Bone Vitae Intervista

Mauro Ottolini è una delle figure chiave del jazz di casa nostra, musicista, arrangiatore e compositore. Grazie alla sua incredibile personalità musicale ha saputo ammiccare ai grandi interpreti e conquistare un vasto pubblico.

02/04/2015
di Daniele Camerlengo

Intervista a Mauro Ottolini di Daniele Camerlengo (per SUONO)

Mauro Ottolini è una delle figure chiave del jazz di casa nostra, musicista, arrangiatore e compositore. Grazie alla sua incredibile personalità musicale ha saputo ammiccare ai grandi interpreti e conquistare un vasto pubblico. Il trombone è uno strumento meraviglioso, così come la tuba e il bassotuba, tra gli ottoni forse i più difficili da avvicinare e scoprire. Quando hai capito che tra voi c’era un grande feeling e quali avvenimenti musicali della tua infanzia ti va di ricordare?

Nella mia famiglia nessuno si era mai interessato o aveva avuto a che fare con la musica. Un giorno mio padre vinse una piccola fisarmonica giocattolo e io iniziai a giocarci suonando sopra i suoi dischi, che per la maggior parte erano di Fausto Papetti. Non ho mai capito perché mia madre avesse tolto tutte le copertine. Un giorno venne ad abitare vicino casa mia Riccardo, un signore trasferitosi da Salerno a Cavalcaselle, il mio paese. Era sassofonista nell’orchestra di Mario Pezzotta e sentendo qualcuno che improvvisava attorno ai dischi un giorno ci fece visita. Quando capì che a suonare ero io, un bambino di otto anni, convinse i miei genitori a mandarmi a scuola di musica nella banda. Il primo giorno che ci andai sentii qualcuno che intonava The Pink Panther Theme; aprii la porta e vidi un ragazzo con il trombone a tiro. Era il maestro degli ottoni. Mi guardò e visto che ero bello cicciottello mi disse: “ecco un bambino col fisico da trombonista”.

Dopo l’esperienza nell’Orchestra dell’Arena di Verona il jazz ha bussato alla porta della tua vita. Come è avvenuto?

Frequentavo il Conservatorio e suonavo nell’orchestra di Verona ma l’amore per il jazz era già forte. Amavo ascoltare i dischi di Tommy Dorsey, Glenn Miller, Harry James... oppure cose più moderne: Miles Davis, Freddy Hubbard, i Jazz Messengers. Dopo il diploma feci un viaggio di qualche mese a Los Angeles, mi accorsi che la mentalità, stiamo parlando del ’96, era completamente diversa dalla nostra. Andai a studiare con diversi insegnanti che mi erano stati suggeriti dal maestro Roger Bobo, con il quale studiavo occasionalmente in Italia. Tra i vari musicisti conobbi Bill Watrouss; mi impressionò a tal punto che tornato in Italia continuai a conoscere e approfondire questa musica che mi aveva rapito.

Franco D’Andrea è stata la tua guida, un compagno di palco e di scrittura, una persona cara; descrivici questo forte legame affettivo che vi lega attraverso un aneddoto o un accadimento importante.

Franco è stato il mio maestro di Jazz al Conservatorio ed è la persona che ha cambiato la mia visione della musica. Quando studiavo con lui mi convinse ad aprire le orecchie verso cose nuove, che inizialmente sembravano tanto lontane da me, dai miei gusti musicali di quel periodo; capii allora che il jazz era qualcosa di più rispetto a quello che avevo creduto fino ad allora. Da lui imparai molto anche sull’arrangiamento e grazie a lui ho avuto modo di fare straordinarie esperienze musicali, come suonare con l’orchestra di Carla Bley e Maria Schneider, con Dave Douglas e Han Bennink. Quando mi chiamò nel suo gruppo non riuscii a dormire per una settimana. Franco è una persona speciale oltre che un musicista straordinario, credo che se non lo avessi incontrato oggi non sarei un musicista, ha una visionarietà musicale che trascende ogni nostra immaginazione; talvolta si crede che un genio debba avere un aspetto esotico e naive, mentre nella realtà può nascondersi dietro sembianze ben più rassicuranti. Per me Franco è come un padre, una guida spirituale, un esempio da seguire nella musica e nella vita.

