Il jazz è vivo e sta bene, parola di Denny Zeitlin

Abbiamo “scomodato” la memoria di questo gigante e maestro del piano jazz che ha conosciuto generazioni di grandi jazzisti, suonando assieme a loro nei momenti più alti e innovativi. Non va trascurato che l’immenso Bill Evans rese omaggio alla grandezza dello Zeitlin compositore suonando la sua Quiet Now, fra le più amate in assoluto del suo vasto repertorio.

20/06/2015
di Antonio Gaudino a.gaudino@katamail.com

Maestro, quali sono stati gli artisti più amati e da lei preferiti o considerati fonte di ispirazione?
Riporto solo alcuni dei miei preferiti, perché non c’è modo di menzionarli tutti o di stilare una classifica totale e definitiva: tra i musicisti jazz Miles Davis, Wayne Shorter, John Coltrane, George Russell e Ornette Coleman; dei compositori classici Prokofiev, Bartok, Ravel, Bach e Ligety; tra i pianisti classici Martha Argerich, Arcady Volodos, Arthur Rubenstein...

Quando e perché ha iniziato a suonare jazz a Chicago?
Ho iniziato a formare i primi gruppi di jazz al liceo nei primi anni Cinquanta e presto ho cominciato a partecipare a jam session al jazz club di Chicago. È stato un periodo eccitante nella storia del jazz di Chicago e ho avuto la fortuna di avere un apprendistato informale, con musicisti più affermati che mi hanno aiutano a imparare.

Cosa ricorda di più delle sue prime esperienze in sala di registrazione?
Ai tempi studiavo medicina presso la John Hopkins University; era il 1963 quando iniziai a registrare una serie di album per la Columbia Records. Ricordo l’emozione della mia prima session in studio con l’infuocato flautista Jeremy Steig, per il suo album Flute Fever. Circa un anno dopo, nel febbraio del 1964, ho avuto la possibilità di farmi conoscere dal pubblico del jazz come leader del mio primo album, Cathexis. Ho apprezzato l’opportunità di condividere il mio approccio e le composizioni con due grandi musicisti quali Freddie Waits alla batteria e Cecil McBee al basso; erano meravigliosamente sensibili, il suono del New York studio della Columbia record è stato superlativo e c’era un meraviglioso pianoforte a coda Steinway. Ho realizzato altri tre progetti per la Columbia in California, mentre facevo il mio internato alla facoltà di psichiatria: Carnival, Live at the Trident e Zeitgeist. Ho avuto la fortuna di avere i migliori musicisti in quel momento e di quel periodo, anche artisti come l’amico Charlie Haden e Jerry Granelli. Sono ancora affezionato a quei progetti Columbia, anche se sento che la mia musica si è notevolmente evoluta da allora.

Cosa pensa dell’attuale scena jazz? È in forma o sta vivendo un momento di transizione?
Il jazz è vivo e sta bene; la musica continua ad evolversi in modi molteplici, con la libertà di espressione che è l’elemento cruciale di base. Purtroppo, gli aspetti commerciali del settore della musica rendono la vita economica della maggior parte dei musicisti jazz straordinariamente difficile.

Ci sono musicisti della scena jazz attuale con cui suonerebbe volentieri?
Ho avuto la fortuna di suonare con tanti grandi musicisti nel corso degli oltre 50 anni di carriera da professionista. Ecco alcuni dei musicisti che ammiro molto e con cui non ho mai suonato: Toots Thielemans, Wayne Shorter, Joe Lovano, Dave Holland, i fratelli Moutin. Mi sarebbe piaciuto fare qualcosa con Michael Brecker. Entrambi volevamo fortemente questo incontro ma la sua malattia ha chiuso la porta dei nostri progetti. Era un vero e proprio gigante.

Quanti anni aveva quando ha iniziato a studiare il pianoforte?
Ho iniziato a improvvisare quando avevo 2-3 anni. I miei genitori hanno saggiamente aspettato prima di iniziare le lezioni formali fino a quando, a 6-7 anni, ho chiesto loro quando avrei cominciato sul serio. Ho studiato pianoforte classico fino a che, durante il liceo, non ho iniziato a suonare jazz.

Conosce degli artisti italiani che ammira? Se si, quali?
Non conosco nessuno personalmente ma ho certamente ammirato la musica di musicisti come Enrico Pieranunzi ed Enrico Rava.

