Il jazz in divenire di Andrea Garibaldi Intervista

Tutto ha inizio da una piccola tastiera e l'intro di Rimmel di Francesco De Gregori, quindi l'amore vicendevole per il pianoforte maturato negli anni e la consapevolezza di arricchirsi con la musica in tutta la sua universale bellezza.

05/06/2019
di Daniele Camerlengo daniele.camerlengo@alice.it

Rubare jazz dai grandi maestri per modellare ed accrescere la voce di dentro che ama comporre ed improvvisare senza sosta. Andrea Garibaldi racconta la musica e le arti che lo circondano ed in questi giorni è in giro per l'Italia a presentare La Frontiera, il suo ultimo lavoro discografico edito dalla Emme Record Label.

Come ti sei avvicinato al pianoforte ed alla sua avorea bellezza ?
L'idea di suonare il pianoforte mi ha affascinato fin da bambino. Ho iniziato con una piccola tastiera Casio e l'introduzione di pianoforte di Rimmel di Francesco de Gregori.

Quando hai capito che potevi considerarti un pianista?
Non c'è un momento preciso, è sempre stato parte di me.

Raccontaci il tuo percorso di studi musicali.
Ho frequentato le prime lezioni di pianoforte intorno ai sette anni da una insegnante vicina di casa, ma già prima cantavo, strimpellavo la chitarra e il kazoo imitando Edoardo Bennato, quindi ho Proseguito lo studio dello strumento durante l'adolescenza da autodidatta. Nel frattempo però mi sono dedicato ad apprendere la tecnica di diversi altri strumenti: la batteria, che ho suonato nei miei primi gruppi rock e nella banda del mio paese, insieme ad un po' di sassofono; ho cantato in diverse band che proponevano sia cover che brani originali e suonato un poco di chitarra. Intorno ai 18/20 anni sono andato a lezione di piano jazz, prima da Maurizio Bertozzi poi da Riccardo Arrighini, con il quale ho studiato circa cinque anni. Ho frequentato diversi seminari con Barry Harris a Roma e una masterclass di quattro giorni con Enrico Pieranunzi.

L’Eroe o un periodo musicale che ti ha accompagnato durante la tua formazione?
Durante l'adolescenza ho amato tantissimo la PFM e i Dream Theater.

Cosa vuol dire oggi essere un pianista di jazz?
Un pianista di jazz oggi, secondo me, non può non saper suonare e conoscere anche altri generi musicali, per lo meno quelli direttamente influenzati dal jazz stesso. Sembra di andare contro allo stereotipo che recita pressapoco "Chi suona jazz sa suonare tutto". Niente di più falso. Ogni stile va appreso, ogni linguaggio studiato. Ci sono pianisti jazz che non sanno accompagnare una canzone pop con quattro accordi o un brano funk con uno solo e questo, forse, poteva andar bene quaranta anni fa. Il cosiddetto "purismo" è la negazione stessa del jazz, per chi conosce un minimo la storia di questa musica. Con ciò non voglio dire che non si possa suonare o preferire un certo tipo di jazz piuttosto che un altro e non voglio nemmeno dire che non si possa essere mainstream: il jazz non è per forza innovazione e i geni innovatori si contano sulla punta delle dita.

Come prende corpo l’esperienza del tuo trio?
L'Andrea Garibaldi Trio (con Fabio di Tanno al contrabbasso e Vladimiro Carboni alla batteria) nasce nel 2012 in occasione di un paio di concorsi, uno a livello locale, l'altro, l'European Jazz Contest, che quell'anno ci vide in finale come unico gruppo italiano. La spinta iniziale sono state le mie composizioni che avevano l'urgenza di essere suonate.

Come nasce La Frontiera, il secondo album a tuo nome?
La Frontiera nasce dalla raccolta di alcune mie composizioni recenti (ma anche dall'incisione di brani che comunque abbiamo sempre eseguito dal vivo) e dalla collaborazione del mio trio con il sassofonista Renzo Cristiano Telloli. Il titolo fa riferimento al libro (e al brano) omonimo, una dedica allo scrittore e giornalista Alessandro Leogrande, scomparso prematuramente all'età di 40 anni, ricordato recentemente al Salone Internazionale del Libro di Torino con un premio letterario in suo onore. Leggetelo!

