David Sylvian - L'imperfetto Intervista

Abbandonata la Virgin, l’ex Japan rimette tutto in discussione elaborando in seno alla sua etichetta indipendente Samadhisound il nuovo progetto Blemish, nato casualmente attraverso una serie d’interazioni strumentali con il chitarrista free-jazz Derek Bailey e le alchimie elettroniche di Christian Fennesz.

12/11/2003
di Sergio Spada
David Sylvian è sempre stato un precursore sublime, dai giorni dei Japan all’esordio solista nel 1983 che lo ha progressivamente accostato al mondo della pittura, della poesia e dell’arte multimediale con pari successo. La sua naturale inquietudine lo ha spinto a trasferirsi dal Kent negli Stati Uniti a Minneapolis alla corte di Prince, dove ha conosciuto la sua compagna Ingrid Chavez. Oggi, stabilitosi nell’incontaminato New Hampshire con la moglie e le due figlie, ha chiuso il contratto con la Virgin, fondando l’etichetta indipendente Samadhisound, i cui germogli sonori saranno disponibili solo attraverso i canali indipendenti. Blemish è il primo fiore del nuovo corso già presentato in Italia da rileggere e approfondire insieme all’artista…
SUONO: La creazione della sua etichetta personale Samadhisound segna l’inizio di una nuova fase della sua carriera: ce ne può parlare?
Il tour promozionale dell’antologia Everything and nothing ha più che altro segnato la fine del mio contratto con la Virgin, che ha approfittato per ripubblicare tre CD dei Japan, quello dei Rain Tree Crow e quattro CD solisti. Io ho passato un periodo molto difficile e penso che anche il mio modo di comporre ne abbia in qualche modo risentito. Sono stato bene con la Virgin e ci siamo lasciati senza la tipica acredine e i traumi che caratterizzano la fine di questi rapporti: in fondo volevo solo assecondare lo stato naturale delle cose, così nel giro di pochi mesi mi sono rituffato nella musica autocoinvolgendomi in diversi progetti, perché resto dell’idea che il potenziale comunicativo della musica sia il più alto fra le forme d’arte. Attualmente sto registrando un CD con mio fratello Steve e ho collaborato con Chris Vrenna al progetto Tweaker componendo il brano Lucky numbers che sarà incluso nel CD della BMG. Alla fine del tour europeo tornerò di nuovo in Giappone per lavorare con Ryuichi Sakamoto insieme al quale ho già composto un brano dagli espliciti contenuti “politici” intitolato World citizen, presentato in anteprima in concerto anche in Italia…
Un tempo circolava la voce che Brian Eno avesse curato la produzione per la prima stesura di Dead bees on a cake: c’è ancora qualche possibilità d’interazione fra di voi?
Se suonassi ancora con i Japan, la presenza di Eno avrebbe una valenza logica. In quei giorni ebbe un ruolo fondamentale per l’arrangiamento dei suoni del gruppo ma oggi il termine “producer” ha perso di significato: forse solo una volta in passato chiesi a Robert Fripp di riarrangiare il tema di Quiet life. Per me è lo svolgimento del lavoro che crea delle possibili occasioni d’incontro. Se decidessi di lavorare con altri artisti senza avere del materiale già pronto da elaborare insieme sono certo che la cosa non funzionerebbe.
Dopo il recente tour di presentazione, Blemish sta riscuotendo molto interesse anche in Italia: com’è nato questo nuovo progetto solista?
Come dice il titolo stesso, Blemish è un CD imperfetto, improvvisato e disturbato da rumori di fondo e riverberi minimali, che nella mia percezione artistica si ricollegano a una personale di Mirò, tracciando una serie di sentieri desolati e di atmosfere metafisiche pronte a spezzarsi. I brani sono nati casualmente da una serie di riflessioni che si sono velocemente concretizzate lo scorso febbraio insieme al chitarrista d’avanguardia Derek Bailey e successivamente con le alchimie elettroniche di Christian Fennesz. La title-track sembra una sovrapposizione di trance music ambientale per gli aereoporti che lievita nel subconscio umano suggerendo una serie di intuizioni di colore bianco. Mi piace molto Late night shopping dove la mia musica interagisce con il suono del pianoforte e i fraseggi free-jazz di Derek riempiono gli spazi incustoditi.
In chiusura il progetto ospita A fire in the forest, una ballata fluida e delicata nata in stretta collaborazione con Fennesz che ricorda il suo far musica tradizionale: ci sono altri progetti da sviluppare insieme?
A fire in the forest è una canzone piena di speranza dove Christian ha fatto un lavoro straordinario creando una base elettronica arricchita poi da una sorta di ricami strumentali. L’aspetto più strano del nostro interplay è che non ci siamo mai incontrati. Un giorno mi ha contattato inviandomi il suo album The endless summer che ho trovato molto interessante perché in un certo senso anticipava e stimolava la musica che io volevo registrare: così abbiamo iniziato a scambiarci delle idee, sviluppando il tema della canzone che oggi appare nell’album. Attualmente stiamo già lavorando ad altri brani che verrano pubblicati sul suo CD. In realtà il progetto Blemish è nato molto casualmente sulla base di una serie di scambi d’idee e di samplers preregistrati che poi si sono fusi insieme grazie a dei tagli e delle sovrapposizioni atmosferiche. Del resto anche il mio rapporto con Bailey propone un contrasto apparente fra la mia voce e le sue improvvisazioni chitarristiche esprimendo esattamente quello che volevo.
In tempi più recenti il suo modo di cantare s’è mai ispirato ad altri musicisti?
Ho sempre ammirato Jeff Buckley e forse il mio approccio vocale in How little we need to be happy ha qualcosa in comune con la sua Lorca…
Ha mai pensato di scrivere una colonna sonora?
Non posso negare di essere attratto da questa eventualità, più ora che in passato ma in ogni caso non mi occuperei mai di un tradizionale soundtrack di Hollywood. Pur stimando la polivalenza compositiva di Sakamoto, le mie preferenze convergono sempre su quanto posso pensare e realizzare in prima persona, così a tutt’oggi continuo a scrivere musica interagendo con le pellicole del fotografo Charles Lindsay.
La sua passione per le pratiche buddiste e indiane aiutano i processi creativi che ruotano attorno alle sue composizioni?
Attualmente sono molto soddisfatto della mia vita spirituale che giudico solo una ricerca. Ogni mattina pratico la meditazione e ho anche scritto un piccolo mantra intitolato The songs which gives the key to perfection che recito in perfetta solitudine alla fine della giornata. Amo la cultura dell’India la cui radice postula la vita dello spirito… La composizione è un processo molto particolare che può provocare sia un profondo dolore che una sensazione di caldo benessere: in ogni caso bisogna agire in armonia con il respiro universale che coinvolge ogni essere vivente del creato restando concentrati su valori positivi come la pace, l’altruismo e la generosità che sono gli unici elementi che ci permettono di aspirare a un equilibrio permanente composto di pura gioia.

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