda nel senso più ampio del termine tracciano una sottile linea di demarcazione tra il rétro e lo storicismo, due aspetti molto importanti del fenomeno che probabilmente stanno influenzando questo revival del vinile. Infatti il rétro rielabora stili abbastanza recenti e di cui la maggior parte delle persone ha dunque memoria. Tanto l’utilizzo del formato LP, quanto il formato in sé possono trovare una risposta nel rétro. Lo storicismo, invece, cerca la propria ispirazione ancor più indietro nel tempo ma non ha nulla a che fare con costume o travestimento. Va sottolineato che il vinile si può considerare una tecnologia troppo recente per avere questo tipo di riferimento, poiché la fonografia stessa ha solo poco più di un secolo di vita. Ad ogni modo, non è raro che la moda vada a ripescare nel passato, anzi, lo fa di continuo, tanto che questo ripescaggio è divenuto un elemento strutturale e costituente della moda stessa. Vivienne Westwood è considerata tra gli stilisti uno dei maggiori storicisti contemporanei e ha ampiamente sostenuto che la modernità è una prospettiva che va abbandonata nella moda e che la moda stessa è indice di questo, in quanto la gente cerca qualcosa di intuitivo e di conseguenza torna in modo intuitivo al passato.

Il sistema della moda di Roland Barthes spiega molto chiaramente quanto la moda stessa abbia una storia ciclica che molto raramente risulta allineata a cambiamenti sociali e a correnti interne alla cultura. Questa concezione, unitamente alle dichiarazioni della Westwood, può essere utile, in qualche modo, a spiegare come mai seppure il mondo della musica col suo mercato, i suoi stili e generi sia diretto verso il digitale, l’accesso e lo streaming, si verifichi la rinascita di un formato ripescato nel più recente passato. La spiegazione sembra calzare a pennello, dando fondamento alle considerazioni che tendono verso un fattore moda.

È un fatto reale che il vinile, oggi come oggi, rappresenti una moda e stia tornando in grande stile senza risparmiare colpi.

La moda si nutre di cambiamenti ma non intesi necessariamente come progresso, tanto è vero che tutto ciò che è fuori moda, prima o poi, finisce per tornare in voga. Nella moda al concetto di rétro si accosta il concetto di vintage. I due concetti sono sicuramente legati ma non coincidono, invero quando parliamo di vintage stiamo parlando di abbigliamento d’epoca originale e non di prodotti nuovi, ma che si ispirano stilisticamente a vecchi modelli, quasi a voler sostituire definizioni come usato o di seconda mano. Tutto ciò però non è sufficiente a spiegare la sopravvivenza e la longevità del formato. Il fattore moda, seppure molto significativo, non esclude un fattore culturale. Invero, la moda e gli usi fanno parte della cultura dei popoli e le due cose non si possono separare, vanno di pari passo. Sebbene la moda sia raramente allineata con i cambiamenti sociali e le correnti culturali, non significa che non ne faccia parte o che non ne sia elemento costitutivo. Anche la musica è spesso plasmata dalla moda e la musica è ricca di citazioni e riferimenti relativi al passato. Non sono esenti da ciò neanche le modalità di ascolto e i relativi formati di cui si dispone ampiamente oggi. Molto probabilmente esistono poche cose al mondo che variano significatamente quanto la musica e l’esperienza musicale. Sembra infatti che gli ascoltatori siano sempre vincolati a un elemento soggettivo nell’ascolto e allo stesso tempo bisogna sempre ricordare che le proprietà fisiche del suono modellano oggettivamente quello che ascoltiamo. L’esperienza musicale mostra variazioni tipiche delle altre esperienze culturali e il motivo principale di queste variazioni è che la creazione, la trasmissione e la diffusione di musica, richiedono una complessa mediazione, tant’è vero che sono relative alla questione del medium musicale anche le condizioni di produzione e ricezione della musica. Di conseguenza non bisogna avere nessun dubbio sul fatto che il come culturale e tecnologico della musica sia altrettanto importante quanto l’aspetto ritmico e melodico.