Come prendono vita le tue composizioni?
Ho dei quaderni in cui annoto le idee che mi vengono in mente: alcune si ampliano e prendono forma, altre vengono scartate perché non mi piacciono o non mi ispirano a continuare. Ci sono stati dei casi in cui uno spunto vecchio di dieci anni ha ripreso vita ed è diventata un brano (ad esempio Vecchio motivo, dal mio precedente album Passaggio al bosco). Quando sono particolarmente ispirato, oppure provo a sviluppare un'idea in diverse direzioni, preferisco accendere un registratore (il mio vecchio Zoom H4 oppure il cellulare) così posso suonare liberamente senza preoccuparmi di appuntare le note sul pentagramma ("...e a noi non resta che scriverle in fretta perché poi svaniscono e non si ricordano più" citando Vasco Rossi)

Che rapporto hai con l’improvvisazione?
Un rapporto naturale direi, perché da sempre ho cercato di improvvisare.

Descrivici un momento di questa esperienza emozionale che reputi importante.
Vorrei sfatare un altro mito. L'improvvisazione diventa "esperienza emozionale", come tu dici, solo quando abbiamo interiorizzato talmente bene un linguaggio che il pensiero si fa azione diretta e il musicista va in una sorta di trance. Per raggiungere questo ci vogliono anni di studio, bisogna imparare delle regole, bisogna imitare i grandi musicisti, bisogna fare proprio il materiale su cui vogliamo improvvisare: solo così (e non si finisce mai di imparare) arrivano dei momenti in cui uno si lascia andare veramente alla musica. In ogni caso, a questo punto, l'improvvisazione è frutto dei tuoi studi e della tua vita, quindi non nasce mai dal nulla, come erroneamente si ritiene.

Quale aspetto della pedagogia musicale ritieni primario?
Tralasciando aspetti basilari e ovvi come l'ascolto, la tecnica e l'ear training, penso che una cosa fondamentale, spesso sottovalutata, sia il "come si studia": come si affronta una brano, quali sono le tecniche che ci aiutano ad imparare, come mi divido i compiti durante la settimana e le ore di studio e, ancora più in profondità, che gesto o movimento devo compiere per eseguire un dato passaggio. L'insegnante deve fare degli esempi concreti, non lasciare l'allievo con gli esercizi senza avergli spiegato "come". L'allievo talentuoso spesso ci arriva da sé o più velocemente, ma chi è nella media (la maggioranza) ha bisogno di sapere come affrontare ciò che deve studiare.

In una tua playlist quali brani o compositori non mancherebbero mai?

Tra I compositori sicuramente Ivan Graziani, Fabrizio de André, Oscar Peterson, Wes Montgomery, Wynton Kelly, Lester Young, Francesco de Gregori, Edoardo Bennato, Thelonious Monk, gli Afterhours, Lucio Battisti. Come brani You must believe in spring suonata da Bill Evans e Georgy Porgy dei Toto.

Quale musica preferisci ascoltare e che rapporto hai con la musica liquida che sta prendendo sempre più piede?
Come si evince dalla precedente risposta, amo in particolar modo il jazz e i cantautori italiani. Negli ultimi anni sto ascoltando anche molta musica classica. Se per "musica liquida" intendi quella che si ascolta sulle varie piattaforme online, mi sembra di avere un buon rapporto, nel senso che sfrutto soprattutto Youtube e Spotify per ascoltare roba che non ho su supporto fisico. E' una comodità pazzesca il fatto di vedere un nome citato da qualcuno e poterselo andare a sentire subito! In ogni caso, essendo nato negli anni '80, sono uno che compra ancora CD e, più raramente, vinili. Ascolto anche Radio3, specialmente Battiti (pochi mesi fa ho avuto il piacere e l'onore di essere trasmesso anch'io) e Fuochi (quest'ultima andata in onda fino a qualche anno fa: ho centinaia di cassette registrate, prima che arrivasse la comodità del podcast). Nell'era della musica liquida, per chi è nato prima del 2000 sembra assurdo ignorare la storia della musica e invece, paradossalmente, siamo più ignoranti di una volta. Il discorso sarebbe lungo, ma principalmente succede perché la musica ora viene ascoltata ovunque, non c'è più un ambiente specifico, un rituale di ascolto e quindi nemmeno un ascolto reale e concentrato. C'è solo un "sentire" senza "ascoltare", un sottofondo continuo senza il silenzio, elemento fondamentale della musica (l'inizio e la fine di ogni nota).