Quale ricchezza hai ricevuto dagli insegnamenti di Steve Turre?

Steve Turre è un grande didatta e un grande trombonista. Sicuramente tra i migliori delle ultime generazioni. Un esempio dell’evoluzione della scuola di JJ Johnson, che è stato anche suo maestro. Inoltre, è il più grande suonatore di conchiglie al mondo. Ve lo ricordate nell’orchestra di Dizzy Gillespie? Lui mi ha insegnato a studiare seriamente e a costruire e suonare le conchiglie. Un giorno provammo un tema di Charlie Parker per dieci ore di fila. Poi gli cucinai una carbonara.

Nel divenire della tua carriera tante sono le star del jazz con le quali hai suonato e inciso: Kenny Wheeler, Dave Douglas, Trilok Gurtu, Jan Garbarek, Carla Blay, Steve Swallow, Tony Scott, Han Bennink, Maria Schneider; inoltre hai anche collaborato con alcuni grandi nomi della black music come Grace Jones ed Emy Stewart, finendo per dividere il palco con uno dei migliori cantautori italiani: Vinicio Capossela. Descrivici questi preziosi passaggi che hanno reso importante il tuo percorso di artista mettendo in risalto quelli determinanti.

Devo dire che ho sempre avuto la fortuna di suonare con grandi musicisti. Da ognuno ho imparato qualcosa di importante, che ha contribuito alla mia formazione artistica. Potrei citarne molti, in vari generi musicali. I primi a insegnarmi qualcosa di importante sono stati Bruno Marini, Francesco Bearzatti quindi Franco D’Andrea ed Enrico Rava. Devo dire che ho imparato molto da Vinicio Capossela, che è un musicista di grande cultura e sensibilità. Vinicio conosce tutti gli strumenti, i gruppi tradizionali, le musiche popolari di ogni paese. Inoltre, sa come valorizzare i suoni e i colori degli strumenti. Ho imparato come un brano possa migliorare togliendo delle cose all’arrangiamento anziché aggiungerne. Vinicio ultimamente ha cantato anche la mia canzone Matti Pellonpaa, un brano dedicato allo straordinario attore finlandese, con un testo in finlandese scritto da Vanessa e contenuto nel nostro nuovo disco. È stata una delle mie più grandi soddisfazioni.

Musica per una società senza pensieri Vol. I è il tuo ultimo lavoro discografico, licenziato dalla prestigiosa Parco della musica Records: un concept album contenente musiche originali mescolate con atmosfere folk e suoni contemporanei, ispirato a un’orchestra realmente esistita in Trentino intorno agli anni Venti, l’Orchestra della società senza pensieri. Come nasce questo progetto?

Qualche anno fa mi trovavo con Vanessa Tagliabue a Borgo Valsugana, nella storica fabbrica di armonium della famiglia Galvan. In mezzo a vecchi pianoforti e organi a pedali, rovistando tra fotografie in bianco e nero ne abbiamo trovata una datata 1921, dell’Orchestra della società senza pensieri, una piccola banda composta da musicisti di cui sono andate perse la tracce. La cosa interessante è che alcuni sembravano non essere proprio autoctoni. Abbiamo incontrato persone, visitato luoghi dove questa piccola orchestra poteva essere passata. Qualcuno è stato riconosciuto dagli anziani del paese e siamo riusciti a ricostruire in parte la storia di questi musicisti. Poi ho pensato che poteva essere l’occasione per approfondire e conoscere meglio la musica che questi piccoli gruppi suonavano. La musica popolare è stata da sempre fonte di ispirazione per i grandi compositori; abbiamo quindi immaginato che nel suo peregrinare in Europa e nel Mondo questa banda avesse incontrato Duke Ellington, Oum Kalthoum, il compositore giapponese Yamada Kosaku, Amalia Rodriguez e molti altri artisti.

C’è qualche collegamento tra il disco e il 50° anniversario di composizione delle Folk Songs di Luciano Berio?

