Dos Duo Onirico Sonoro: rompere le barriere

Tra jazz d'avanguardia, musica classica, ritmi latini ed elettronica, Jouer et Danser il nuovo disco del Dos Duo Onirico Sonoro una musica che supera i confini

07/03/2019
di Iltremila

Pubblicato da Filibusta Records, Jouer et Danser è il secondo disco del Dos Duo Onirico Sonoro, ovvero Annalisa de Feo, pianista e compositrice, e il percussionista Marco Libanori. Un progetto che ripercorre al strada del precedente e che unisce la musica classica con i ritmi dei balcani passando per il jazz d’avanguardia e spingendosi sempre di più verso l'elettronica. Annalisa de Feo ha raccontato a Suono questa seconda avventura.

Jouer et Danser è il secondo disco del Dos Duo Onirico Sonoro: cosa è cambiato rispetto al precedente lavoro e quali sono le novità che possiamo trovare in questo nuovo lavoro?
Annalisa: Dunque, questo secondo lavoro, Jouer et Danser ad un primo ascolto appare più strutturato ed effettivamente lo è; diciamo che è un prodotto meno istintivo e più meditato rispetto al primo, senza che il momento genuino dell’ispirazione ne abbia in qualche modo risentito. La sorpresa e l’inaspettato, pur rimanendo una delle nostre chiavi di lettura, ora abbracciano un respiro più ampio: la presenza dell’elettronica è più consistente e all’interno del disco è possibile intravedere un fil rouge che collega un brano all’altro, dall’inizio alla fine, creando una narrazione interna, che dà motivo agli addetti ai lavori di assimilare Jouer et Danser quasi ad una fiaba musicale.

Anche in Jouer et Danser non abbiamo potuto fare a meno di notare la presenza di diversi linguaggi e filoni musicali: ci volete parlare anche di questo aspetto legato alle contaminazioni musicali?
Annalisa: Certo, come giustamente avete notato non si può prescindere da questo aspetto; ma anche qui come nel primo disco è come se gli echi di tutti gli ascolti fatti, di tutti gli amori (musicali) passati, dei live, le performance, gli spettacoli, i film visti, e i libri letti, ad un certo punto siano riaffiorati convogliando in qualcosa di molto personale. Tuttavia se vogliamo dare dei riferimenti più “popular”, allora possiamo parlare, per quanto riguarda me (Annalisa), dei Portishead, Brian Eno, R.Sakamto, J. Myake, Meredith Monk, Apparat.

Marco: Ho pensato qui di dare una veste ritmica che utilizza due modelli di pattern: uno derivante dal funk, e un altro dall “English electronic” con delle contaminazioni di “tribal” con l’uso della darbuka, con un inserto al centro di pattern elettronico, che richiama la minimal music.

Possiamo dire, dunque, che rispetto al disco d’esordio, uscito qualche anno fa e di cui abbiamo parlato, vi siete aperti ancora di più alla musica elettronica?
Sì, assolutamente. La conferma, inoltre, sta nel fatto che abbiamo introdotto, sia nei live che nel disco, un secondo sintetizzatore e un multipads elettronico con campioni di suoni.

Secondo voi la componente elettronica rappresenta la nuova frontiera della musica?
Di sicuro l’elettronica sta acquistando sempre più importanza nel mondo musicale; tuttavia se questa rappresenti la nuova frontiera della musica non sapremmo dire… E' un campo piuttosto mutevole e imprevisto. Certo, nel nostro caso, se pensiamo che anni fa, con un background di derivazione prettamente classico, non ci saremmo mai immaginati di utilizzarla, allora forse sì, possiamo accettarla come la vera innovazione, nell’attesa di un altro corso o ricorso storico.

In questo periodo di passaggio tra il primo disco ed il secondo come avete lavorato in sala e che tipo di metodologia avete utilizzato?
A questo proposito, ricollegandoci a quanto detto all’inizio della conversazione, anche il lavoro in studio è stato più strutturato e in qualche modo studiato. Ci siamo affidati alle indicazioni del nostro caro Nick Valente, musicista e fonico di grande esperienza e sorprendente sensibilità musicale. Abbiamo, dunque, registrato in ambienti separati, curando ogni singolo elemento, ogni singolo dettaglio. Anche in questo, Jouer et Danser, differisce da DOS il primo Album, che, invece, ha un sapore più “live”: piano, batteria e percussioni nello stesso ambiente, lasciando anche qualche “imprecisione”, a parer nostro non sempre demonizzabile.

Che tipo di strumentazione avete utilizzato durante le registrazioni?
Gli strumenti utilizzati nel disco sono pianoforte acustico a mezza coda, sintetizzatori analogici, batteria standard con aggiunta di darbuka, bongos, jamblock, sonagliera woodblock, multipads con campioni di suoni. Compaiono anche clarinetto, clarinetto basso (Marco Colonna) trombone (Walter Fantozzi) e basso elettrico (Nick Valente). Questi ultimi soltanto in Miravora e Kyouu

Raccontateci in sintesi la vostra evoluzione musicale dagli esordi, cioè da quando avete cominciato a lavorare insieme fino ad oggi!
Sì, all’inizio i brani sono nati per pianoforte e voce, senza elettronica, senza percussioni. Di lì a poco si è aggiunta la ritmica con una connotazione molto tribale, etnica, cedendo il posto poi ad altre influenze. L’evoluzione c’è stata grazie ai live, grazie alla ricerca del raggiungimento di quello che avevamo in mente. Una delle esigenze nel corso degli anni, è stata quella di aumentare sempre di più la resa sonora, non per una sindrome di megalomania ma perché l'obiettivo che avevamo era raggiungere un impatto sonoro avvolgente e “massiccio”, pur rimanendo fedeli alla nostra formazione. Cerchiamo continuamente di preservare il momento dell’ispirazione, che rimane un momento unico, magico e prezioso in sé; a questo sovrapponiamo altri tipi di comunicazione che confluiscono nel prodotto musicale finale.

Per quanto riguarda il futuro, invece, cosa avete in mente? C’è qualche novità di cui ci volete dare qualche anticipazione?
Idee per il futuro ce ne sono tante e alcune anche parecchio ambiziose. L’ambizione “positiva” ci aiuta a spingerci sempre più in là e, insieme all’esigenza di espressione, costituisce la linfa vitale del nostro lavoro e del nostro modo di procedere. Le idee, ora, bisogna solo metterle in ordine!

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