Nella tua Collezione di vinili quale reputi fondamentale per la tua crescita e perché?
In generale reputo fondamentali i vinili di mio padre e di mio zio (negli anni della mia infanzia spesso trasferiti su cassetta) di tutti i più grandi cantautori italiani (te ne dico una manciata: il già citato Rimmel di de Gregori, Una città per cantare di Ron, Sono solo canzonette di Bennato e Tutti morimmo a stento di De André). Poi mi ricordo con piacere una sera della mia adolescenza in cui lessi, tutto di fila, il classico di Stevenson Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde con in sottofondo l'album Nefertiti del Miles Davis Quintet: fu una bellissima esperienza sensoriale, mi ricordo la paura del libro enfatizzata dalle note misteriose di Nefertiti che, ogni 20 minuti circa, dovevo cambiare di lato.

C’è un aneddoto della tua carriera che ricordi con molto piacere?
Vi racconto tre episodi simpatici. Il primo avviene a Parigi al famoso Duc de Lombard, serata di jam session. Vinto il timore iniziale mi avventuro sul palco e, dopo aver accompagnato una cantante sulla tranquilla ballad di Errol Garner Misty, si comincia a fare sul serio. Arriva un chitarrista che propone Bluesette di Toots Thielemans, ma seppur proposto da lui, non riesce ad entrare mai nel pezzo, è titubante, si inceppa e suona a testa bassa per tutto il tempo. Il band leader della jam, un batterista portoricano dall'aria truce, si alza dallo sgabello visibilmente spazientito. Il chitarrista gli domanda se possiamo fare un altro pezzo e lui per "sbolognarlo" con delicatezza, ma fermezza, gli risponde "Non, non, changez l'équipe!", al che mi alzo anch'io per andarmene, ma il portoricano, con una mano, a me fa cenno di restare. Un'altra volta, prima di un concerto al Massarosa Jazz Fest, dove suonavo con il gruppo di Andrea Fascetti ospitando Fabrizio Bosso, mi sono guardato una partita dei mondiali di calcio insieme a lui e a Julian Oliver Mazzariello, il suo pianista, con il quale avrebbe suonato nel secondo set della serata. Durante un masterclass con Enrico Pieranunzi si diceva che i jazzisti si "rubano" le idee a vicenda. Pieranunzi stesso ammetteva di aver rubato parecchio a Chick Corea e una volta glielo rivelò pure. Mentre stavo suonando e cercando appunto di "rubare" spunti sentiti da Enrico, alzo lo sguardo e dico "Ti sto rubando delle cose..." e lui "Eh bravo, rubi bene!"

Descrivici il tuo rapporto con le arti.
Oltre alla musica sono laureato in lettere moderne, quindi ho un rapporto molto bello con il mondo dei libri: ne ho tanti, molti comprati, altri ereditati. Grandi classici e poesia soprattutto, ma anche saggi di filosofia politica dei grandi pensatori anarchici, materia e ideale che coltivo da quando ero adolescente (edizioni Elèuthera e Antistato per la maggior parte) e biografie di musicisti. Mi piace molto il cinema, anche se non posso dirmi un vero intenditore. Vado regolarmente a vedere retrospettive o nuove uscite: da un paio di anni al Cinema Borsalino di Camaiore, il cinema del mio paese finalmente risorto dopo decenni di abbandono.

Concerti, showcase… insomma, cosa accadrà nel prossimo futuro?
Nel prossimo futuro mi vedrete presentare La Frontiera a Firenze (Utopiko), Viareggio (Caffè Irene), Livorno (Fortezza Vecchia), rispettivamente il 19, 23 e 26 di giugno. Inoltre continuano tutte le mie collaborazioni stabili tra le quali un nuovo album in duo con il critico, scrittore e songwriter Luciano Federighi!

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