Disarmiamoci: intervista a Roberta di Mario

Compositrice e pianista talentuosa, fine tessitrice di note e sensazioni, con il suo ultimo album Roberta Di Mario porta avanti non solo un progetto di musica al femminile ma anche un’idea potente, quella di far cadere le nostre difese e aprirci al prossimo e alla bellezza.

04/05/2020
di Francesco Bonerba e Ludovica Corradi

Tra le musiche probabilmente più giuste per tenerci compagnia in questo periodo di isolamento forzato c’è quella di Roberta Di Mario, e in particolare il suo ultimo album, Disarm, pubblicato lo scorso novembre e distribuito da Waner Music Italy. Ideato dalla pianista come forma di “resistenza” alle divisioni che contraddistinguono il mondo in cui viviamo, muri e barriere tra persone, diversità, popoli, come invito a un disarmo interiore che è apertura all’altro e alla bellezza che ci circonda, questo concept album è ora più che mai necessario. Separati gli uni dagli altri, mossi a una riflessione intima e profonda su noi stessi e sulla natura delle relazioni umane e quindi forse più consapevoli di prima dell’importanza degli altri, Disarm diventa un movimento incalzante e dolce, pronto ad accompagnarci verso la nuova realtà che ci attende fuori dai nostri bozzoli fisici ed esistenziali. In questa preziosa intervista Roberta ci ha raccontato la fucina personale e creativa dalla quale è nato quest’ultimo lavoro.

Il tuo incontro con la musica è avvenuto attorno ai 5 anni di età, ancor prima di iniziare a scrivere. Perché hai scelto il pianoforte come tuo strumento elettivo?
La scelta del pianoforte è stata molto naturale: già all’età di 1 o 2 anni mia madre si accorse che, seduta sul seggiolone, muovevo le mani come se stessi suonando una tastiera. Per capire se quello fosse un movimento musicale, mi fece ascoltare tanta musica e visto che al cambiamento del ritmo mutavo la mia gestualità, individuò nella semplicità di questo approccio una mia predisposizione a suonare questo strumento. Inoltre a casa avevamo una tastiera con cui iniziai a giochicchiare all’età di 4 o 5 anni; a quel punto, mia madre decise che era arrivato il momento di iscrivermi a lezioni private di pianoforte. Mi ritengo una privilegiata non solo per aver avuto la fortuna di approcciarmi allo studio del pianoforte in tenera età ma anche perché lo considero lo strumento più bello, l’unico in grado di raggiungere un suono pieno anche da solo, di fare orchestra a sé.

Ti sei diplomata al conservatorio di Parma e più volte hai dichiarato quanto importante sia stata la tua formazione. Pensi che il rigore degli studi sia stato in qualche modo motore propulsore dell’estro artistico, esploso non appena hai iniziato a lavorare autonomamente?
Considero l’estro artistico un sinonimo di creatività, creatività che durante gli anni del Conservatorio ho soffocato, soprattutto alla luce di quella che era l’Accademia musicale in quel periodo. Ora si è aperta moltissimo alla modernità e ai nuovi generi musicali ma quando la frequentavo io vigeva l’idea che ci fosse una musica di prim’ordine, quella classica, e che quindi bisognasse limitarsi allo studio di tutta la letteratura pianistica del tempo, senza perdere tempo dedicandosi ad argomenti che non rientravano nel percorso e nella disciplina del momento. Nonostante ciò, ho sempre voluto ritagliare dei momenti per me, quindi già da bambina dedicavo gli ultimi minuti dell’ora di studio a giocare con i tasti neri del pianoforte, creando delle sonorità cullanti e orientaleggianti che poi sono diventate tipiche di molti miei brani. La parte prettamente accademica mi è stata utile per interpretare alcuni compositori molto complicati e per eseguire nel miglior modo possibile le cose che scrivo, che si ispirano un po’ al pianismo del Nord, ma soprattutto al mondo classico. In esse è presente quindi un virtuosismo importante e mi rendo conto che se non avessi la tecnica appresa al Conservatorio potrei scriverle ma non interpretarle.

