Caparezza - Una questione di capa Intervista

Michele Salvemini, in arte Caparezza, è considerato da molti la rivelazione musicale del 2004. Il vero boom è arrivato con quel Fuori dal tunnel, un ritornello molto FM che lo ha reso noto più o meno a tutti. In realtà il suo ultimo disco Verità supposte è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori che l’hip-hop made in Italy abbia mai sfornato.

07/07/2004
di Marco Serra

Lui dice di sentirsi più cantautore che rapper e di amare Battiato e Capossela piuttosto che il rap, che è semplicemente un codice verbale tramite cui esprimere il suo pensiero. Caparezza è un personaggio originale e un artista che porta avanti un discorso musicale coraggioso e innovativo: lo abbiamo incontrato a Roma, a poche ore da uno dei tanti concerti della sua tournée che da mesi sta riscuotendo un enorme successo in tutta la penisola e ne è uscita fuori una chiaccherata interessante, dove il nostro “Capa” ci ha raccontato della sua musica, della scelta di incidere per un’etichetta indipendente, a salvaguardia della sua libertà artistica, dello show-business, di Frank Zappa, della guerra in Iraq… un po’ di tutto insomma e siamo rimasti colpiti dalle sue risposte intelligenti, provocanti ma mai retoriche e ancor meno banali. Giudicate voi…
Suono: Nel tuo ultimo album convivono diversi generi musicali. Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente? Raccontaci delle tue radici musicali…
Caparezza: Io sono onnivoro, tutto mi influenza. Il rap sicuramente è il mio codice verbale, ho amato da sempre la musica, però ho cominciato ad amarla veramente fino a diventarne quasi fanatico nel momento in cui ho scoperto il rap, perché mi sembrava, essendo io appassionato di fonetica, il modo più bizzarro e creativo di esprimere la parola e i concetti. Il primo disco che ho comprato è stato Raising hell dei Run DMC, un disco rap fondamentalmente, poi da lì ho comprato e ascoltato tutt’altro. In realtà poi tutto ciò che ascolto mi influenza, non ascolto solo rap o hip-hop, ma anche classica, jazz, trash, tutto insomma. A dir la verità ciò che mi ha maggiormente influenzato è stata l’appartenenza alla mia città, Molfetta, il che rientra anche in un discorso musicale, perché secondo me quello che influenza la creatività musicale è l’ambiente, non tanto la passione per la musica, perché l’ambiente ti consente di interpretare la tua passione per la musica. Io potrei avere milioni di influenze musicali, ma questo non vuol dire niente perché poi le interpreto nel mio modo che è quello agrodolce e grottesco di appartenenza a Molfetta, che è la mia realtà.
Ci tieni molto a precisare che non ti senti parte della scena hip-hop italiana. Come credi sia stata accolta la tua musica in un mondo così autoreferenziale come l’hip-hop? Del resto hai iniziato come mc…
Penso non molto bene perché sono piuttosto affascinato da varie culture musicali che mi permettono di snaturare quello che è il concetto di hip-hop, fondamentalmente io non parlo di hop-hop né rappresento quella cultura, che appoggio e rispetto, ma è un genere musicale che ha le sue regole formali, ha delle sue determinate caratteristiche e chino sta nell’hip-hop lo rappresenta. Io non lo rappresento perché mi sento più un cantautore che usa il rap come codice verbale.
Un aspetto interessante del tuo stile è la struttura dei tuoi testi, il modo in cui si intrecciano le rime in un linguaggio ricercato ma sempre fluido e diretto. Come hai sviluppato questo aspetto? C’è dietro un lavoro complesso o nascono da un processo più immediato?
Dietro la stesura dei miei testi c’è un lavoro molto lungo, come del resto per quella musicale, perché sono due aspetti che alla fine devono combaciare, quindi la ricerca in questo senso è stata molto lunga, tant’è vero che la pre-produzione del mio ultimo album è durata un anno e mezzo. In genere non lavoro su basi che hanno un loop che va avanti senza essere mai modificato, cerco sempre di creare un ambiente, un’atmosfera, una sorta di vassoio portante delle parole che voglio dire, in alcuni casi addirittura estrapolando la musica dal testo si ha lo stesso effetto. È il caso di Stanco e sbronzo, un pezzo all’interno dell’album dove la base stessa è “ubriaca”, sghemba, con questi campioni che vacillano, creando quel tipo di atmosfera. Io non faccio nascere prima né la musica né il testo, ma la sensazione che voglio trasmettere, entrambi entrano contemporaneamente in un gioco di equilibri nella mia mente.
Hai fatto qualche lettura che ti ha aiutato in questo? In un tuo pezzo citi ad esempio Boito e la Scapigliatura…
La lettura mi influenza tantissimo. Sono partito da adolescente leggendo la fantascienza, quindi Asimov, Clarke, persino Ron Abbard, poi dopo c’è stata questa metamorfosi che mi sta portando alla saggistica e alle biografie, ho letto Statua della Libertà di Gandhi, sto leggendo Dai ricordi di un fuoriuscito di Gaetano Salvemini, uno storico antifascista peraltro della mia città, mi piace molto “leggiucchiare” le poesie, ho letto Paesi tuoi di Pavese ad esempio. Mi avvicino però alla cultura dei libri in maniera totalmente anti-scolastica, cioè per curiosità, per gioco. Mi sono avvicinato ad esempio alla Scapigliatura (che cito in un mio pezzo) semplicemente per similitudine con i miei capelli, un modo giocoso insomma con cui però alla fine scopro delle cose interessanti.