Il caso vuole che proprio l’anno scorso le folk song di Berio, straordinario lavoro di ricerca realizzato per la cantante e donna ideale Kathy Berberian, compissero cinquant’anni. In questo disco Berio riprende alcune composizioni popolari e le fa rivivere secondo una logica compositiva unica, originale e contemporanea. Ci siamo addirittura immaginati che fosse uno zingaro proveniente dall’Azerbaigian, membro dell’Orchestra della società senza pensieri, a regalare a Katy un disco russo contenente l’omonimo brano.

Una società, la nostra, che potrebbe vivere senza pensieri in pace ed armonia anziché essere vittima di guerre e terrore; il pensiero va subito alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo. Qual è il tuo pensiero riguardo questa vicenda?

Credo che quanto successo in Francia sia un atto di violenza assurdo; il mondo è pieno di fatti criminali simili a questo, solo che molti non ottengono la stessa attenzione mediatica. Credo però che l’amore non guardi in faccia la provenienza geografica; spesso lo si trova dove meno te lo aspetti, e per questo non voglio generalizzare sulla violenza del mondo arabo e ti cito il testo del brano Sirt El Hob, cantato dalla grande cantante Oum Kalthoum: “Voi che avete ingiuriato l’amore, lo avete vilipeso, aggredito con parole che non posso comprendere. Il difetto è in voi o in ciò che avete amato. Ma L’amore, io darei la mia anima per l’amore. Non c’è al mondo nulla di più dolce dell’amore”.

Un’altra importante figura che ha spronato e dato via libera alle tue scorribande di musicista prima e arrangiatore poi è stato sicuramente Enrico Rava. Una collaborazione sfociata negli arrangiamenti delle musiche di Michael Jackson nel disco On the dance Floor (ECM 2012) e quelle di Lester Bowie per il gruppo Parco della Musica Jazz Lab. Come nascono i tuoi arrangiamenti e come si lavora al fianco di Rava?

Lavorare con Rava è stata ed è tutt’ora un’esperienza straordinaria. Enrico è un musicista molto personale e dal marchio inconfondibile. Mi ha proposto di arrangiare alcuni brani di Michael Jackson da lui scelti, raccomandandosi però di non jezzificarli. Naturalmente conosceva bene la mia passione per la black music, il soul, il funk e il rock. Mi ha dato quindi piena fiducia. Per me è stata una scommessa quella di lavorare sulla musica di Michael Jackson, cercando di valorizzare questo artista senza nessun cantante e nessun ballerino ma con un ensamble strumentale e la straordinaria voce della tromba di Enrico, naturalmente solista principale. Sono arrivato alla conclusione che il filo conduttore poteva essere quello di mantenere alcuni tipici suoni di Jackson (tastiere, chitarre, grooves). Non avevo mai ascoltato profondamente la sua musica fino a quel momento, quindi mi parve una sfida non indifferente. Con il progetto su Lester Bowie, invece, mi sono mosso in un campo a me estremamente familiare, poiché ascolto la musica degli Art Ensamble Of Chicago e della Lester’s Bowie Brass Fantasy da sempre. Lo considero uno dei miei grandi ispiratori e il fratello Joe Bowie trombonista e leader del gruppo Defunkt è un mio caro amico. Abbiamo anche fatto dei concerti insieme, in duo ed in trio.

Il Blues è la tua amante preferita... vero?

Ci sono musicisti che hanno la vena blues e altri che non ce l’hanno, e magari possiedono un’inflessione completamente diversa e legata ad altre atmosfere. Credo che il blues sia l’ABC del jazzista e che il più grande musicista blues di tutti i tempi sia stato Louis Armstrong.

Nei tuoi ultimi lavori hai fatto dialogare la tua musica con le arti, sopratutto con il fumetto, i cartoni animati e il cinema; straordinaria la sonorizzazione dal vivo del film Seven Chances di Buster Keaton. Cosa ti ha spinto a farlo?

Il sogno della mia vita è sempre stato quello di fare musica per film. Spesso le idee creative mi vengono osservando immagini o ricordando avvenimenti particolari. Ho realizzato le musiche del film Seven Chances grazie a Stefano Zenni e al Torino Jazz Festival, che mi hanno commissionato questo lavoro con Sousaphonix, eseguito dal vivo all’auditorium della RAI. È stato un vero successo e ora portiamo in giro questo spettacolo live.

