Ken Ishiwata - Se la passione determina la vita Intervista

Si è creato un’indiscussa reputazione attraverso la sua attività ma quando all’età di dieci anni cominciò a costruire il suo primo amplificatore (dopo un incontro “rivelatore” con il Marantz 7C), avrebbe mai sospettato che vent’anni dopo il suo hobby si sarebbe tramutato in una prestigiosa carriera proprio alla Marantz?

09/03/2005
di Jacelyn Parry

Se il marchio è uno dei pochi nomi illustri la cui recente storia ne conferma la solida reputazione, all’epoca in cui Ishiwata entrò nell’azienda (1978) Marantz non navigava certo in buone acque, anzi aveva enormi problemi sotto la direzione della Superscope di Kushinsky! La fusione di Philips con Marantz riuscì a riaffermare la presenza di quest’ultima sul mercato come leader, fondamentalmente grazie al livello della ricerca tecnologica della casa olandese. Il risultato fu la creazione di una serie di prodotti che si sono guadagnati numerosi riconoscimenti sia sul mercato consumer che su quello audiofilo. Ripercorriamo la storia di quella Marantz (e un buon tratto della storia hi-fi) insieme a uno dei suoi principali artefici.
SUONO: Che tipo di sfide ha dovuto affrontare durante l’apprendimento della progettazione hi-fi?
In quel periodo Marantz elaborava dei modelli molto complicati e io trovavo che il modo elaborato in cui veniva concepita e realizzata la circuiteria fosse la sfida più interessante. Il problema con il Saul B Marantz Model 7C è che se non fai attenzione oscilla. Le oscillazioni si verificano a frequenze molto alte e questa fu la sfida maggiore che dovetti affrontare nel cercare di sviluppare il mio amplificatore. Cominciai anche a elaborare la mia tecnica di cablaggio e come i condensatori andassero saldati. Questi furono gli elementi che studiai nel Modello 7C e che influenzarono la mia tecnica progettuale. Col tempo scoprii che tutti questi elementi avevano un’importanza nel creare la qualità della percezione necessaria per interpretare il segnale del suono in modo soddisfacente.
Così si rese conto che tutti questi componenti erano essenziali nella catena del segnale per contribuire al risultato finale del suono riprodotto…
Ogni parte ha un carattere diverso e unico e questo presuppone che niente sia neutro. Ciò significa che un’“elegante” combinazione di questi componenti diventa molto importante in relazione al suono ed è essenziale per percepire la qualità nella musica originale. In tal modo ogni volta che lavoro su un prodotto, prendo come riferimento un segmento musicale che conosco perfettamente dal punto di vista del suono e della percezione della sua fonte originale, allo scopo di ottenere un unicum da ogni diverso componente. Questo credo sia il solo modo di creare dei riferimenti al processo di progettazione. Più si va avanti nella catena produttiva, più la purezza del suono soffre, e proprio per questo non si possono prendere i CD commerciali come punto di riferimento, poiché non si è in grado di comprendere come l’autenticità del suono fosse veramente in origine. Ora nel progettare per Marantz consideriamo questo di fondamentale importanza. Se non ci fosse una conoscenza dei suoni originali, a soffrire sarebbe la qualità dell’interpretazione che tentiamo di creare. Per questo ci riferiamo unicamente a registrazioni che conosciamo e comprendiamo perfettamente. Senza compromessi. Ad esempio se stiamo decidendo quale condensatore usare, la prima cosa che si farà non sarà giudicare se sia di buona o cattiva qualità, bensì compararlo approfonditamente con gli altri componenti.
Molto dipende allora dall’esperienza acquisita nel capire e gestire la relazione dei componenti usati nelle loro qualità sonore?
