Germano Neri - Lassù io mi diverto Intervista

Nel sussiegoso mondo della musica classica non è frequente imbattersi in un direttore d’orchestra giovane, alla mano, simpatico e soprattutto con una gran voglia di fare e un entusiasmo contagioso.

07/10/2003
di Rocco Mancinelli
È stato con vero piacere, quindi, che abbiamo incontrato, in un torrido pomeriggio d’estate, Germano Neri per farci raccontare i suoi primi passi, le sue esperienze e i suoi progetti futuri.
SUONO: Maestro sarebbe interessante sapere qualcosa dei suoi primi passi nel mondo dei suoni, della ragione o delle ragioni che l’hanno spinta ad intraprendere questa strada?
Neri: Io sono diplomato in pianoforte, uno strumento che mi è sempre piaciuto per questa sua struttura polifonica, per il fatto di suonare contemporaneamente diversi suoni, quindi ho cominciato con il pianoforte poi ho fatto composizione per capire come questi suoni venissero miscelati tra di loro, per arrivare alla direzione d’orchestra.
A proposito delle polemiche sull’acustica dell’Auditorium ci può dire qualcosa vista la sua recente esperienza diretta?
Effettivamente alla fine di febbraio con l’Orchestra Regionale del Lazio abbiamo tenuto un concerto nella sala S. Cecilia, la più grande del Parco della Musica (circa 2.800 posti). All’inizio eravamo un po’ intimoriti, quasi in soggezione vista l’ampiezza della sala soprattutto se rapportata alla nostra orchestra, infatti l’Orchestra Regionale del Lazio non ha molti elementi. Viceversa abbiamo avuto un riscontro acustico incredibile, abbiamo eseguito Pierino e il Lupo e devo dire che il pubblico ha recepito benissimo, acusticamente è una sala che mi ha veramente entusiasmato. Probabilmente a ottobre lo ripeteremo per il grande successo ottenuto sia a livello di botteghino, sia per quanto riguarda il calore del pubblico.
Tutte le iniziative tese ad avvicinare la musica classica ai giovani e, più in generale, al grande pubblico hanno avuto e stanno avendo un grandissimo successo basti pensare all’iniziativa del sindaco Veltroni di portare la grande opera a piazza del Popolo. Oggi mi sembra che ci sia una grande fame di musica, di eventi…
Si, sono completamente d’accordo, proprio parlando dell’operazione di piazza del Popolo, sicuramente il tramite è stato Gigi Proietti, questo grande attore, istrionico, ma in un secondo tempo, quando è iniziata l’Opera la musica ha preso il sopravvento. Proietti è rimasto il mattatore, ma il pubblico ha capito, ha recepito e quindi sono convinto che quello sia un pubblico che abbiamo conquistato e che poi ritroveremo all’interno delle sale dei concerti, all’Opera… Anche a noi che lavoriamo all’interno ha dato grande soddisfazione perché a volte ci sentiamo frustrati. Capiamo le potenzialità di questo tipo di musica, ma non riusciamo a proporla, a farla arrivare. Nel momento in cui sale sul podio e prende in mano la bacchetta cosa scatta in lei, quali emozioni la assalgono?
Devo dire che a me è sempre rimasto molto semplice, molto naturale propormi davanti all’orchestra. per me la prima cosa è il divertimento. La cosa che cerco di tirar fuori dall’orchestra nel momento dell’esecuzione è di riuscire a coinvolgere il pubblico nel miglior modo possibile, ma di coinvolgerlo anche dal punto di vista del divertimento, proponendomi in modo molto semplice, diretto.
Sul suo modo di dirigere ha influito, penso, la lezione del Maestro Sinopoli. Perdoni la banalità della mia richiesta, ma vorrei che lei parlasse del periodo trascorso accanto a questo indimenticabile direttore.
Con Sinopoli ci siamo incontrati negli ultimi anni della sua vita, la mia base di direzione è stata sicuramente con il Maestro Donato Renzetti. Sinopoli è stato un grandissimo direttore anche dal punto di vista della gestualità e questo mi ha dato delle basi tecniche molto valide. La sua conoscenza mi ha dato, senza dubbio, una grande maturità dal punto di vista artistico, cioè dal punto di vista del modo di affrontare le partiture, del modo di sentire la musica, del modo di propormi davanti all’orchestra. Era un personaggio incredibile innanzitutto perché approfondiva le partiture in maniera maniacale, ma con molti anni di anticipo, studiava cose che poi magari avrebbe eseguito dopo un paio di anni. Poi mi diceva che la sua grande forza era di riuscire a sentire l’amalgama timbrico senza avere davanti l’orchestra e questo mi ha veramente convinto che alla fine lo studio delle partiture nasce lì, dall’ascoltare senza avere davanti l’orchestra, in altre parole avere l’orecchio già nella partitura.