Ti chiedono spesso della tua esperienza a Sanremo del 1997. Ci puoi raccontare invece del percorso che da Miki mix (così si faceva chiamare all’epoca) ha portato a Caparezza?
Caparezza è il rigetto di quell’esperienza. La voglia di creare mi ha portato a fare questo mestiere che è un insieme di diversi fattori in cui rientra il carattere di una persona, all’epoca ero troppo giovane e il mio carattere era debole e plasmabile. Inoltre non avevo neanche la possibilità di crearmi le basi quindi le facevo in modo molto spartano e venivano quindi filtrate e rielaborate. L’esperienza di Sanremo è stato un errore, l’errore del compromesso artistico, quindi dopo aver rinunciato a quel tipo di esperienza ho pensato che un’ipotesi di proseguimento della mia vita potesse essere quella del provarci a modo mio, cambiando radicalmente tutto, dal nome all’aspetto fisico, al percorso, partendo dal basso, dalla gavetta come tutti agli altri.
Spesso hai dichiarato di ammirare Frank Zappa, cosa rappresenta per te? La struttura dei tuoi live ricorda la concezione del concerto che aveva Zappa…
È strano che venga assimilato a Frank Zappa. Ho detto più volte che mi piace Frank Zappa, in realtà musicalmente siamo su mondi completamente diversi, anche perché lui era un genio musicalmente, era uno sperimentatore incastonato in un’epoca che non è questa ma quella degli ’60 quando era ancora più difficile fare questo tipo di cose. Quello che mi piace di lui è l’attitudine, dissacrante, giocosa, comunque sempre critica, anche di sé stesso. Soprattutto sul palco mi piace molto sul palco la sua attitudine a sdrammatizzare, a creare questa atmosfera goliardica e la sua teatralità che io poi in effetti riporto nei miei concerti.
Dai tuoi testi emerge spesso una critica allo show-business. Tu hai scelto di incidere per un’etichetta indipendente. Che significato ha questo per te?
Io penso di non essere così ingenuo da credere di non far parte dello show-business in questo momento, solo che ho distinto due tipi di compromessi: il compromesso artistico in cui non cadrò mai per mia volontà, proprio perché ho scelto di fuggire e di non cadere più in certe trappole. Poi c’è il compromesso promozionale. Se cedi al compromesso artistico sei per sempre leso, non avrai mai un supporto che ti rappresenta, potrai anche cantare nei programmi più cult, ma sarà sempre qualcosa che rappresenta un compromesso. Ritengo invece che nel momento in cui hai fatto un disco che realmente ti rappresenta sena alcun compromesso artistico, puoi cantarlo ovunque ed avrà sempre la sua dignità di disco che rappresenta il tuo pensiero.
La legge dell’ortica è una critica al mondo della musica leggera italiana. In un’intervista hai dichiarato che un artista non deve andare dietro alle masse, ma essere sempre davanti. Quali sono secondo te gli artisti che in Italia fanno musica in questo senso?
Ad esempio lo ha fatto da sempre Battiato, poi penso a Capossela, Frankie Hi-NRG. In genere lo fa chi scrive bene insomma. Per stare davanti al pubblico non bisogna mai correre nell’errore di pensare a un rischio discografico e di lasciarsi imporre ciò che la propria casa discografica impone. Forse ormai il problema è superato dal punto di vista creativo, nel senso che poi alla fine i fatti hanno dimostrato che più lasci libertà all’artista più si ottengono risultati migliori, anche se non è sempre così visto che continuo a vedere dei “piacioni”che si esibiscono sul palco… Però è nemica proprio l’aspettativa del fan, qualsiasi cosa che condizioni il tuo scrivere musica è nemica della creatività. L’unico referente della propria creatività deve essere chi la fa, nel momento che ho capito il mio testo, mi ha soddisfatto il mio testo, la musica, è fatta. Se qualcuno lo apprezzi o non lo apprezzi è relativo. Oggi sicuramente c’è una nuova generazione di artista sicuramente interessante, il problema è cercare di farli venire fuori, trovare gli spazi. Solo che siamo in un’ epoca strana, se vai in TV poi diventi un venduto e si gioca un po’ a mordersi la coda… io credo che non bisogna rimanere nell’ ombra e se alla fine si viene fuori con delle buone cose la musica ne ha solo da guadagnare.
Sei molto legato alla tua terra e alla tua città (Molfetta), dove sei nato. In che modo ha inciso sulla tua carriera partire da una provincia del sud?
C’è molta “molfettesità” nel mio modo di essere, anche perché avendo scelte di essere un “media” e di raccontare la mia realtà ho bisogno di stare nella mia realtà. Per quanto io sia stato per tanto tempo fuori dalla mia città non sono mai riuscito a scrivere un pezzo fuori da Molfetta, questa è una cosa patologica ma è proprio così. Essendo poi io uno che si ciba molto di paradossi diventandone poi vittima a mia volta, succede che in una città come Molfetta li cogli più facilmente che in una metropoli, non penso di andarmene mai via da Molfetta, è la mia città e la sento mia, è una forma di innamoramento. Di solito è più dura per un artista partire da una provincia e ancor di più dal sud. Paradossalmente però il progetto Caparezza è nato dalla provincia ma è andato molto oltre rispetto a tanti progetti che avrei potuto cominciare da un altro posto. Diventa quasi un esempio, rappresenta una delle poche rare forme di non-migrazione, almeno in pianta stabile, è una migrazione lavorativa che però torna a boomerang e questo è straordinario per uno come me che ama la sua terra in maniera viscerale.

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