In linea di massima sembrerebbe così, ma in realtà le stesse caratteristiche non sono mai costanti e mai le stesse poiché la nostra percezione del suono cambia in relazione con l’ambiente. Naturalmente abbiamo delle modalità prestabilite nell’affrontare le progettazioni ma a causa di questi possibili cambiamenti alle volte dobbiamo scegliere componenti completamente diversi per ottenere il risultato voluto. Quindi per esempio quando apporto questi piccoli cambiamenti a un design, per le persone che lo guardano come un modello da seguire, non avrà mai lo stesso suono perché le qualità sensibili di queste combinazioni produrranno quelle caratteristiche uniche che rendono il prodotto interessante. Prendi una squadra di calcio per esempio.Puoi mettere insieme gli undici migliori giocatori del mondo ma questo non significa che vincerai. È proprio nelle caratteristiche di questi giocatori che deve essere cercata l’armonia e allo stesso modo un buon ingegnere del suono deve essere in grado di comprendere questo concetto quando si accosta al processo di progettazione!
Quale pensa sia la reale possibilità di avvicinarsi a un’autentica performance attraverso la riproduzione per mezzo di un impianto hi-fi?
Beh la verità è che non si sarà mai in grado di ricreare la musica dal vivo attraverso un paio di diffusori: assaporare musica dal vivo e hi-fi sono due cose diverse, perché lo stato della propria sensibilità emotiva in quelle situazioni sarà sempre diverso da quello che si avrà a casa ascoltando il proprio impianto. Non potrò mai dire che l’hi-fi dovrebbe essere esattamente come un’esecuzione dal vivo…
Qual è allora il suo approccio filosofico verso l’hi-fi?
Possiamo realizzare la più brillante registrazione e poi riprodurla con dei diffusori ad altissime prestazioni ma non riuscirai mai a raggiungere le dinamiche della combinazione degli strumenti dal vivo.
È tutto qui il problema e noi dobbiamo comprendere il tipo di limitazioni di queste situazioni per tentare di riprodurre in modo creativo un senso dell’ascolto che renda la musica godibile anche in un ambiente casalingo.
Cosa ne pensa dell’approccio multicanale in rapporto al classico Blumlien (ndr: Alan D. Blumlien è l’inventore dello stereo)?
Possiamo usare entrambi i sistemi poiché entrambi posseggono una loro “capacità interpretativa”, ammesso che la registrazione sia eseguita correttamente. In ogni caso come ho già detto, l’atmosfera dell’interpretazione dal vivo non sarà mai riprodotta a casa. Il fatto è che la dimensione della sala di registrazione influenza il carattere del suono e questo cambierà una volta che l’ascolto avverrà in una sala diversa, e inoltre cambiamenti ci saranno anche a causa del vostro impianto e dell’acustica di casa vostra. Com’è possibile allora ricreare quell’atmosfera? Ci saranno sempre dei limiti!
Tornando ai suoi inizi, si rese conto già allora di questi limiti?
Beh, allora fu una scoperta che feci cercando di capire il rapporto tra i diversi componenti nelle loro differenti caratteristiche. Così nello sperimentare le possibilità dei condensatori e delle valvole alla ricerca del suono che veramente volevo, ebbi la possibilità di stabilire e capire i limiti dell’hi-fi. Fui fortunato a capire l’importanza di tutto questo anche prima di cominciare a lavorare nel impresa dell’hi-fi. A quell’epoca ero molto preso dal violino; quando mio padre ebbe un grave incidente e noi non eravamo certi che riuscisse a sopravvivere, io dovetti decidere che direzione prendere. Fu in quel momento che decisi che per il futuro mi sarei concentrato seriamente sull’ingegneria.
Lei ha studiato ingegneria?
Ho fatto un po’ d’ingegneria all’UCLA ma non l’ho trovato molto interessante. Avevo già compreso tutti i concetti ottenendo un licenza internazionale in ingegneria elettronica e radio comunicazioni in Giappone. Il mio professore, il sig. Sakamoto, a quell’epoca comprese le mie capacità e per approfondire il mio potenziale mi invitò a partecipare a un progetto speciale per la JBL. La JBL produceva driver di compressione di altissima qualità e il mio professore stava approfondendo il concetto di bassa distorsione applicato ai compressori, io lo aiutavo a sviluppare la sua idea. In quell’occasione potei aumentare la mia comprensione non solo dell’elettronica ma anche dell’acustica. Fu molto interessante.
Cosa accadde subito dopo?