Qual è il tuo approccio alla composizione?

Ci sono brani che nascono di getto, magari mentre sto guidando il mio camper. Devo fermarmi, cercare un foglio musicale e una penna per mettere buttare giù l’idea e non scordarla. Comunque, ho sempre una visione cinematografica della musica. Scrivo per enfatizzare con la musica immagini che mi hanno colpito.

Cosa scatena la tua dimensione improvvisativa durante i concerti dal vivo?

Quando improvviso seguo totalmente il mio istinto. Canto nello strumento e spesso cerco il giusto timbro cambiando delle sordine. In occasione di un seminario Benny Golson mi disse di studiare la teoria e poi dimenticarla mentre suono. Quando suoni devi cantare e basta.

Hai un buon rapporto con l’elettronica?

No, ma mi piace molto se usata in maniera intelligente e moderata. Mi piace avere nel gruppo qualcuno che la sa usare con grande maestria. Per questo motivo nei Sousaphonix c’è Vincenzo Vasi, uno dei più grandi musicisti che ho conosciuto nella mia vita, che oltre ad utilizzare l’elettronica suona il Theremin, strumenti giocattolo di ogni tipo, il flauto a naso e mille altre diavolerie!

Che legame hai con l’universo orchestrale classico? E chi sono i tuoi riferimenti?

Ho suonato dodici anni nell’orchestra dell’arena di Verona e quando sono andato via ho iniziato ad apprezzare la musica classica e soprattutto quella contemporanea. Spesso nell’ambiente classico si studia molto ma si ascolta poco. I miei riferimenti sono musicisti che erano onnivori. Adoro Igor Stravinskj e Puccini. Per me il più grande trombonista classico è Michel Bequet, uno che ti emoziona veramente. Gli altri sono quasi tutti dei super tecnici, anzi pirotecnici, ti colpiscono per il loro virtuosismo ma di musica ce n’è poca. Uno dei più bravi trombonisti e solisti classici che ho sentito è sicuramente il toscano Andrea Conti. A volte non serve andare tanto lontano per trovare dei musicisti straordinari.

Il tuo percorso di studi ti ha portato a diplomarti al Conservatorio di Verona con il massimo dei voti. Raccontaci la tua esperienza accademica e, in sintesi, in che stato si trova l’insegnamento del jazz nel sistema scolastico italiano.

Personalmente devo dire che al Conservatorio ho avuto degli insegnanti meravigliosi. A Verona mi sono diplomato in trombone con Lorenzo Rigo. Faceva lezione anche in estate a casa sua, e naturalmente senza nessun compenso. Un insegnante che mi ha trasmesso sempre grande entusiasmo. Poi ho frequentato il conservatorio di Trento, dove ho studiato con Franco D’Andrea, altro straordinario insegnante di cui vi ho già parlato. Credo che in questi ultimi anni il livello dei conservatori si sia notevolmente abbassato. Gli studenti sono demotivati, non vedono prospettive di lavoro con la musica. Gli insegnanti bravi ci sono ancora, sono gli studenti che mancano.

Quali caratteristiche deve avere il trombone suonato da Mauro Ottolini?

Possiedo diversi tromboni che colleziono da anni. Sono tutti vintage e tutti dello stesso modello KING 4B. Quello che uso normalmente è un KING 4 B Silversonic con campana in argento, un modello degli anni ’50 .

Il jazz, attraverso associazioni e movimenti (xiljazz.it), sta cercando di monitorare una giusta distribuzione dei fondi statali, con lo scopo di favorire le nuove generazioni e tutti coloro che credono nella cultura come settore strategico. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Sono cose che si dovevano fare già vent’anni fa. Al giorno d’oggi promuovere il jazz, la letteratura, la pittura, la scultura, il cinema (quello vero) è un’impresa molto difficile visto che gli italiani sembrano interessati più che altro ai reality show e ai talent show. La cosa triste è che poi le persone che frequentano e vincono tali programmi vanno a fare pseudo concerti nei posti dove invece si dovrebbero esibire i musicisti. Che dire: ben vengano dei fondi statali a favore dei musicisti. Diamo qualcosa a tutti, però, non sempre ai soliti, già ricchi sfondati!

