Il suono delle idee I colori del suono

Paolo Tofani, nato chitarrista ma sperimentatore di attitudine, ha vissuto mille stagioni creative, dagli albori del rock italiano coi Califfi alle profondità degli Area, poi un lungo cammino spirituale
e dal 2009 si confronta nuovamente con la musica degli Area...

15/10/2014
di Guido Bellachioma

Quando parla trasuda l’ironia toscana anche con la conquistata maturità, aspetti sempre che esca fuori qualche scherzo alla Amici miei… Nei ‘70 deve essere stato uno a cui era meglio non chiedere indicazioni stradali; probabilmente vi avrebbe mandato da un’altra parte! Fiorentino, classe 1944, nel corso del tempo non ha perso la voglia di giocare coi suoni: ieri chitarre elettriche manipolate attraverso i primi sintetizzatori, oggi la  Shyama Trikanta, strumento a corde da lui ideato.
 
L’idea Area: in un modo o nell’altro una storia infinita.
La vita insieme non si può cancellare, sebbene la lontananza ci provi. Noi vivevamo davvero insieme, non ci limitavamo a suonare, per questa ragione la nostra musica era diversa. Oggi continuiamo a farlo.
 
... gli anni ‘70?
La grande speranza condivisa di poter avere una vita diversa,  l’opportunità di scavare in noi per scoprire segnali, modi e suoni per arricchire ed esplorare la nostra coscienza creativa di uomini e artisti.

Compositivamente come lavoravano gli Area?
La metodologia di lavoro era completamente rivoluzionaria e questo grazie al genio e alla sensibilità di Gianni Sassi. Lui proponeva gli argomenti, scriveva i testi, e noi cercavamo a livello individuale di trovare soluzioni sonore in relazione a essi. Poi, quando ognuno  aveva trovato delle chiavi che aprivano i significati scelti, c’era l’incontro e l’analisi del materiale, il risultato era perfetto e a distanza di anni, ancora chiaro e attuale.
Come cambiavano, se questo accadeva, i vostri pezzi dal momento della composizione all’incisione?
Seguivamo delle tracce stabilite in fase di composizione e poi grandi spazi aperti... in cui si sperimentava senza costrizioni.
 
I critici dell’epoca rispetto alla musica Area.
I critici del tempo non erano in grado di capire la nostra musica, non sapevano collocarla, era fuori dai loro schemi, mentali ed estetici...  sono passati molti anni prima di leggere qualcosa di appropriato in relazione ad Area... per me la musica va al di là degli stereotipi inventati dai critici e dalla mediocrità della gente cosiddetta intelligente.
Il pubblico è stato più veloce e dopo un periodo di smarrimento arrivavano ai nostri concerti a centinaia, sempre più numerosi. Io, in realtà, mi sono sempre chiesto se era per la musica o per la rappresentanza politica... e ancora oggi non ho trovato la risposta.
 
Racconti dalla sala d’incisione.
La registrazione dei nostri lavori è sempre stata un’esperienza stupenda, gioiosa, coinvolgente , al tempo stesso  rigorosa. Ricordo chiaramente che durante la registrazione di Maledetti, 1976, giocavo con Steve Lacy (sassofonista jazz di New York, 1934/2004 - nda) dicendogli che il mio Synth parlava con me. Steve sorrideva e diceva: “impossibile”... ma io avevo preparato un patch che, sollecitato dal segnale del microfono collegato a un gate, faceva partire una sequenza con dei suoni bellissimi, molto staccati, quindi, quando io urlai “Synth” ... la sequenza partì, lasciando Steve senza parole.
 
Progetti che stavano per nascere e non si sono realizzati.
Non c’è stato niente che non si sia realizzato... forse nelle visioni di alcuni, che il gruppo diventasse immortale. Ma il destino, fortunatamente, cambia i desideri di tutti.
 
I concerti negli anni ‘70: emozioni, problemi…
I concerti erano sempre una grande avventura. Dal punto di vista dell’organizzazione, invece, un disastro dopo l’altro, una strada piena di mediocrità e ansietà con la totale mancanza d’apprezzamento verso i compagni musicisti, il loro impegno, la loro sensibilità e la loro vita. Per noi suonare era la condivisione di una speranza e l’opportunità di essere parte di un disegno più grande; la nostra musica ci faceva sentire invincibili e il tutto esplodeva in una gioia indescrivibile, dandoci la forza di superare senza nessun problema tutte le austerità che ci venivano incontro.
 
Quali erano i gruppi o artisti con cui tu e la band avevate i rapporti migliori?
Nel periodo Area, in effetti, non avevamo rapporti con nessuno dei gruppi italiani, piuttosto con artisti singoli come Walter Marchetti, Juan Hidalgo e altri, tutti provenienti dal mondo della musica d’avanguardia. Personalmente, in Italia, avevo una buon feeling con Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso e con gli artisti che ho prodotto personalmente, come Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Arti e Mestieri, Skiantos, Claudio Rocchi, Franco Battiato, Juri Camisasca, Donatella Bardi. Poi artisti stranieri come Derek Bailey, David Tudor, Alvin Lucien, Alvin Curran, John Cage, Keith Emerson e molti altri.
 
Da quegli anni a oggi la musica per te.
È diventata meno importante, l’analisi dell’uomo e l’approfondimento delle differenze m’interessano di più. Il suono mi affascina ancora moltissimo perché penso sia in realtà l’unico linguaggio universale che riesca a superare i confini inventati dagli uomini.
 
Artisti, con attenzione speciale quelli dei ‘70, che ti hanno colpito.
Dai Pink Floyd a John Coltrane, da Jimi Hendrix ai Cream…  Emerson Lake & Palmer, Chet Atkins, Tangerine Dream, Luciano Berio, Karlheinz Stockhausen e Anton Bruckner. Italiani? Nessuno.
 
Il rapporto con gli addetti ai lavori dell’epoca: giornalisti (riviste e quotidiani), radio, televisione, locali, presentatori dei concerti, manager, etc.
Tutto era difficile a causa della nostra posizione molto radicale.
 
Cosa non rifaresti dell’esperienza degli anni ‘70 e cosa rimpiangi di non aver fatto?
Personalmente non rimpiango niente e passerei sicuramente ancora attraverso i sentieri del mio passato.
 
Commenta la frase “senza memoria non c’è futuro”, musicalmente parlando…
Il tempo è implacabile e tende a farci dimenticare le nostre origini, quindi, solo attraverso la riscoperta del nostro passato potremmo avere un’idea chiara del presente e costruire il nostro futuro.
 
Hai appena rimasterizzato i “cofanetti” Cramps.
Semplicemente abbiamo trasferito i master analogici originali in un formato digitale e poi, grazie alla tecnologia del presente, siamo riusciti a dare una dimensione molto affascinante al lavoro del passato, senza, comunque, alterare il contesto originale. Devo dire che è stato un lavoro bellissimo e ha fatto rinascere in me ricordi, sensazioni che credevo di avere dimenticato. Non vedo l’ora di passare alla seconda fase, quella di mettere di nuovo le mani sui Master a 24 piste originali e rimixare il tutto in una chiave di riscoperta allo scopo di reinventare il passato a beneficio del futuro.

Per inviare commenti devi essere autenticato. Effettua il login.

Non sei registrato? Registrati.