C’erano moltissime società giapponesi che cercavano gente che sapesse parlare inglese. Sony e Pioneer mi offrirono un lavoro ma l’offerta di quest’ultima mi apparve più interessante, poiché con Sony avrei dovuto lavorare nello sviluppo del video, mentre Pioneer mi offriva un opzione nell’hi-fi con un possibile futuro trasferimento in Europa, cosa che mi sembrò molto più interessante. Dopo otto mesi alla Pioneer, fui trasferito in Europa con solo altre quattro persone della società. In quel periodo Pioneer stava cercando di competere con progettazioni molto migliori, quelle degli americani e degli europei. Così il nostro lavoro era di studiare e riportare ciò che gli europei stavano sviluppando nel progetto di qualsiasi tipo di componente audio hi-fi, persino nel campo dello stereo per auto. Nel 1973 incontrai il capo di una società tedesco-americana che era il distributore di Sony e Pioneer per il mercato militare americano. Gli piacqui tanto che mi offrì un ottimo contratto col quale avrei percepito delle royalty per ciascun prodotto progettato. Lasciai la Pioneer per questo nuovo lavoro che mi fruttò una piccola fortuna. Così improvvisamente divenni molto ricco e decisi di avviare una mia impresa di commercio in diamanti con un socio belga ad Anversa. Era un lavoro molto buono ma io non conoscevo il valore del denaro e facevo cose molto sciocche, come possedere undici macchine! Poi un giorno ricevetti una telefonata dal direttore della mia banca che mi annunciava che la mia lettera di credito era scaduta e che sul mio conto non c’era più un soldo. Il mio socio aveva preso tutto ed era scappato lasciandomi con un debito di sei milioni di marchi tedeschi. Ero in bancarotta. Dovetti vendere tutto, compresa la società. Fu così che diventai un fotografo di moda, grazie a mio padre che era un fotografo molto rispettato in Giappone. Grazie alle sue conoscenze riuscii a farmi commissionare qualche calendario di moda, cosa che era ben retribuita e in breve tempo potei saldare il mio debito. Per me la fotografia è come dipingere e in un ambiente aziendale si guadagnava bene ma i compromessi che dovevo accettare facevano soffrire la mia integrità artistica. Decisi così di tornare all’hi-fi e fu nel 1978 che infine entrai alla Marantz.
Com’era la situazione interna della società a quei tempi?
Quando entrai a far parte della Marantz, avevano problemi astronomici col settore ingegneristico giapponese ed europeo. La direzione che avevano preso era orientata verso la progettazione low end. Mantennero gli Stati Uniti e il Canada e vendettero delle azioni alla Philips, che alla fine acquistò l’intero pacchetto azionario e i diritti di commercializzazione e distribuzione nella regione canadese americana. Io cominciai a quel punto. L’elemento favorevole fu che in quel momento iniziava a essere introdotta la progettazione del compact disc. Fu grazie all’aiuto della Philips che conduceva per prima le ricerche nel settore che noi entrammo fin dallo stadio iniziale del processo d’introduzione del compact disc. Lavorammo molto bene insieme.
La transizione dal campionamento analogo a quello digitale del segnale audio, in quell’epoca cambiò la qualità dell’interpretazione musicale in un modo veramente interessante. Era già consapevole del complesso rapporto tra le capacità dell’udito umano e le idee di compressione, campionamento e codifica?
Il maggior problema era nel convertitore D/A. Quando si faceva una registrazione, poiché la frequenza del campionamento era di 44.1 Khz, dovevano mettere dei filtri sull’ingresso che escludessero tutte le frequenze sopra i 20 Khz. Questo filtro influenzava così tanto la registrazione che qualsiasi registrazione PCM si facesse comprometteva il senso originale dell’ascoltare la musica una volta riprodotta a casa! I registratori Sony basati su PCM avevano il significativo problema di usare filtri economici e in quel momento questo tipo di apparecchi venivano usati in tutti gli studi di registrazione che producevano la musica su CD, procurando così al suono di quel periodo una pessima reputazione. Essendo preoccupato per questo problema di scadimento del suono ma allo stesso tempo tenendo conto della risposta del mercato, decisi di migliorare la progettazione proponendo un tipo di filtro completamente diverso che aveva esattamente la stessa funzione ma produceva un suono molto differente. Così feci una registrazione per dimostrare loro che usando il mio filtro si otteneva un notevole miglioramento nel modo in cui la musica veniva interpretata e ascoltata.
