Gentle Guitar Man Intervista

Robben Ford ha ricevuto nomination ai Grammy Awards, suonato con artisti talmente grandi da far tremare il plettro a tanti altri chitarristi, pubblicato una marea di dischi, appena edito Bringing It Back Home, e potrebbe tirarsela un po’... l’ho incontrato molte volte e non l’ho mai visto meno che gentile con tutti...

07/10/2014
di Guido Bellachioma

Ha iniziato quasi per gioco, come qualsiasi altro musicista, e poi la chitarra per lui è diventata una cosa seria, serissima, anche se oggi si concentra più sulla propria ricerca vocale; in effetti sul suo strumento ha sperimentato molto. Un vero e proprio “transumante delle sette note”, nel corso del tempo ha suonato di tutto e con tutti ma non ha perso un grammo del proprio stile, inconfondibile sin dal primo tocco sulla chitarra. Roba mica facile! Ha zigzagato tra il blues e il jazz, tra il rock, anche piuttosto hard, e la canzone d’autore, ha infilato progetti di grande pregio artistico e lavorato su racconti minori, ma che lo affascinavano. Non si è mai limitato e oggi, mentre si avvia per i 62 anni (Woodlake/California, 16 dicembre 1951) con il fisico e la mente intatti, pubblica un nuovo album come solista, in cui torna al marchio blues che sembra calzargli meglio. Basta scorrere i nomi di alcuni artisti con cui ha collaborato per rendersi conto di chi stiamo scrivendo: George Harrison, Yellowjackets, Charlie Haden, Sonny Landreth, Joni Mitchell, Tom Scott, Dizzy Gillespie, Kiss, Rickie Lee Jones, Marcus Miller, Larry Carlton…
C’era una volta...
Presi la chitarra in mano grazie a mio padre, suonava anche lui e mi insegnò i primi accordi… esperienza magica. Fu amore a seconda vista, in effetti avevo iniziato col sassofono. Da quel momento la chitarra rappresentò, e ancora rappresenta, una larga parte della mia vita. Quando mi sentii abbastanza sicuro cominciai a suonare con gli amici. Certo, se riuscissi ad immedesimarmi nel me stesso dell’epoca potrei capire meglio quanto non sapessi nulla e quanto, invece, mi sembrasse di possedere grazie a quei pochi accordi conosciuti, comunque mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Durante l’adolescenza comprai in un negozio della mia città il primo 33 giri omonimo della Paul Butterfield Blues Band, guidato da questo armonicista bianco di Chicago (1942-1987, a cui fu dedicato il leggendario BB King & Friends, uscito pochi mesi dopo la sua morte per celebrare gli 80 anni di BB King, dove suonavano, oltre a lui, artisti del calibro di S.R. Vaughan, Albert King, Eric Clapton, Phil Collins, Dr. John, Etta James, Chaka Khan, Gladys Knight, Van Morrison, Mark Knopfler; ndr), e rimasi fulminato. La band di Butterfield aveva un chitarrista bianco fantastico… Michael Bloomfield, allora 22enne, che aveva uno stile magnetico e che, probabilmente, mi spinse a seguire quel tipo di blues, così completo e appagante sia per il corpo sia per l’anima. Per un periodo suonai tale e quale a lui, almeno speravo. Da quel momento iniziò il cammino che non si è mai fermato, capii come la curiosità e l’apertura mentale all’universo intorno fossero fondamentali per arrivare all’essenza della musica, e non solo. Oggi ascolto musiche molto diverse ma, evidentemente, con qualcosa in comune: l’anima. I classici del jazz, musica indiana e musica classica…
Anima blues
In verità non ho cominciato col blues: come tanti adolescenti suonavo quello che ascoltavo con gli amici, altrimenti che gusto c’era? Beatles, Rolling Stones, il pop trasmesso dalle radio, il soul che si ascoltava nei club. Poi l’incontro col blues per merito di Butterfield e Bloomfield. Quella chitarra e quell’armonica mi avvolsero completamente. In seguito venni rapito da Eric Clapton e dall’alchimia da lui espressa con Jack Bruce al basso e Ginger Baker alla batteria. Ovviamente sto parlando dei Cream, splendido Clapton anche in Blues Breaker, l’album inciso con John Mayall nel 1966. Poi BB King (Itta Bena/Mississippi, 16 settembre 1925), Albert Collins (Leona/Texas, 1 ottobre, 1932 – 24 novembre 1993) e Jimi Hendrix (Seattle/Washington, 27 novembre 1942 – 18 settembre 1970). L’incontro con Butterfield mi portò all’ascolto di molto Chicago Blues: Howlin’ Wolf, Little Walter. Oggi non ascolto la nuova scena blues: mi piacciono i Black Keys, sono tra le poche cose che conosco; radici ben salde e profonde nella musica dei maestri neri.
