In visita a Laboratorium

Il massello è una brutta bestia! E allora perché lo usi? Risposta: “Perché il diffusore è una scatola, pure grande, e averla in casa dev’essere un piacere”. Abbiamo provato a capirne di più...

28/10/2019
di Paolo Corciulo p.corciulo@suono.it

(estratto da SUONO 530)

Un giorno imprecisato del 1991, Malindi (Kenya): sulle splendide spiagge keniote si aggira Massimiliano, un ventenne che, con una sorta colpo di testa, si è preso una vacanza solitaria per anestetizzare il dolore per la perdita del padre. Sulla spiaggia l’animatore arringa un gruppo di ospiti che si accingono a una partita di volley; spicca tra di loro un signore dai modi delicati e dall’abbigliamento poco consono all’agone sportivo. Massimiliano si avvicina, lo scambia per un francese e vi si rivolge in quella che lui pensa la sua lingua madre. L’altro è italianissimo: è Franco Serblin…
Inutile girarci attorno: la storia di Laboratorium (e per molti versi quella del marchio “Franco Serblin”) ruota attorno alla figura carismatica di questo vicentino che ha scritto parte della storia dell’Hi-Fi italiana dando vita alla Sonus faber prima e ai prodotti costruiti e commercializzati dalla Laboratorium poi. E se, lo abbiamo raccontato svariate volte, la figura di Serblin ha rappresentato un faro, un’eredità a volte anche ingombrante per un’azienda che ha svegliato appetiti persino nei fondi di investimento planetari, quanto ha pesato nella storia di quel giovane ventenne, accolto dall’affettuoso abbraccio di Franco? Tanto che lui lo volle in Sonus (1995) dove Massimiliano Favella ha trascorso una lasso di tempo forse non lungo ma nel quale si svolsero eventi decisivi per l’azienda di Arcugnano.
Poi è stato il momento di spiccare il volo da solo (2003) ma in qualche modo rimanendo legato a Serblin visto che le soluzioni utilizzate per dar vita alla gamma di cavi che rappresenterà l’attività iniziale della Laboratoriun sono basati sulla teoria della coerenza metallurgica sviluppata da Franco Serblin. È anche il momento in cui Sonus faber si trasforma da una realtà artigianale in una artigianale - industriale (un tema molto caro a SUONO ma, anche, come si vedrà, un refrain nella vita di Favella e di Serblin), un’era dal forte aspetto manageriale a cui Serblin era poco incline. Così nel 2010, quando ogni impegno tra Serblin e Sonus faber non è più in essere, a Favella, forte di un’esperienza ormai di oltre sette anni con Laboratorium arriva la proposta di tornare insieme...

Uno dei cavalli di battaglia di Serblin era l’utilizzo del legno massello. Al di là del beneficio più evidente ti sei interrogato se fosse opportuno cambiare strada?
La storia di Franco nasce con questo materiale ma non voglio essere fermo su dei punti: non sono rigido sulle mie posizioni e può essere anche che un domani utilizzi anche il piallaccio mdf per togliermi dalle tante problematiche (ma anche dal fascino!) relative al massello. Dipende da quello che si va a fare; al momento mi sento di dire che se dovessi fare una scelta di quel tipo non avrei il coraggio di dire “è massello” se in realtà non lo è. Nell’evoluzione di Sonus faber anche Franco ha usato l’mdf: i Concertino, ad esempio, erano un progetto semplice e riuscitissimo e avevano due fianchi in noce massello con il corpo rivestito in mdf. Certo il massello… è una bestia non semplice da trattare! Il legno, nel nostro caso noce americano, arriva già pre-stagionato ed essiccato in forno prima che il falegname lo sezioni negli elementi delle misure che ritiene adatte. Dopodiché, una volta che è stato tagliato in elementi, viene misurata l’umidità per ogni singolo elemento; poi questi “pezzi” vengono lasciati per un mese a prendere a prendere l’aria, a fare, come si dice, “il movimento”. Dopodiché viene fatta una piallatura e si comincia a costruire il cabinet che una volta realizzato mi viene consegnato e io, a mia volta, lo tengo un altro mese e mezzo o due fermo lì. Questo ti fa capire che il lavoro che faccio non è compatibile le dimensioni industriali. Non può essere trasformato in industria nel senso che la quantità e il tempo da dedicarvici è notevole e lavorare con questi materiali è sempre un rischio: non è facile ma se il lavoro dall’inizio alla fine viene fatto bene tutto resta sotto controllo.

Dopo essere stati essiccati i pannelli di legno (spessore 52 mm) vengono controllati in termini di umidità prima che la sega a nastro li divida in due in modo che i lati del diffusore siano realizzati dalla stessa pianta e il movimento del legno nel tempo avvenga allo stesso modo.

Il piccolo artigiano deve elevarsi sopra la soglia di pericoli che vanno dall’impossibilità di avere un rapporto di forza con i fornitori a mille altri…
Ti dico soltanto che il rapporto che ho con i miei fornitori è un rapporto di amicizia, quindi già ti ho risposto! Oltre al falegname ci sono le aziende che realizzano le parti in alluminio e le cromature (per un prodotto ci possono essere anche otto differenti fornitori!). Sono tutte piccole e medie imprese, quelle che rappresentano il tessuto industriale italiano e il rapporto d’amicizia è proprio come quello con un fratello o un parente; questa, secondo me, è anche l’anima dell’Artigianato e quello che vorrei che gli appassionati capissero: tutto il lavoro che c’è dietro ma anche il pregio non solo del tipo di materiale utilizzato ma anche della lavorazione. Perché ci vuole un’esperienza che solo alcuni hanno: i tagli da un pezzo unico in massello, le incisioni che servono per snervare il legno e “rompere” la vena in modo che il legno rimanga il più possibile stabile… Campionatura, essenze particolari, lavorazioni e prototipazione: troviamo insieme delle soluzioni nella costruzione che siano valide nel tempo, esteticamente belle ma funzionali. Un tipo di lavoro che ti porta a essere molto esigente come era Franco. Devi avere mille attenzioni e queste mille attenzioni te le fai solo sul campo. L’esperienza ti dice “guarda che se vai troppo veloce non vai da nessuna parte”. Se i prodotti di Franco sono rimasti nel tempo c’è un motivo: è perché non sono fatti in pochi mesi ma richiedono tanta cura e attenzione.

Vecchia scuola: Aldo appartiene alla terza generazione di falegnami di un’azienda che risale ai primi del Novecento (prima di me, mio padre e mio nonno...). Lo chiamano “il sarto” perché è l’ultimo degli artigiani che lavorano a mano. È il padre di due ragazzi che lo seguono nella professione e rappresentano la quarta generazione nell’attività, perché “il legno è una parte viva, ce l’hai nel sangue”.

Nella cabina di verniciatura pressurizzata dopo una carteggiatura con carta sottile viene dato inizialmente dell’isolante, poi un’altra carteggiatura a 4/5 mani di fondo poliuretanico trasparente, una nuova carteggiatura e la finitura, sempre poliuretanica: “un 40 gloss scelto al tempo da Franco”.

[ Pubblicato su SUONO n° 530 - novembre 2018]

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