Cosa ne pensa del teorema del campionamento zero sviluppato da Ryohei Kunosoki?
Devo esprimere il mio disaccordo. Non udiamo gli ultrasuoni e le stupende complessità degli armonici ma li “sentiamo”! Le nostre capacità non ci consentono di udire oltre i 20 Khz, ma percepirli è un’altra cosa. Queste finezze percettive sono gli ingredienti migliori per dare una dimensione in più all’esperienza dell’ascolto. Poiché io ho provato che quando si lavora su un PCM esplorando frequenze superiori ai 500 Khz si sentono comunque dei miglioramenti, sono assolutamente convinto che la frequenza di campionamento debba essere molto più alta per godere appieno la bellezza del suono in tutte le sue sfumature.
Così i produttori di filtri di questo tipo hanno compromesso il segnale audio?
La Sony progettava tutti questi filtri in quel periodo, e loro sono molto bravi dal punto di vista tecnologico e delle misurazioni e i risultati lo dimostrarono perfettamente, ma l’elemento più importante in queste misurazioni era il fatto di non tenere affatto in considerazione la relazione umana tra l’ascolto della musica ed il suo godimento. Questo è sempre stato il problema di Sony!
Quindi l’approccio era unicamente tecnico e trascurava l’aspetto emozionale di un completo equilibrio creativo…
Non se ne discuteva nemmeno perchè loro non si interessavano affatto di questo aspetto!
Nel 1982 Philips fece uscire il primo lettore compact disc, il CD-100, subito seguita da Marantz col CD-63. Lei fu coinvolto nel concepimento e sviluppo di questi progetti?
In realtà il compact disc fu completamente sviluppato dalla Philips e poi noi facemmo le nostre modifiche che sfociarono nel CD-63.
Durante l’esame di quel prodotto, come ha affrontato i problemi di jitter?
Il CD-100 era progettato abbastanza bene e il jitter era molto basso. Il solo problema era che non conoscevano bene la circuitazione analogica. Così noi modificammo l’alimentazione e i circuiti analogici sul CD-100, cosa che ci portò a concepire la prima generazione del CD-63, basato quindi sul CD-100 della Phillips.
Ho notato che alcuni dei suoi progetti, ad esempio il KI CD-63, hanno alti valori di bitter relativamente elevati che superano i normali standard per una buona riproduzione del suono. Lei ha trascurato questi standard perché considera il jitter come un elemento da integrare nel suo approccio alla progettazione?
Esistono jitter di bassa frequenza e di alta e l’influenza che hanno sul suono è completamente diversa. Questo comportamento è del tutto influenzato dal tipo di convertitore DA che si usa.
Qual è allora la sua visione nella disputa tra PCM e Bitstream?
Onestamente non sono molto entusiasta del PCM, almeno a questo stadio. La ragione per cui preferisco il SACD risiede nel concetto di bitstream. L’idea del 16 bit di campionamento uniforme e quantizzato è di gran lunga troppo lineare e rigida per riflettere la natura dinamica del suono, dato che nella musica il suono è in continuo cambiamento. Allora che bisogno c’è di dare a ciascun campionamento una risoluzione di 16 bit quando alle volte ne bastano due o tre? Le dinamiche musicali sono in continuo cambiamento e il bitstream riflette meglio questi cambiamenti.