Quali sono le tue fonti d’ispirazioni artistiche e quotidiane?
Credo che l’ispirazione possa arrivare in qualsiasi momento e da qualsiasi parte, che esistano delle sonorità che si incastrano nella tua personalità e che vengono poi declinate di volta in volta anche sulla base di sensazioni temporanee. Sicuramente le prime fonti di inspirazione che mi sento di citare sono il mondo classico di Bach, con la sua ricerca di perfezione, e quello impressionistico di Debussy; entrambi sono compositori che ho amato suonare e che per questo mi hanno ispirato e continuano a farlo. Molte suggestioni mi sono arrivate anche dal romanticismo di Chopin mentre per quanto riguarda i musicisti degli anni più recenti mi piace Bill Evans, pur non avendo studiato molto il jazz, e Sakamoto, proprio in virtù di quelle sonorità orientali di cui parlavo pocanzi e che caratterizzano diversi miei brani. Ascolto anche il britpop e il cantautorato italiano – ho anche inciso due dischi da cantautrice – da Mina a Brunori Sas.
Se penso ai miei brani e in particolare a quelli influenzati in maniera vigorosa da eventi esterni che ho vissuto concretamente, mi vengono in mente Animagique e Leda and the swan. Il primo è un componimento strumentale realizzato dopo un viaggio a Parigi e a Disneyland, luoghi meravigliosi visitati con mio figlio di cui ho cercato di riportare l’incanto fantastico fatto di filastrocche e ninne nanne. Per quanto riguarda il secondo, si tratta di un brano contenuto nel mio ultimo album e in cui mi rifaccio alla sonorità di Debussy. È nato dopo aver visto un quadro realizzato da un artista giapponese contemporaneo, che per la sua opera si ispira al mito di Zeus e Leda; a differenza delle altre opere che riportano lo stesso soggetto (Zeus che si trasforma in cigno e cerca di sedurre Leda con l’inganno), qui l’artista insiste molto sui temi del tormento e dell’angoscia, che ho quindi inserito nel mio omonimo componimento.

La tua musica ha una incredibile forza evocativa e non è un caso che sia stata scelta come soundtrack per un video sull’esposizione di Botero (Hands) e per il recente spot della Tiscali (Valzer in A Minor). Ti piacerebbe vederla abbinata a un film sul grande schermo?
Assolutamente sì e stiamo già muovendo i primi passi verso questa direzione. Amo scrivere per il cinema, per la pubblicità, perché credo fortemente nella poesia e nella forza evocativa scaturita dal legame sinergico tra immagini e suono. Già negli anni ’90, quando iniziai il mio percorso anche compositivo di sperimentazione, diedi vita a spettacoli molto particolari, durante i quali la mia musica andava in sincrono con le immagini proiettate su grandi schermi, pratica propria dei primordi del cinema. Oltre all’esperienza dello spot della Tiscali a cui ho preso parte con molto entusiasmo, i responsabili del programma Linea Bianca, che va in onda tutti i sabati su Rai 1, hanno scelto alcuni miei brani tratti sia da Illegacy che daDisarm per associarli in modo evocativo a immagini della montagna.

A dicembre 2016 hai preso parte ad alcuni concerti organizzati dal consolato italiano a New York. Com’è stato esibirti all’estero?
New York è straordinaria, ci sono stata tre volte ma nel 2016 è stato incredibile, era il periodo delle festività natalizie e si respirava un’atmosfera magica. È una città che ti fa un effetto particolare, o la ami o la odi, e sebbene a me piaccia molto non ci vivrei per sempre ma solo alcuni mesi l’anno. Nell’immaginario collettivo, infatti, vige l’idea che si vada a New York per realizzare i sogni; ciò che si dice meno è che il prezzo da pagare per quei sogni è, spesso, molta solitudine. Per questo mi ha lasciato perplessa, non ho sentito l’unione, un concetto per me fondamentale, tanto che in Disarm è presente un brano che si chiama A collettive consciusness. A tal proposito Nelson Mandela diceva “Io sono perché noi siamo”: penso che sia fondamentale capire che solo attraverso una presa di coscienza collettiva si possono raggiungere obiettivi altrimenti impossibili da raggiungere in solitudine.

