Mr Jones and Mrs Tad Intervista

Da alcuni anni ormai i diffusori TAD vengono considerati nel mondo una sorta di state of the art e, recentemente, hanno varcato anche i confini italici. Curiosa collaborazione tra una grande azienda consumer (Pioneer) e i suoi centri ricerca americano e francese, i TAD vivono anche di luce riflessa della figura carismatica di Andrew Jones, direttore tecnico di TAD ma anche “voce” ascoltata nell’intellighenzia audiofila mondiale.

20/10/2014
di Paolo Corciulo p.corciulo@suono.it

Alla TAD dal 2000 (e precedentemente sempre in Pioneer allo sviluppo di altoparlanti) Jones dopo una laurea in fisica alla Surrey University e studi post-universitari presso l’Università dell’Essex, ha trascorso 11 anni in Kef dove, come racconta, si è confrontato con larga parte degli opinion leader del settore.
Da anni un appuntamento obbligato alle varie manifestazioni estere è quello con la sua saletta. Come pochi altri Jones sa sempre ottimizzare al meglio quello che ha a disposizione, una dote che mi ha incuriosito e che lo porta ad utilizzare quel che ritiene giusto piuttosto che quel che converrebbe mostrare, come spiega meglio in questa intervista e come posso testimoniare.
Mi ha confortato non poco al tempo il fatto che, pur avendo amplificazioni proprietarie in fase di allestimento, avesse scelto Pass (come noi) come riferimento! Da quel poco che si può desumere da un demo in terra straniera, Andrew Jones mi è sembrato un personaggio interessante, pronto a percorrere strade non tradizionali; gli ottimi risultati ottenuti con TAD mi hanno ulteriormente convinto che incontrarlo potesse far scattare la scintilla e così mi pare che sia stato, giudicate voi…
 
SUONO: Ti consideri più un orecchio d’oro o un tecnico?
Andrew Jones: Considerando il mio background, più un tecnico! Ho sempre avuto un approccio molto metodico, attento al metodo scientifico. Ho studiato fisica all’università e ho fatto tre anni di ricerca in un gruppo audio che sviluppava il design dei crossover con l’ausilio del computer. Poi tre anni nel settore del controllo attivo del rumore, la stessa tecnologia delle cuffie attualmente disponibili, ma su scala più grande... Quando ho iniziato a lavorare alla Kef, sono entrato nel settore ricerca, e uno dei miei primi compiti è stato quello di migliorare le tecniche di misurazione dei diffusori, in particolare per le basse frequenze. La Kef aveva un background molto scientifico e aveva contatti con tutti i migliori esponenti della AES (Audio Engineering Society), quindi se avevamo delle domande a cui non riuscivamo a dare una risposta da soli, sapevamo a chi rivolgerci; persone come Laurie Fincham, Raymond Cooke, Richard Small, Neville Thiele, Peter Walker, Peter Baxandal, Stan Lipshitz, John Vanderkooy, Siegfried Linkwitz, Floyd Toole, di questo calibro. Questo quindi era il mio background e le misurazioni in Kef erano fondamentali. Certo, ascoltavamo, ma prima c’era una lunga fase solo di misurazioni. Con i diffusori se fai le misurazioni giuste ottieni dei risultati eccezionali anche senza alcun ascolto. So che questo alla gente non piace, perché pensano che sia tutto basato sull’ascolto ma puoi ottenere fino a circa il 90% del risultato finale con le misure; fai molto prima con le misurazioni giuste che ascoltando e mettendo a punto, quindi un metodo fortemente scientifico. Ricordo il mio primo progetto con Pioneer, la progettazione di un nuovo diffusore, insieme al Giappone: c’era un audio show a Los Angeles, e (come al solito!) fino all’ultimo minuto stavo cercando di completare il diffusore. Mercoledì sera dovevo portarlo alla fiera e cominciare a scaricare. Mercoledì mattina non l’avevo ancora ascoltato: dovevo lanciare il prodotto alla fiera e ancora non lo avevo ascoltato, perché non avevo ancora finito di assemblarlo! Il mio capo giapponese entrò nel panico “Come sarebbe a dire che non l’hai mai ascoltato? Lo presenti domani!”. “Sì, ma so cosa ho fatto nella progettazione, so cosa ho fatto nell’ingegnerizzazione, so come spiegarlo perché è il mio prototipo; sono sicuro che suonerà bene poi, in seguito, apporterò delle modifiche”. E così lo ascoltai a mezzogiorno per poi arrivare alla fiera nel pomeriggio.
Anche con TAD gran parte del mio lavoro si svolge attraverso le misurazioni tecniche, ma naturalmente ascolto e in seguito all’ascolto faccio delle modifiche, supportato dalle misurazioni.