Qual è il suo rapporto con l’orchestra amplificata, è favorevole o contrario?
La mia collaborazione con le orchestre amplificate nasce dall’esigenza che si è sentita negli ultimi decenni di proporsi a un grande pubblico, tipo l’esperienza nella sala S. Cecilia o in una grande piazza o in una situazione del genere. Ovviamente questo necessita di un’amplificazione. A tal proposito devo dire che sono anche favorevole perché poi alla fine se tutto è trattato in un certo modo il risultato può essere bellissimo. La difficoltà è quella di riuscire a ricreare in un ambiente all’aperto l’atmosfera di un ambiente chiuso, che non è solo, ovviamente, una questione di volume, non è solo la questione di dimensione spaziale, cioè di sapere se uno strumento viene da destra o da sinistra, ma di riuscire a dare la sensazione di essere avvolti da questo suono dell’orchestra.
Che differenze tecniche ci sono nel suo modo di dirigere quando si trova di fronte un orchestra amplificata?
Tante. Quando si suona al chiuso tutto nasce dagli armonici di suono tanto per intenderci. Il mio repertorio va dal Settecento alla prima metà del Novecento. È musica nata per essere eseguita al chiuso. Il compositore quando scriveva questo tipo di musica, parlo di un Beethoven o anche di uno Stravinskij, considerava l’armonico dei suoni gravi che però venisse ripreso dagli strumenti acuti. Quindi la gamma degli armonici, tanto per scendere nel particolare è quella che dà la sensazione che il tutto sia avvolto, il famoso suono tondo. Quando si suona all’aperto si può perdere questa sensazione perché il suono non riflette da nessuna parte. È qui che rientra il discorso dell’amplificazione e, particolare non da trascurare, il gusto e la professionalità di chi gestisce questo suono, questa amalgama, cioè dare la sensazione che questo spettro sonoro che non è completo sia completo. Quindi il direttore d’orchestra si trova di fronte due situazioni diverse, perché mentre nelle sale chiuse gestisce la dinamica, ma gestisce una dinamica finita, nell’esecuzione all’aperto si deve gestire una dinamica aperta, ci si deve confrontare con il suono reale che si unisce al suono amplificato. È molto difficile trovare il giusto equilibrio.
Quali sono i parametri che considera ottimali per definire ben amplificata un’orchestra?
È soprattutto nel pianissimo e nel fortissimo che si ha questa sensazione di completezza. Bisogna stare attenti che il suono sia completo, pastoso dal fortissimo al pianissimo. Il discorso del monitoraggio è un discorso fondamentale per l’esecuzione, parlo proprio dell’esecuzione tecnica, per gli strumentisti. Se il suono sul palco non è più che ottimale l’ultimo dei leggii finisce per essere isolato dal resto del mondo e questo, intanto è pericoloso per l’esecuzione, ma è anche pericoloso per le emissioni del suono ed è pericoloso per il direttore d’orchestra perché avendo questi monitor che possono essere squilibrati si perde quella che è l’emissione vera, reale che poi è quella che sente il pubblico.
Quale rapporto artistico ci deve essere tra il direttore d’orchestra e il responsabile dell’audio?
Un rapporto di grande, reciproca fiducia. In una sala al chiuso c’è la musica, c’è il pubblico e c’è l’esecutore rappresentato dall’orchestra e dal direttore d’orchestra. In una situazione all’aperto c’è la musica, c’è il pubblico, c’è l’esecutore e poi c’è un’altra entità che poi è quella che potrebbe stravolgere tutto, perché, ad esempio, mentre io posso dinamicamente equilibrare l’orchestra in base ai miei gusti artistici, in realtà dall’altra parte si potrebbe far ascoltare un’altra cosa.

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