Anche le onde sinusoidali nel suono sono sempre tortuose nella loro complessità e non si svolgono mai in una linea dritta e prevedibile…
Esattamente. Questo vuol dire che in ciascuna registrazione PCM il 70% dei dati viene sprecato a causa del tipo di ricreazione usato per reinterpretare il suono. Campionare più velocemente, a 2,8 milioni di volte al secondo (bitstream), dove poi vengono fatti dei paragoni per stabilire se la frequenza è maggiore o minore del sample precedente, vuol dire seguire l
spettro musicale in modo molto più aperto. Molto più vicino alla forma d’onda originale rispetto al PCM. Inoltre 192 Khz non è abbastanza ed è proprio qui che preferisco il modo in cui il bistream lavora: agisce solo su un bit alla volta, ma seguendo lo spettro musicale completamente in ogni momento. È un modo migliore di catturare la musica rispetto al PCM. Un’altra cosa interessante è che non c’è bisogno di un convertitore DA. Predisponendo il bitstream con un leggero filtro low pass, ottieni la musica originale. Il solo problema è misurare il jitter senza un convertitore DA. In questi casi, sulla base delle misurazioni, abbiamo solo le stesse specifiche di un compact disc ma quando lo ascolti è meraviglioso! Il problema è che commercialmente nessuno ha accettato questo…
Marantz è stata la prima a far uscire un lettore SACD…
Il problema è che abbiamo dovuto usare un convertitore DA, perché le persone, sulla base delle misure, si aspettavano una risoluzione a 20 bit e così il lettore doveva mostrare quella risoluzione alla misurazione!?!
Ma questo non potevo ottenerlo col solo filtro low pass, che mi dava solo 16 bit; mi dissero che non andava bene e nonostante io chiedessi di ascoltare quanto avevo fatto, nessuno accettò questa soluzione e io dovetti rinunciare all’idea di non usare un convertitore DA nel mio progetto, cosa che feci solo a casa per il mio divertimento personale. È possibile prendere il bitstream e farlo passare attraverso un ottimo filtro low pass e il risultato è un suono naturale, molto più godibile. Il problema col convertitore DA oggi è la mancanza di qualità dal momento che la maggior parte dei fabbricanti sono legati ai costi, così nonostante alte specifiche da 24 bit a 192 Khz, l’effettiva qualità del suono è terribile. In questo caso, la qualità del prodotto ha un effetto generale sul segnale musicale in uscita. In conclusione devo dire che la maggior parte dei convertitori oggi in commercio non sono veramente all’altezza.
Ma se ci fosse un buon convertitore DA, lei quale userebbe?
Beh, c’è un convertitore della NPC che accetta algoritmi esterni per filtri digitali e che supporta un’erogazione ad alta corrente. Questo è probabilmente il solo che sia in grado di erogare la qualità che ci aspettiamo e così abbiamo deciso di usarlo sul nostro nuovo SACD 11.
Come vede la contesa tra valvole e stato solido?
La valvola è un dispositivo a guadagno di voltaggio, mentre il “solid state” è a guadagno di corrente. Rispetto a ciò, il guadagno di voltaggio è sempre molto meglio perché c’è una differenza nella qualità del suono anche se alla misurazione non risulta. I transistor Solid state possono apparire più attraenti nel momento in cui le misurazioni mostrano che producono minore distorsione sugli armonici e sull’inter modulazione. Comunque, considerando più a fondo lo stile della distorsione prodotta, i transistor producono una distorsione armonica di ordine dispari che spesso nell’ascolto arriva ad affaticare l’orecchio, mentre con le valvole una grande quantità di distorsione di ordine pari può rappresentare una qualità sonora godibile e produrre una esperienza d’ascolto più gradevole.
Ci sono dei particolari diffusori che lei apprezza?
Il problema con la maggior parte dei diffusori oggi è che hanno una sensibilità molto bassa e necessitano di molta corrente per funzionare correttamente e ottenere quella dinamica di cui si ha veramente bisogno. Alle volte fino a 50-60 A. Naturalmente le valvole non sono in grado di gestire questo, a meno che non si abbiano diffusori estremamente sensibili. Sfortunatamente la maggior parte dei diffusori in commercio non sono progettati in questo modo.
Che ne pensa dei diffusori DSP?
Credo che il potenziale nell’usare DSP per le casse sia enorme. Una volta che s’inizia a usare DSP si può fare tantissimo ma ciò che accade è che spesso quando le persone cominciano a usare troppo il DSP poi si dimenticano di cosa sia un buon diffusore. Per me si deve ancora lavorare per ottimizzare i trasduttori, perché è l’area più critica per ottenere l’originale timbro del suono. È importante concentrarsi sullo sviluppo di buoni trasduttori e sfortunatamente non ce ne sono ad alto standard sul mercato.
Dov’è il futuro dell’hi-end?