A contatto coi “grandi” del blues
Oltre che a livello spirituale, leggendo delle loro vite o ascoltandone le registrazioni, ho avuto modo nel corso della mia carriera di avvicinare alcuni dei grandi maestri, afroamericani e bianchi, proprio per suonarci insieme; per un musicista delle generazioni successive alla mia è sempre più difficile, dato che il tempo trascorre velocemente e molti di loro non ci sono più. Jimmy Whiterspoon (Gurdon/Arkansas, 8 agosto 1920 – 18 settembre 1997) è quello che ho imparato ad apprezzare maggiormente; con lui a metà anni ‘70 ho girato parecchio. Esperienza incredibile: sul palco e fuori ad ascoltare tante storie sui tempi eroici del blues, quando essere nero era davvero un problema. Esiste anche un bel disco dal vivo dei nostri concerti (Live! Jimmy Whiterspoon & Robben Ford del 1976), dove si carpisce l’atmosfera che solo loro, i padri, sapevano creare; una delle voci più espressive ed emozionanti che abbia mai ascoltato! Con lui ho realizzato in studio anche Spoonful, 1975. Apprezzavo Brownie McGhee (Knoxville/Tennessee, 30 novembre 1915 – 16 febbraio 1996), esponente di spicco del country-blues, che ha rappresentato molto nella mia cultura artistica; sono stato felice di collaborare con lui in Facts of Life del 1985). Ho suonato con l’armonicista bianco Charlie Musselwhite (classe 1944) e nel corso del tempo sono usciti diversi dischi.
Chitarre, armoniche e sassofoni
Ho sempre ascoltato la musica senza pensare agli strumenti utilizzati. In effetti un musicista non dovrebbe fossilizzarsi sul proprio di strumento: i chitarristi che ascoltano solo chitarristi limitano il proprio orizzonte e il proprio stile. Quelli più intelligenti lo fanno da sempre, e non parlo di me; lo racconto spesso, ma è illuminante come esempio: Eric Clapton provava a suonare imbracciando la chitarra come fosse l’armonica e in quel modo gli riuscivano cosa pazzesche. E Albert King come un sassofono: amo davvero il sassofono. Negli anni ‘60 mi avvicinai a John Coltrane, Paul Desmond, Wayne Shorter, Archie Shepp: li ascolto sempre con passione. Bloomfield da giovane suonava come nessuno! A pensarci bene, sebbene ormai abbia sviluppato un mio stile, e non debba dimostrare nulla a nessuno, neanche a me stesso, e io sia molto concentrato sulla ricerca della migliore espressività possibile per la mia voce, Bloomfield e Clapton sono gli unici chitarristi di cui ritrovo qualcosa nel mio modo di “giocare” con la chitarra (evidente la comunione stilistica con Slowhand soprattutto tra la fine degli anni ‘80 e i primi ‘90, l’album Talk To Your Daughter, pubblicato da Robben nel 1988 include una bella versione di Born Under a Bad Sign, portata al successo nel 1967 da Albert King, composta da William Bell/Booker T. Jones, e proposta già dai Cream in Wheels on Fire del 1967 e dalla Paul Butterfield Blues Band in The Resurrection of Pigboy Crabshaw, dopo l’abbandono di Bloomfield; ndr).
Miles Davis
Che cosa vuoi che dica… Miles è stato Miles, un grande della musica senza confini, oltre il jazz. Suonare con lui è stato come se mi avessero conferito la più alta delle onorificenze. Nonostante tutte le cose che si dicono sul suo carattere difficile, non posso che affermare la franchezza e la bellezza del rapporto. Imprevedibile ma onesto. Nella mia vita artistica ho suonato con tanti artisti, è prerogativa del tempo che passa aumentare il proprio bagaglio di esperienze, ma quella con Miles racchiude tanto. Non solo musica, però “che musica”. E i giornalisti alla fine mi chiedono sempre di Miles: eppure fu un breve periodo nel 1986 in tour. Questo la dice lunga sull’importanza di Davis.

[ Pubblicato su SUONO n° 476 - Maggio 2013]

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