A conferma di questo una dichiarazione di John Cage: “Le persone devono imparare in definitiva a usare la registrazione non come musica ma come registrazione in sé”. Quando la musica diviene un disco in vinile acquisisce molteplici livelli di significato e questo è vero ancor più se prendiamo in considerazione il significato sociale che la musica porta con sé. La questione del vettore di suono e il suo percorso storico appartengono a questa storia: il formato musicale non è separabile dalla pratica e dal contesto tipico in cui è inserito e praticato. Ciò è vero tanto per il vinile quanto lo è per il walkman e per il lettore MP3. L’intreccio pratico di molteplici aspetti dell’esperienza musicale rende difficile la comprensione di come questi siano connessi tra di loro e quale ruolo abbiano nel complesso mondo del medium di musica. Da ascoltatori spesso si tende a dire che la musica è tutto ciò che conta. La verità però è che la musica è una figura semplificata del discorso, un’elisione del linguaggio di tutti i giorni che può glissare su molte condizioni più o meno ovvie che la rendono una potente forza sociale. Queste condizioni sono storicamente dinamiche, tecnologicamente contestualizzate, materialmente mediate e in quanto tali contano per noi molto più di quanto vorremmo normalmente ammettere. In breve si può affermare che c’è molto più che solo musica nell’ascolto casuale, il che fa percepire l’utilità evidentemente funzionale alla spiegazione, della divisione tra content e supporto… Una visione più ampia e meno esclusiva della musica riprodotta si può ottenere pensando alla registrazione analogica, non solo come una registrazione di musica ma anche come una registrazione culturale, guardando al mezzo analogico stesso come un messaggio culturale e facendo esperienza della materia più profonda (i contenuti) nella superficie concreta dell’oggetto stesso (supporto).

La musica non è realmente immateriale, anzi, tutt’altro: la storia dell’esperienza musicale è un fenomeno materiale, così come il mondo della cultura umana più in generale, che si avvale di corpi sensuali, oggetti concreti e complesse mediazioni.

L’idea romantica legata alla smaterializzazione della musica e quindi al concetto di contatto diretto con l’arte o il credere alla sostanza puramente estetica del contenuto non è mai stato possibile fino a ora senza la mediazione della materia. La persistenza della registrazione analogica nell’era digitale offre un esempio di medium che rifiuta di scomparire sebbene marginalizzato a una nicchia, dandoci una prova dell’importanza più generale del medium o del supporto. Proprio la continuità del formato nonostante l’irresistibile trasformazione digitale è il problema di base quando si affronta la questione della durevolezza e della rinascita del vinile. Nel rispondere quindi alle precedenti domande si continua a incappare in nuovi interrogativi, ad esempio: come e perché i media cambiano, e perché accade che alcuni supporti resistano al cambiamento? Quello che cambia è il tipo di supporto che utilizziamo. Dalla sopravvivenza e dal revival del supporto analogico nel contesto digitale possiamo ben intuire che se anche il contesto non determina un fenomeno culturale, esso forma attivamente la nostra interpretazione riguardo a ciò che viene creato e al modo in cui noi diamo un valore alle cose. La totale digitalizzazione della cultura, e quindi non soltanto della musica, ci rende irrimediabilmente sensibili a ciò che potremmo guadagnare o perdere nell’abbracciare definitivamente e continuamente i progressi tecnologici. In buona sostanza, ciò che entra in gioco nel mercato di questo tipo di prodotti non è univocamente definibile ma ci sono molti fattori che sono legati alle emozioni, che ne determinano il successo e la sopravvivenza. Non è solo la qualità oggettiva del vinile a determinare la sua sopravvivenza, ma si può ad esempio pensare al particolare calore che viene attribuito all’ascolto analogico, agli odori, al colore, al rituale culturale legato all’uso di questo oggetto, a ciò che esso rappresenta simbolicamente e alla qualità superlative del confezionamento. In qualche modo la digitalizzazione ha gettato nuova luce sulla tecnologia analogica che in questo caso sembra non essere stata rimpiazzata bensì riallocata in una posizione potenzialmente più vantaggiosa. Nell’era della totale digitalizzazione è facile pensare al vinile come al formato per così dire sacro, rispetto al più mondano e per ogni giorno formato digitale. Lo standard del digitale viene quindi dal formato analogico, dove l’analogico come il vinile è la base reale che sottiene alla musica digitale. La registrazione analogica rappresenta un punto di riferimento nel panorama mediatico moderno, e sta al centro di una grande trasformazione culturale del XX secolo, con il ruolo di vettore del suono ultramoderno. Il vinile ha un valore simbolico estremamente elevato, mettendo in comunicazione gli artisti con il loro pubblico di riferimento attraverso il loro lavoro e quello di abilissimi ingegneri che sono stati in grado di materializzare ciò che a prima vista sembrava del tutto immateriale, ovvero sentimenti, pensieri, emozioni, idee e ideali. Ha catturato l’astrazione musicale fissando onde sonore in forma tangibile nella registrazione. La composizione musicale non è tangibile, ma la registrazione sonora l’ha resa tale attraverso il vinile! Non si ascolta semplicemente musica con il vinile ma c’è un contatto visuale diretto con la musica, come col braccio del giradischi che letteralmente suona il messaggio di una registrazione girevole, e ciò è parte integrante di un’esperienza musicale analogica.