Se facciamo attenzione ai materiali di ciascun componente allora possiamo ancora migliorare abbastanza ciò che abbiamo. Non c’è stato nessun miglioramento significativo da dieci anni a questa parte e credo che se ci possa essere una crescita, un rinnovamento creativo, tecnico ed economico, questo deve avvenire concentrandosi sulle cose fondamentali. Ad esempio si può fare moltissimo nel campo dei diffusori acustici. Non è cambiato molto in quest’area tecnologica negli ultimi cinquant’anni e le ragioni sono di tipo economico. Immagini se si potesse usare un laser ad alta potenza che muovesse l’aria per creare il suono, allora non servirebbero diffusori ma il costo sarebbe astronomico. Un normale diffusore consta di elementi la cui semplicità meccanica esprime da sempre un ottimo rapporto qualità prezzo. Comunque, dal momento che questo è un fattore determinante nella produzione, spesso e direi tristemente smorza gli impulsi creativi che potrebbero portare a nuovi approcci. Prenda ad esempio il mio concetto di non usare un convertitore DA nel progettare il SACD. Non può essere accettato perché viene attribuito più valore alla certezza tecnologica piuttosto che a quella ermeneutica. L’unica cosa che credo sia interessante è come i prodotti di alta qualità siano diventati più affidabili. Negli anni sessanta, la massa non si poteva permettere il lusso di prodotti d’alta qualità. Anche oggi però credo che questi prodotti siano troppo costosi. Capisco la quantità di lavoro che ci vuole, ma considerando le cose di nuovo dal punto di vista dell’ascolto musicale: sono i giovani che rafforzano la musica poiché saranno loro a portare i miglioramenti nell’hi-end del futuro.
Mi sembra di capire che lei ascolti molta musica, di ogni genere, specialmente musica contemporanea…
Beh si, ascolto più di cento singoli al mese per tenermi aggiornato continuamente su quello che succede tra i giovani, sia in oriente che in occidente. Addirittura mentre ero in Asia mi sono procurato un po’ di hip hop cinese e tailandese! È importante, nel nuovo contesto che stiamo vivendo ora, avvicinarsi alla mentalità globale a braccia aperte, e questo è uno dei modi più postivi per essere in contatto col cuore espressivo della gioventù globale. Al giorno d’oggi la gioventù esige molto di più che in passato. La musica è normalmente accompagnata da frequenze più basse che nel missaggio risultano molto più presenti di prima. Quindi l’alimentazione e il condensatore devono essere in linea con questo suono. Questo è quello che stiamo cercando di ottenere nei nostri progetti di amplificatori e CD alla Marantz.
Qual è il futuro per la Marantz?
L’home theater costituisce un mercato specifico. Ha già raggiunto il suo vertice ed ora è in calo ma rappresenta un certo settore nel quale noi dobbiamo essere presenti. Lei sa che abbiamo mantenuto il nostro hi-fi a due canali. Non dimenticheremo mai le nostre radici e ci sentiamo obbligati a proporre continuamente anche in questa categoria prodotti nuovi e forti. In pratica dobbiamo proporre prodotti pensati per gruppi mirati. Un pubblico che ami il due canali puro è una categoria, un’altra è l’AV. Ma nel campo dell’audiovideo si distinguono due sottocategorie. Una si concentra su prodotti tecnologici, l’altra si basa su un approccio caratterizzato dalla semplicità. Quindi questi rappresentano le due linee guida dei nostri prodotti. La prima è per chi si appassiona alla nuova tecnologia e alle sue caratteristiche, la seconda si basa sul piacere che caratterizza un approccio molto minimalista. Ma non dimentichiamo infine la terza, per i puristi del due canali. Queste sono le tre categorie che definiscono il nostro approccio creativo e progettuale alla Marantz.
Nella filosofia o nel design di Marantz è in cantiere qualche cosa di nuovo e altamente rivoluzionario?
