Ara Malikian; sono solo un musicista

Così ama (non) definire la sua vita e la sua musica questo violinista di fama mondiale dalla irrequieta creatività che, in fuga dalle etichette di genere, ha trovato riparo in una formula musicale che si esprime nella maniera più compiuta nell’incontro vitale con il pubblico. All'inizio di dicembre sarà per la seconda volta in Italia.

21/11/2019
di Francesco Bonerba e Luca Di Leonardo

foto Rodrigo Mena e Miguel Romero 

L’incontro con il violino sin da piccolo, grazie al nonno e al padre. La scoperta della musica come aggregatore sociale e terapia rigenerante, avvenuta in un garage durante la guerra civile libanese, esperienza da cui nascerà il suo nuovo disco doppio Royal Garage. Poi la fuga in Germania, gli studi alla Guildhall School of Music & Dram di Londra, l’inizio di collaborazioni importanti con nomi del calibro di Franco Donatoni, Malcolm Lipkin e Kuciano Chailly, l’approdo in Spagna, l’esperienza di primo violino, durata sette anni, presso la Royal Symphonic Orchestra in Madrid, e infine l’inizio della carriera da solista in giro per il mondo, con circa 480.000 biglietti venduti in 280 concerti. Ara Malikian, recentemente protagonista di un bel documentario realizzato dalla compagna Nata Moreno, A Life Among Strings, ama stupire sé stesso e il pubblico, fuggire dalle classificazioni, mescolare i generi, improvvisare restando fedele solo al proprio viscerale amore per la musica declinato attraverso le corde del suo violino, autentica estensione fisica del suo spirito. A inizio dicembre sarà di nuovo in Italia per cinque imperdibili date con ‘Royal Garage Tour’, il tour a supporto di ‘Royal Garage’, il nuovo doppio album pubblicato in tutto il mondo a maggio di quest’anno. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per una esclusiva intervista per SUONO.

Hai iniziato a suonare il violino sin da piccolo, senza riuscire più a separartene come racconti anche nel documentario. Perché credi di esserti innamorato proprio di questo strumento e non di un altro? Come si mantiene viva una “relazione” per così tanti anni consecutivi?
Mi innamorai del violino perché mio padre me lo ha dato in mano facendolo diventare parte della mia vita. Lui era un fanatico del violino. Continuo ad esserne innamorato perché ho sempre cercato di non cadere nella routine e di inventarmi qualcosa che mi piace. Credo che la routine possa essere insopportabile.

Il violino ha salvato tuo nonno dal genocidio armeno – storia che racconti nell’album l’album The Incredible Story of Violin – e ha consentito a te di uscire dal Libano e diventare un artista di fama mondiale. Hai mai vissuto un momento in cui pensavi non ce l’avresti fatta?
Certo, esistono sempre momenti di dubbio nei quali ti chiedi “ce la farò?”. Però c’è sempre la motivazione. Capita di cadere, di fallire. Quando fallisci sei pieno di dubbi. Nonostante questo, in nessun momento ho perso la motivazione che mi ha mantenuto vivo e mi ha dato la forza di continuare a fare quello che mi piace.

Nella tua musica trovano spazio non solo le tue radici armene ma anche influenze arabe, ebraiche, gitane e Kletzmer, rimandi al tango argentino e al Flamenco spagnolo. Come funziona il tuo processo creativo? In che modo scegli la sonorità giusta da inseguire?
È vero, ho avuto la possibilità e anche la fortuna di suonare molti stili diversi. Però le cose che ho fatto le ho sempre vissute, imparate e sentite. Per esempio, quando ho cominciato a suonare flamenco ho iniziato a vivere nel mondo flamenco. Non avevo in programma di fare fusioni musicali o sperimentare. Sinceramente non mi preoccupo mai dello stile che faccio. Tutte le cose che ho fatto sono diventate parte di me. Quando passo da uno stile all’altro è perché faccio musica a modo mio, mi viene da dentro. A volte, quando compongo, mi succede di iniziare un pezzo con un carattere orientale che nel processo magari si trasforma in un brano latino-americano. Non lo controllo e non mi preoccupo di farlo, voglio che le cose succedano, voglio vivere l’esperienza e che questa si rifletta in quello che creo. Non voglio che la mia musica abbia etichette.

Ci racconti com’è nata l’idea per il progetto di Royal Garage?
Volevo fare un omaggio al primo luogo dove ho scoperto il potere della musica, il luogo dove mi sono innamorato delle esibizioni in pubblico: è stato in un garage, in Libano negli anni ’70, quando cominciò la guerra. Nell’edificio dove vivevamo c’era un garage sotterraneo nel quale dovevamo passare molto tempo per proteggerci dalle bombe. Stavamo lì per diversi giorni o settimane, aspettando. Così ho iniziato a suonare il violino, e altri si sono uniti suonando altri strumenti, cantando e ballando. In una situazione così drammatica abbiamo fatto feste coi vicini, ci siamo divertiti e più il rumore delle bombe era forte più aumentava la nostra energia nel suonare. Quel garage sporco, buio, pieno di topi e blatte per me è stato un posto pieno di ispirazioni, un luogo magico. Il mio omaggio è per quel garage, quel luogo in cui mi sono reso conto che un luogo così può dare allegria, può cambiare le persone e migliorare la loro qualità di vita.