Quale genere musicale preferisci ascoltare e che rapporto hai con la musica liquida?

In questi ultimi anni la tecnologia e internet ci hanno dato l’illusione di un progresso nel campo della musica. Io noto solo cose negative. La prima è che un disco non è più considerato un’opera. Puoi scaricarlo ovunque, addirittura comprarne solo un brano... ha perso valore come oggetto d’arte. La gente se ne va in giro con il lettore mp3 con dentro tremila canzoni senza sapere il titolo del brano, chi suona, chi l’ha scritto, etc. Il vinile era un’opera d’arte che iniziava dalla copertina e arrivava all’ascolto del primo lato e del secondo. A casa ho centinaia di vinili e CD tutti originali. Di liquido tengo solo del buon Valpolicella o del Lugana! Nel mio nuovo disco ci sono canzoni in inglese, finlandese, arabo, giapponese, francese, spagnolo. Come può una persona capire, scaricando un brano soltanto, quali siano i contenuti di un’opera così articolata? Ascoltare musica deve essere un piacere! Credo non esisterà mai nulla di meglio di un vinile e un buon impianto audio. Io non ho più la televisione. Ascolto solamente musica e Radio Rai, che è la salvezza culturale degli italiani.

In una playlist ideale, quali sono i brani che non mancherebbero mai?

Sicuramente i dischi di Ellington, Mingus e di Lester Bowie... uno dei miei dischi preferiti è sicuramente Black saint and the sinner lady di Mingus. Un capolavoro di Musica, arrangiamento, idee e solisti straordinari tra cui spicca il grande Charlie Mariano. Un altro disco che amo è Nocturne di Charlie Haden... Straordinari gli assoli di Rubalcaba e Joe Lovano, uno dei miei saxofonisti preferiti... è un disco molto romantico.

Mauro Ottolini nella vita di tutti i giorni?

Innanzitutto lavoro moltissimo. Anche se non suono scrivo, arrangio penso e invento continuamente cose nuove. Poi sto volentieri con mio figlio Morris. Vi confesso che mi piace molto cucinare... dicono che sia un bravo cuoco. A casa mia ci sono sempre amici che vanno e vengono, la mia casa è aperta a tutti. Colleziono strumenti musicali di ogni genere e quando posso vado a camminare in campagna, che mi fa stare molto bene.

Come descriveresti lo strumento Tuba a un giovane per fargliela amare?

Direi che tutte le donne hanno un debole per i suonatori di tuba e che quasi tutti i suonatori di tuba sono diventati miliardari, viste le enormi potenzialità discografiche di questo strumento. Soprattutto, se per caso incominci a studiarlo e non riesci a cavarne un suono, potrai sempre usarlo come portaombrelli!

Quale consiglio dai ai giovani che vogliono intraprendere la carriera del trombonista?

Consiglierei di iniziare subito con gli studi classici, che ti danno un’impostazione fondamentale. Bisogna dedicare moltissimo tempo allo strumento, perché non è come una chitarra, che ti dà subito un po’ di soddisfazione sociale. Col trombone bisogna veramente studiare molto prima di riuscire a suonare qualcosa. Per questo siamo in pochi, la maggior parte degli studenti si stufa prima.

Cosa accadrà nel tuo futuro prossimo?

Anche se siamo in un periodo molto difficile farò di tutto per riuscire a proporre questo spettacolo straordinario di Sousaphonix intitolato Musica per una società senza pensieri. Si tratta di un’opera musicale di ricerca che è, allo stesso tempo, molto divertente. Ci sono canzoni meravigliose che vengono da Haiti, dal sapore festoso e caraibico e brani di grandi intensità: rumba, fado, ninna nanne giapponesi, un brano turco che si trasforma in rock free e musica araba, svedese, finlandese, francese, italiana, portoghese... insomma, un giro del mondo con la musica. Sono canzoni che parlano di amore, pace e terre lontane. Credo sia un grande messaggio in un momento come questo, dove i pensieri della vita quotidiana, ormai, ti si stringono addosso e calzano come un vestito da sera.

[ Pubblicato su SUONO n° 496 - aprile 2015]

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