Il motivo per cui te lo chiedo è che di solito al Consumer Show o nelle altre sale delle mostre a cui partecipate le vostre sale di ascolto suonano sempre molto, molto bene; questo significa che chi mette a punto la sala ha certamente una sorta di sensibilità umana, parametri che non sono scientifici...
Sì (non troppo convinto - ndr). Devo dire che non tutto si può fare con le misurazioni, anche i cavi a volte fanno la differenza. I cavi USB utilizzati, ad esempio, non capisco perché ma fanno una differenza, e in quanto scienziato questo ti turba! Ma devi prendere atto che non si possono rifiutare delle cose solo perché non se ne capisce il motivo; devi essere aperto per ascoltare e poi cercare di comprendere. È molto facile essere scettici e dire che qualcosa non è così perché non rientra nel tuo modello del mondo... Quando allestisco uno show devo ascoltare: ho già progettato il mio prodotto ma ora, come lo presento? E non si tratta solo del diffusore, ci sono le elettroniche, i cavi, la sala, si tratta di comprendere come questi elementi interagiscono. Ci sono delle persone – alle fiere – che non prendono nella dovuta considerazione l’allestimento. Prendi il nuovo show a San Francisco, quest’anno; l’organizzatore è venuto da me e mi ha detto: “Ci piacerebbe avervi allo show. Lo show apre venerdì, sono le otto di giovedì mattina, potete portare gli apparecchi, c’è un parcheggio sotterraneo dove potete trasportare le cose; alle 8 iniziate ad allestire la sala”. Ho risposto: “No”. Un posto nuovo, che non ho mai ascoltato prima: un giorno non è sufficiente per allestire una sala correttamente! A volte alle fiere la gente comincia ad arrivare dopo mezzogiorno, quando lo show apre alle nove del giorno dopo. È irresponsabile. La nostra responsabilità in una fiera consiste nel fare sì che le persone che vengono a sentire i nostri apparecchi possano farlo nel miglior modo possibile; è la loro unica occasione per ascoltarli: è impossibile che vadano in tutti i diversi negozi per ascoltare. Quindi dobbiamo fare del nostro meglio.

Sembrerebbe l’atteggiamento di una mente aperta, cosa che è difficile riscontrare in persone molto tecniche. Voglio dire, a volte utilizzi come fonte un registratore a bobine, a volte apparecchi di aziende diverse e ogni volta concordo con la qualità delle tue scelte; per esempio, in passato hai utilizzato Pass pur avendo alternative in casa. In sintesi: sei della Pioneer ma non ti fermi a quel marchio.
Diciamo che rispondo alla Pioneer/TAD ma, dal mio punto di vista, questo significa che sono libero di fare quello che voglio per ottenere il miglior suono possibile, e se utilizzare gli apparecchi Pioneer non è appropriato, non lo faccio. Per esempio con il nuovo amplificatore M-600, che ho presentato tre anni fa al CES, sono stato in Giappone a novembre e ho ascoltato il primo prototipo: andava bene ma non era eccezionale. Mi hanno chiesto di presentarlo al CES e io ho risposto che non era possibile. Ogni anno cerco di migliorare il mio suono, anche se si tratta dello stesso diffusore dell’anno precedente, cambio gli apparecchi, cambio la fonte, faccio qualcosa che migliori la presentazione. E non voglio fare un passo indietro solo perché c’è un amplificatore TAD in forma di prototipo! Avevo anche il prototipo del Compact Reference, e ho chiesto di metterlo nel retro a mo’ di laboratorio. Quindi la sala principale è quella dove avviene la presentazione, il retro  funge da laboratorio: “Venite a vedere i nostri prototipi!”. In questo modo posso mostrare i prototipi degli amplificatori e il prototipo del Compact Reference (suonavano anche bene ma non si sarebbe potuto valutare se il suono era dovuto all’amplificatore o al diffusore). E nella sala principale ho potuto comunque fare una buona presentazione. Gliel’ho detto: io farei così, non voglio fare passi indietro. Ha funzionato. E poi siamo tornati al tavolo da disegno con l’amplificatore e ci abbiamo messo altri due anni prima che fosse pronto per la produzione, ma ora è un ottimo prodotto.

Sono molto curioso di sapere come si svolge il brainstorming tra un uomo che vive negli USA, un’azienda con sede in Giappone e qualche centro di ricerche in Francia.
(Ride - ndr) Un sacco di e-mail, telefonate. È interessante... abbiamo America, Giappone…

Anche un’idea diversa della qualità del suono?
Questo era quello che temevo all’inizio, soprattutto per i diffusori TAD. Ho cominciato il progetto di sviluppo dagli USA, ma ho lavorato con ingegneri dal Giappone, e la mia preoccupazione era: che succede se abbiamo un’opinione diversa  circa il suono o la tecnologia? Mi era stato detto che la decisione finale sarebbe stata mia, ma non mi piace dover imporre la mia opinione, e non è mai stato così. Forse perché lavoriamo ad alto livello, ma ci siamo sempre trovati d’accordo se il suono non era sufficientemente buono, cosa dovevamo fare per modificarlo, e una volta effettuata la modifica, concordavamo nel risultato. Non ho riscontrato alcuna differenza culturale nel suono che loro cercano di ottenere (per fortuna!) e per quanto riguarda il fatto di lavorare insieme... Vado in Giappone e lavoro direttamente con gli ingegneri; abbiamo delle sessioni di brainstorming ma anche quando vado al lavoro in macchina la mattina posso telefonare e mentre torno a casa posso chiamare in Giappone.