Nel disco troviamo diverse collaborazioni: Franco Battiato, Serj Tankian (frontman dei System of a Down), Bunbury, Kase.O, Pablo Milanés, Andrés Calamaro. Come hai scelto gli artisti con cui collaborare?
La collaborazione con questi artisti è stata molto facile. Voglio sottolineare che non li abbiamo scelti per ragioni economiche o strategiche. Considerate che il disco non è fatto da una multinazionale e non c’è una casa discografica: è fatto tutto tra di noi in modo molto artigianale. Abbiamo contattato alcuni artisti che io conoscevo e coi quali c’erano rispetto e stima reciproci, musicisti con cui in qualche modo avevo già collaborato. Li ho contattati con un whatsapp ed è stato molto naturale. Sapevo che sarebbe stato facile. Con Battiato è stato leggermente diverso. Qui in Spagna è molto conosciuto e io conoscevo bene la sua musica. Il caso ha voluto che avessimo un amico in comune così sono riuscito a mettermi in contatto con lui e la sua risposta è stata meravigliosa. Dopo la registrazione gli abbiamo mandato il risultato finale di cui lui è stato molto felice e “pronti, via!”. Un disco con tante collaborazioni può sembrare difficile ma non c’è stata nessuna complicazione, nessun episodio strano. È bello che le cose accadano così facilmente!

Il brano El Extranjero, scritto da Bunburry, ha una forte connotazione politica. In Spagna il partito di estrema destra Vox è la terza forza politica del Paese e nel resto dell’Europa avanzano ideologie che non riconoscono l’accoglienza come un dovere politico ma, al contrario, incitano l’odio, invocando la chiusura dei porti e delle frontiere. Ti andrebbe di fare un commento su questo?
Assolutamente sì, è necessario parlarne. È importantissimo capire come questa situazione si possa risolvere. Questa terribile ondata di razzismo e intolleranza purtroppo non è una novità. Ci sono correnti di odio che tornano ciclicamente. Facciamo bene a preoccuparcene perché generano violenza e odio ma soprattutto disinformazione. Ritengo che sia una grande bugia che “lo straniero” sia una minaccia per la nostra società. È esattamente il contrario. È dimostrato dalla storia che quelli “da fuori” portano sempre qualcosa di buono, che qualunque cultura e civilizzazione debba accogliere gli altri per potersi arricchire ed evolvere. È importante continuare a parlarne perché passi questa brutta ondata di intolleranza. Ma io credo nelle persone e ho fiducia che torneremo tutti a essere più umani. Il punto è che non dobbiamo trattare il problema dell’immigrazione come una questione politica ma come una catastrofe umanitaria. Proprio di questo tratta la canzone. La amavo molto e abbiamo voluto inserirla nel disco, così come nei titoli di coda di A Life Among Strings.

L’Italia ha dato i natali a grandi violini, violinisti e musicisti. Ci sono delle figure che più ti hanno influenzato del nostro Paese?
Ma certo! L’Italia da secoli è un paese “musicale”, culturalmente molto ricco. Diciamo che se io suono il violino è un po’ anche grazie a Paganini. Sono un suo grande fan come lo era mio padre. L’arte di Paganini risuona in tutti i violini del mondo. È un personaggio che continua a intrigarmi sia per la sua arte che per le sue esperienze di vita. Ha rivoluzionato il mondo della musica e del violino. L’Italia per me, come per molti musicisti del mondo, è e sarà un luogo di grande ispirazione con il quale ci misuriamo; ci piace l’idea di suonare bene e di dare il meglio di noi, visto che gli italiani amano la musica e ne hanno tanta di qualità. Vogliamo fare bella figura!

Hai un sogno nel cassetto che vorresti si realizzasse il prossimo anno e una cosa che ti piacerebbe cambiasse dell’attuale situazione in Libano?
(Respira profondamente) In Libano sta succedendo qualcosa che dà speranza. Ci sono manifestazioni in atto perché il popolo è stanco dei politici corrotti e sta chiedendo un cambiamento in modo pacifico. Questo è esemplare, credo che ce ne sia bisogno in tutti i Paesi del mondo dove ci sono politici corrotti. È il momento di cambiare! Dopo tanti anni di guerra, incertezza e di terrorismo che ha generato paura nel paese, dà speranza che la gente voglia finalmente vivere in pace e bene. Un desiderio per il nuovo anno? Beh, il mio è sempre lo stesso: che ricominciamo a pensare sempre di più con amore e meno per gli interessi politici ed economici. Dobbiamo essere più umani, usare di più il nostro cuore e la nostra sensibilità, sentire e rispettare di più il mondo nel quale viviamo, le persone con le quali lo condividiamo, in modo tale che ognuno, a modo proprio, possa migliorare il luogo nel quale vive.

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