Alla scoperta di Blaiotta

Departures (Filibusta Records) del trio accreditato a Danilo Blaiotta, è uno degli album più interessanti di questo periodo con un approccio stilistico che mette in evidenza la varietà di ispirazione che è propria del pianista calabrese, insistendo sopratutto sull'interplay che mette in luce anche le doti della sezione ritmica (Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria). Un nome in rampa di lancio che merita di essere conosciuto meglio.

13/07/2020
di Vittorio Pio

l nome del disco allude ad un salpare verso nuovi orizzonti: si tratta di una fuga, di una ricerca, un approdo o cosa altro?
Escluderei la fuga di sicuro: ricerca e approdo mi sembrano termini più adatti a descrivere le partenze che ho messo in evidenza.. Ovviamente il focus è su alcuni avvenimenti che hanno caratterizzato la mia vita, essendo discretamente “nomade” dall’età di 13 anni.

Sei giovane ma hai una discreta esperienza alle spalle, fitta di altri incontri e collaborazioni. Finalmente hai esordito a tuo nome, da quanto pensavi di farlo e quando hai capito che finalmente era arrivato il momento giusto?
Ho aspettato molti anni prima di affrontare questa questione. Il mio percorso musicale è partito e si è sviluppato moltissimo attorno alla musica classica.. Fino ai miei 23 anni non avevo mai fatto un concerto jazz, ero in tutto e per tutto un concertista classico, laureato due volte in pianoforte al Conservatorio e con anni di perfezionamento sia alla Scuola di Musica di Fiesole sia con il maestro Aldo Ciccolini.. Si può dire che la mia vita è iniziata a cambiare nel 2012, quando decisi che dovevo cercare di intraprendere la carriera jazzistica, sogno nel cassetto fin dalla mia pre-adolescenza. Ecco il motivo della mia attesa; non mi sarei mai sentito pronto per un’uscita a mio nome se non dopo una serie di esperienze e soprattutto dopo una consapevolezza più matura di un linguaggio così impervio come quello jazzistico. Da bambino ero considerato un piccolo prodigio del pianismo classico, ma mio padre ascoltava jazz in casa. Specialmente i dischi di Keith Jarrett. io però ricordo di non capire il senso dell’accostamento tra pianoforte e batteria.. Tutto cambiò quando andai ad ascoltare un concerto di un trio, probabilmente il Maestro Enrico Pieranunzi: dal giorno dopo non ho praticamente ascoltato altro.

Buoni originali e standard non battutissimi, fra cui una scelta davvero azzeccata in “Gioco d'azzardo”, la straordinaria ballad di Paolo Conte...come ci sei arrivato e perché hai trovato interesse nella musica dell'Avvocato?
Mi considero “paolocontiano” dalla nascita. Sono cresciuto con i suoi dischi ed i suoi concerti. Per me inoltre un buon musicista deve essere innanzitutto un bravo artista, attento ed appassionato nei confronti delle arti. Trovo che, sia musicalmente che “poeticamente”, l’arte di Paolo Conte sia molto difficile da eguagliare. Ci troviamo di fronte ad un mostro sacro, un visionario, un Poeta. Inoltre adoro gli arrangiamenti e il suo partire dalla musica prima di concepire il testo di una canzone. Questo la dice lunga.

Influenze, stili, consapevolezze e deviazioni lungo il tuo percorso di formazione...
Il primo disco che consumai fu “Whisper not” del Keith Jarrett Trio, proprio nel 2000 (era appena uscito). Un disco come tanti fatto da standard.. Era però uno dei primi dischi incisi dal pianista di Allentown dopo la malattia. Si sente quindi il desiderio di approcciarsi alla tradizione come non mai. Era quello che mi serviva. E poi la folgorazione con “A love supreme” di Coltrane. Ero rapito specialmente dal mondo della modalità, dallo sviluppo di quel modo di improvvisare di McCoy Tyner così moderno e fuori da molti concetti stilistici mainstream. E poi l’influenza della musica francese del primo novecento: Debussy è sempre stato mio autore di riferimento, e negli anni di studio con Aldo Ciccolini questo amore è esploso. Studiai quasi tutto il repertorio pianistico ed eseguii in concerto metà di esso. L’influenza dello stile debussiano me lo sono portato dietro anche come compositore. A lui è infatti dedicata la track di apertura del disco: Claude.

Vivi a Roma adesso, come vedi la scena locale e cosa vuol dire oggi suonare questa tua musica in Italia dove non pare ci sia stato un effettivo cambio generazionale?
Roma è il finale momentaneo delle mie departures. Città straordinaria, dalla quale sono affascinato e che amo vivere con tutte le contraddizioni. Questa città è come la vita di un artista: croce e delizia, estasi e problematiche. Per collegarmi alla seconda parte della domanda, oserei dire che è un po’ come suonare jazz oggi in Italia. C’è una quantità innumerevole di buoni musicisti e ottime uscite discografiche. Un gran fermento dunque, non sempre però supportato dalla domanda, che spesso nella mia generazione, al di fuori degli addetti ai lavori o più specificatamente dei musicisti, scarseggia.Sono però ottimista sulla mia vita artistica; ho trovato interesse nella mia musica da parte di svariate organizzazioni. Nei prossimi mesi spero di far girare il più possibile questo come i progetti futuri.

Chiudiamo ancora con il Jazz: cosa ti ha insegnato fino a qui?
Il jazz è la musica dei popoli. Non lo dico io, ma Herbie Hancock ambasciatore del jazz per l'Unesco. Non c' è niente come questa musica per spiegare il concetto di commistione, di uguaglianza, di "meticcio" in senso positivo. Il jazz nasce da tutto questo, e anche il suo sviluppo sul palco.. Mi spiego meglio: ognuno, in gruppo, è solista e accompagnatore; ognuno è leader per sezioni, ognuno è protagonista e appoggio al protagonismo degli altri. Credo sia l'insegnamento più importante che questa musica può dare. Sta ai musicisti coglierla, e perché no, anche agli ascoltatori più attenti.

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