Franco Mussida: noi siamo musica

I 45 anni nella Premiata Forneria Marconi, l’impegno nel sociale e la determinazione nel divulgare il valore della musica parlano, anzi suonano, da soli. Eppure Franco Mussida ha ancora tanto, tantissimo da dire. E una missione da portare a termine.Intervista esclusiva!

08/05/2019
di Francesco Bonerba

Nel 2015, dopo quasi mezzo secolo trascorso nella PFM, Franco Mussida ha annunciato la sua intenzione di lasciare il gruppo. Obiettivo: dedicarsi a tempo pieno ai numerosi progetti che porta avanti da diversi anni. In cima alla lista, il CPM Music Institute, di cui è presidente e che ha co-fondato nel 1984, uno dei poli di formazione musicale più importanti in Italia, con 2.500 m² di struttura attrezzata, docenti di fama internazionale e centinaia di allievi all’anno. Non meno importante il progetto CO2, sostenuto dalla SIAE, che prosegue il lavoro di diffusione della musica nelle carceri intrapreso da Mussida negli anni Ottanta attraverso la creazione di un’audioteca divisa per grandi stati d’animo prevalenti; scopo del progetto, quello di ampliare attraverso la musica l’orizzonte emotivo di chi vive in carcere limitando l’incidenza dell’odio, sorta di “anidride carbonica” (CO2, appunto) propagatrice di divisioni, scontri, guerra. Infine, la divulgazione della musica come codice invisibile dalla straordinaria forza, portata avanti attraverso opere scultoree (esibite nelle mostre “L’altro mondo” e “Musica: respiro celeste” e nell’installazione “Suono di sole”) e testi divulgativi, ultimo dei quali Il pianeta della Musica - Come la Musica dialoga con le nostre emozioni, pubblicato da Salani lo scorso marzo.

Si intuisce facilmente che per lei la musica ha rappresentato una vera e propria vocazione sfociata in un matrimonio che dura da sessant’anni. Quando si è accorto che eravate fatti l’uno per l’altra?
L’ho capito a quattro anni, quando cercai disperatamente di intuire cosa uscisse dal foro della chitarra di mio padre quando la suonava: sentivo cose meravigliose ma se ci mettevo dentro gli occhi non vedevo niente. Così, un giorno, ho dato una botta terrificante sulle corde, ho accostato l’orecchio alla tavola armonica e da quel momento ho sentito, e si può dire anche “visto”, un territorio straordinario e meraviglioso. Quella visione mi ha accompagnato per tutta la vita.

Quando, invece, la musica è diventata lavoro a tempo pieno?
È stato un percorso lento. Ricordo la felicità dei miei genitori, che non avevano troppi soldi per sbarcare il lunario, nel partecipare alle feste del sabato sera, dove si riunivano con gli amici a cantare e suonare; la prima cosa che capii fu quindi che la musica è un fenomeno bello, che riunisce la gente. Durante il periodo dell’adolescenza passavo ore a fare arpeggi minori per coltivare la mia malinconia. Poi è arrivato il primo gruppo, il primo contratto a 18 anni come autore grazie a Ricky Gianco, una telefonata inaspettata di Gian Pieretti e l’avventura...