Se dovesse scegliere un pianista che più l’ha influenzata, chi sceglierebbe? Anche non pianista, chiaramente.
Non posso scegliere un solo artista, è impossibile! Come la maggior parte dei musicisti di jazz, le mie prime influenze musicali sono giunte dal pianoforte. Sicuramente la mia personale lista comprende George Shearing, Dave Brubeck, Lennie Tristano, Bud Powell, Billy Taylor, Horace Silver, Wynton Kelly e, più tardi, Cecil Taylor e Bill Evans. In ultima analisi, le mie più grandi influenze sono di musicisti che suonano altri strumenti, artisti del calibro di Miles, Coltrane, Ornette Coleman, Wayne Shorter, Ray Brown, Art Blakey; compositori/arrangiatori come George Russell, Gil Evans e Nelson Riddle; senza trascurare l’enorme influenza della musica classica moderna.

È soddisfatto del suo ultimo lavoro? Il livello è lo stesso dei precedenti o anche migliore? Ascolta ancora i suoi album del passato?
In un certo senso ogni album che ho registrato è uno dei miei “bambini” musicali, ed è difficile pensare a un album favorito. Sono felice di aver avuto il controllo creativo sulle mie registrazioni; in questo modo ho sentito ogni progetto autenticamente riflesso al periodo in cui mi trovavo, musicalmente parlando. Sento che continuo a crescere come artista. Per il resto, non spendo molto tempo ad ascoltare i miei dischi precedenti. Sinceramente, sono più interessato a ciò che sta accadendo ora, ciò che sta emergendo.

Come mai ha deciso di essere sia un musicista jazz che uno psichiatra?
Medicina e musica sono sempre stati parte della mia vita. Mio padre era un radiologo e suonava il piano a orecchio. Mia madre era una logopedista e anche il mio primo insegnante di pianoforte. Avevo uno zio che era uno psichiatra e ha parlato con me del suo lavoro. Sin da piccolo, ero convinto che sarei stato coinvolto in entrambi i campi, e i miei genitori hanno totalmente sostenuto questa idea.

Come ha fatto a trovare il tempo per conciliare la carriera di musicista professionista e il suo lavoro di psichiatra?
Mentre ero a scuola di medicina alla Johns Hopkins ho avuto una continuità musicale suonando con Gary Bartz e Billy Hart alla North End Lounge. Durante la mia residenza a San Francisco, ho suonato regolarmente presso i jazz club locali e ho cominciato a comparire in Festival jazz di fama come Newport e Monterey. Ero un “giocoliere del tempo” tremendamente motivato a mantenere entrambe le carriere in corso.

Come è stato coinvolto nella musica elettronica?
Verso la fine del 1960; ero inquieto, impaziente delle limitazioni del suono del pianoforte acustico. Volevo essere in grado di piegare e sostenere le note come i chitarristi o i trombettisti. Avevo fame di essere un’orchestra e scoprire suoni mai sentiti prima. A poco a poco ho messo insieme un set-up di strumenti a tastiera, sette sintetizzatori, e per un decennio mi sono concentrato su un’integrazione di jazz, rock e classica, senza privilegiare nessuna forma di musica. Ho registrato Expansion e Syzygy nel corso del 1970 e nel 1978 ho scritto ed eseguito, sul mio stile elettronico-acustico-sinfonico, le musiche per il film L’invasione degli ultracorpi. Poi sono tornato alla musica acustica per molti anni e solo da poco, a fasi alterne, ho iniziato ad esplorare nuovamente l’elettronica.

Quale tipo di formazione preferisce e chi sono i musicisti con cui suona più di frequente?
Generalmente preferisco esibirmi come solista o con il mio trio. Amo la purezza e l’intimità di un concerto di solo piano ma sono anche attratto dall’emozione che genera l’interazione del pianoforte con il basso e la batteria. Negli ultimi otto anni ho iniziato ad esibirmi e registrare in primo luogo con Buster Williams al basso e Matt Wilson alla batteria. Sono dei musicisti assolutamente meravigliosi!

Quanta diversità c’è fra il jazz e la psichiatria? In cosa sono simili? Quale le piace di più?
Nell’interazione col jazz io sono più spesso il solista; quando faccio la psicoterapia con un paziente sono più spesso l’accompagnatore. Ma le due attività sono simili in entrambi i casi: esiste una forte connessione interpersonale e la comunicazione è molto profonda. Mi piacciono entrambe le attività allo stesso modo e non riesco a immaginare la mia vita senza una delle due cose, impossibile.

Maestro, con Sonny Rollins e pochi altri lei fa parte di una generazione che ha conosciuto il jazz migliore, i musicisti più grandi e innovativi, regalandoci lei stesso alcuni album di rara bellezza: oggi dove si dirige con la sua musica e la sua professione di psichiatra?
Spero di essere in grado di continuare ad evolvermi ed esplorare le possibilità musicali esistenti. Spero di mantenere la musica in equilibrio con la mia carriera psichiatrica e la mia vita con mia moglie, Josephine. Siamo stati insieme quasi 50 anni e il nostro rapporto è al centro della mia esistenza.

 

[ Pubblicato su SUONO n° 497 - maggio 2015]

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