La registrazione analogica sta al suono e alla musica come il libro alle parole e alla letteratura e proprio per questo motivo la duratura eredità del vinile non può cessare di esistere automaticamente non appena una nuova tecnologia viene in essere, così come il teatro molto difficilmente potrebbe essere rimpiazzato dal cinema. Tutti questi media sono capaci di generare una propria cultura e tutte le culture sostengono i propri oggetti iconici. Nel 1950 il vinile tecnologicamente formato e ampiamente accessibile avviò un processo che avrebbe cambiato la nostra cultura per sempre. A livello sociologico ciò ha avuto due significati principali: 1) Musica e suono si sarebbero potute trasmettere non solo a livello spaziale ma anche a livello temporale, cioè nel tempo. 2) La musica sarebbe entrata a far parte dell’ambiente domestico e questo è stato un grande passo nella democratizzazione dell’accessibilità dell’esperienza musicale, di voci registrate e altri suoni. Una vera e propria rivoluzione che ha alterato la portata e la profondità della ricezione dell’estetica musicale e degli altri contenuti audio. Un mezzo per natura pubblico a uso privato. La musica è tanto un fattore di intrattenimento quanto un vettore di conoscenza e il vinile ha esposto gli ascoltatori alla musica facendo in modo che si ponesse attenzione su quanto ci sia al di fuori della propria cultura e su cosa le altre persone siano in grado di fare con la propria voce e i propri strumenti, permettendo alla gente di imparare la musica con l’ascolto, aprendosi al mondo della molteplicità di culture e di tradizioni musicali. L’LP ha aperto negli anni ’50 nuove porte alla percezione estetica, dove estetica e sociale sembravano essere fortemente intrecciati tra loro. Acquistato e scambiato, il vinile ha rappresentato una nuova consapevolezza culturale, una nuova rete di apprendimento e insegnamento, acquisendo quindi un ruolo significativo nella cultura internazionale, tale da non poter essere abbandonato, lo stesso ruolo che ha il libro cartaceo. Il pop moderno e la musica Dance emersero negli anni ’50 che di conseguenza vennero definiti la rivoluzionaria “swinging decade” del 1960 e attraverso il suono del Rock e del Soul il vinile divenne una parte inseparabile di questa storia.

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