Qual è il tuo rapporto con il mondo della musica digitale? Quali pensi siano le sfide e le opportunità di questo nuovo scenario?
Il digitale ha sicuramente portato delle grosse novità soprattutto in termini di facilitazioni, oggi è molto più semplice poter accedere alla musica e poterne fruire. Allo stesso tempo, però, vi è un effetto collaterale negativo, ovvero una velocità che a sua volta genera superficialità. Siamo in un mondo di connessione totale, siamo colpiti da tante sollecitazioni in maniera così rapida da rendere quasi impossibile un approfondimento del materiale con cui veniamo in contatto; ovviamente c’è chi riesce ad andare oltre la superficialità ma è complicato. A questo proposito, all’interno di Disarm è contenuto un brano dal titolo Gerundio, che richiama un tempo rotondo, circolare, a cui abbandonarsi lontani da ogni dispositivo, da ogni informazione, dallo scorrere inesorabile dei minuti.

Il disco

Roberta Di Mario

Disarm

Warner Music Italy

2019

Disarm: raccontaci la genesi di questo progetto e l’idea attorno a cui ruota.
La mia esperienza a New York nel 2016 ha in parte contribuito alla realizzazione di questo progetto. Disarm ruota intorno a un concetto che poi è anche una filosofia di vita, quello del disarmarsi, dell’abbandonarsi, del concedersi. Disarmandoti, disarmi la persona che hai di fronte, creando così uno stato di unione e di empatia che non riesci a costruire se sei armato. Il mio è un invito a deporre le armi interiori, quelle emotive. Ho pensato a questo album come a una storia di note, come a un viaggio che ti conduce all’abbandono, partendo dal primo brano Le présage che esprime paura e oscurità per arrivare all’ultimo, A new beginning, che rappresenta la rinascita, la luce, la speranza.

Come è nata l’idea di coinvolgere la scrittrice Alessandra Sarchi e la voce di Andrèe Ruth Shammah?
Desideravo realizzare un prodotto in cui la musica si concede alla parola e la parola alla musica, esprimendo così il vero significato di disarmo inteso come abbandono e soprattutto concessione. Inoltre è stato un lavoro di squadra, abbiamo lavorato alla musica e alle parole insieme; sicuramente l’ascolto ha aiutato, abbiamo scritto parallelamente a esso o subito dopo, ma comunque c’è stata un’unione di intenti tale per cui ci si è appellate costantemente alla filosofia che percorre tutto l’album. Non solo un lavoro di squadra ma anche un lavoro tutto al femminile, mi piace l’idea che tre donne si siano riunite per raccontare qualcosa di potente in un momento storico in cui c’è abbastanza chiusura, non solo a livello politico ma anche personale, con tante persone emotivamente prevenute a causa di esperienze di vita che in qualche modo ci induriscono. Nell’album sono quindi presenti tre interventi di una voce, quella di Andrèe Ruth Shammah, la signora del teatro Parenti, regista e autrice, che legge i testi di Alessandra Sarchi, finalista del premio Campiello del 2017, che per le sue parole si è allineata alla filosofia che pervade l’intera opera, quella del disarmo, della paura e, soprattutto, della speranza.

Un artista con il quale ti piacerebbe molto collaborare e i tuoi progetti all’orizzonte.
Spero di realizzare una serie di duetti ma al momento non posso rivelare di più. Puntando in alto, vorrei lavorare con Sting o con Jovanotti, del quale apprezzo molto la capacità di far interagire le parole con la musica. Mi piacerebbe che lui inserisse dei testi all’interno di un mio brano, creando così una sorta di Bohemian Rapsody, una bella composizione sinfonica di 10/12 minuti con momenti di voce. Sarebbe anche interessante una collaborazione attoriale, penso a Pier Francesco Favino o ad Anna Foglietta, due attori italiani per cui nutro grande stima.

[ Pubblicato su SUONO n° 544 - maggio 2020]

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