Sì, specialmente nell’home theater stiamo sviluppando uno stupefacente approccio minimalista e in questo caso dobbiamo elaborare delle casse particolari che possano rendere questo effetto meraviglioso. Molto probabilmente l’anno prossimo saremo in grado di presentare il prototipo di questa nuova tecnologia. È una cosa completamente nuova. Non so neanche che nome darle! Comprende solo uno schermo televisivo o un proiettore, un paio di diffusori, un paio di sub-woofer, ma si tratta di un vero sound system che però ha un numero estremamente limitato di pulsanti e funzioni e un semplice telecomando. È un qualcosa di unico. Forse avrà sentito di qualche sound system virtuale che però poi non sono all’altezza di un reale surround. L’impianto di cui le parlo sarà uno shock.
Perché?
Ha presente il suono di una zanzara quando si avvicina all’orecchio? Quello è il tipo di effetto che stiamo sviluppando. Vera intimità e chiarezza. La tecnologia che stiamo sviluppando si concentra su un’accuratezza per il tempo e la velocità di fase per ottenere questo risultato.
Marantz è spesso stata innovatrice e ho notato che ogni decade esce un prodotto innovativo e “significativo” che si impone nel mercato. Questa nuova tecnologia che state sviluppando si inserirà in questa categoria?
Attualmente stiamo in fase di finalizzazione della tecnologia in prodotto e se la completeremo, credo che sarà qualcosa di epocale. È certo un po’ presto per dire esattamente cosa sarà ma sappiamo che possiamo integrare questa tecnologia in un tale sistema.
Lei ha un approccio creativo, una filosofia nel suo modo di progettare?
Mi ispiro sempre ai giovani attraverso la loro musica. Per me la musica viene sempre per prima. Qualsiasi prodotto hi-fi non è altro che un semplice strumento per poter godere musica meravigliosa, creata da musicisti e da ingegneri del suono. Il mio punto di vista è che noi non facciamo altro che creare degli strumenti per aiutare queste persone, quindi dobbiamo fare un lavoro appropriato.
Come dire che, in questo senso, lei ha delle responsabilità sociali…
Certo, perché noi facciamo affari grazie alla musica stupenda di meravigliosi artisti, e quindi il nostro compito è di assicurarsi che questi musicisti siano ascoltati e questa è la mia filosofia personale e il modo in cui penso sempre quando sviluppo un prodotto.
Com’è organizzato il suo impianto a casa?
Ho un impianto hi-fi a due canali e un home theater con un plasma e non so se ha mai sentito parlare degli Emphasis. Sono dei diffusori della B&W che io ho modificato per godermi meglio i film sul mio plasma. Ma per l’hi-fi non ho alcuno standard perché ho modificato tutto per il mio uso personale. Quindi non parliamo di un prodotto che esiste in commercio perché sebbene all’esterno possa apparire tale, all’interno ho cambiato tutto!
Ma ha comunque acquistato un prodotto sulla base del quale apportare delle modifiche. Quindi lei ha il suo piccolo segreto.
Si, voglio godermi la musica e non voglio aver a che fare con tutte quelle cose tecniche che ostacolano il modo in cui ascolto la musica. Io voglio solo ascoltare la musica. Il mio gusto personale è un suono morbido… come il Model 7 o il 9. Molto morbido, semplice e caldo. Questo è il suono che mi piace e rappresenta la direzione verso la quale mi muovo sempre. Sfortunatamente questo tipo di suono è un po’ troppo raffinato per la maggior parte del pubblico e noi non siamo nella posizione di fare questo tipo di cambiamento. Alla Marantz abbiamo sviluppato una caratteristica di suono molto diversa che non coincide molto col mio gusto personale, tranne che per la linea KI, dove le dinamiche sono sempre rispettate ma in modo più armonioso. Vede io rispetto ciò che Saul B Marantz ha creato perché possiede delle caratteristiche senza tempo che vivono ancora nei nostri prodotti. Dobbiamo onorare e rispettare le radici ed è ciò che cerco di fare anch’io quando sviluppiamo le nostre linee produttive.
Cosa c’è nel suo lettore di CD al momento?
Sto ascoltando della musica cinese, un gruppo di ragazze che si chiama She. Non so se conosce la canzone Remember. È quello che sto ascoltando ora.
Qual è il suo genere preferito, o il suo disco preferito.
Il mio disco preferito molto probabilmente è quello di una cantante francese che si chiama Patricia Kaas…

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