Ritieni sia più importante accedere a una tecnologia molto innovativa o che per progettare diffusori, apparecchi sia più una sorta di effetto olistico? Intendo dire: è molto importante assemblare più cose insieme...
Certo, il risultato finale è olistico: tutto funziona insieme al tutto. Ma credo che si debba avere un’idea molto chiara di come incorporare ogni tecnologia e occorre avere la nuova tecnologia, la tecnologia giusta. Questo era il bello di lavorare con Pioneer: accedere a una tecnologia a cui diversamente non avrei potuto avere accesso. Ho visto i produttori e c’è sempre la sensazione, quando vai a una fiera, del tipo: “Ah, un altro diffusore a due vie 16 pollici”. Molti produttori comprano dei driver Scan Speak, li mettono in una scatola, progettano un crossover e quello è “un nuovo diffusore”. Un approccio che non allarga le prospettive di quanto è possibile fare volendo avvicinarsi ai limiti.Lavorando con le tecnologie dei materiali come faccio alla Pioneer, riesco ad “allargare i confini”; e sono pochi i produttori che possono accedere a quel tipo di risultati. Solo per dare un esempio: lavoriamo con il berillio, ceramica, diamante, boro… Tutti questi materiali e scegliamo quello più appropriato, non siamo legati a un unico approccio. Se sei un produttore, con il tipo di sforzo richiesto per sviluppare il diamante, significa che tutti lavorano in quella direzione e se poi a metà strada scoprono che “sì, ok, ma forse...” non hanno più scelta, finito! Noi possiamo accedere a tante cose diverse...
A partire da due o tre anni fa, TAD e Pioneer sembrano più vicine. Voglio dire che al momento i diffusori TAD costano una fortuna (il più piccolo costa un po’ meno e suona bene, il suono è fantastico!): quanto è possibile abbassare il prezzo senza abbassare la qualità? In altre parole, il prodotto TAD più consumer che tipo di prodotto potrebbe essere?
Abbiamo in mente più entry level TAD. Attualmente stiamo lavorando a un diffusore da pavimento entry level per Pioneer. Adotterà lo stesso tweeter, ma ci saranno cambiamenti nel cono del midrange per cercare di abbassare i costi. TAD non sarà mai economico. Ma cercheremo di essere un po’ più economici. Prendiamo il Reference 1 e il Compact Reference: il Compact Reference costa la metà del Reference 1, ma è comunque il diffusore compatto più costoso sul mercato, che è il motivo per cui facciamo in modo che si tratti di un vero diffusore Reference, e quindi anche se per essere un Compact Reference è molto costoso le sue prestazioni sono molto alte. Se guardo al costo di produzione e al prezzo di vendita è la metà del prezzo dei Reference 1 ma il costo di produzione è probabilmente l’80%: ha lo stesso altoparlante concentrico, il mid base driver ha un costo di produzione quasi identico, la basetta del crossover ha lo stesso costo di produzione del Reference 1. Di fatto l’unica differenza è nell’altoparlante per le basse frequenze e nella dimensione del cabinet che non rappresenta metà del costo di produzione. Se dovessimo semplicemente moltiplicare il costo di produzione, il prezzo di vendita sarebbe di 55-60 mila euro e i Compact reference sarebbero dei diffusori chiaramente invendibili. Quindi dobbiamo cercare di fare un volume di vendite maggiore per coprire il costo.

In passato ho parlato con Alon Wolf di Magico ponendogli la stessa domanda e mi ha risposto che “per me è impossibile scendere sotto i 20 mila euro”. Ok: Magico è un diffusore meraviglioso ma pochi se lo possono permettere!
Giusto! Per questo motivo abbiamo realizzato, per Pioneer, la gamma EX che ha molte delle idee e della tecnologia TAD; l’EX ha lo stesso tweeter, e in quel caso siamo riusciti a produrlo a un costo un po’ più basso, anche se non è un vero TAD. Credo che saremo sempre costretti a dire che TAD è costoso e non credo che, per il tipo di prestazioni che vogliamo ottenere, sia possibile abbassare il livello oltre un limite sotto il quale il prodotto non è più un vero TAD. Forse in termini di business dobbiamo trovare un modo di realizzare un entry level ma ci sarà una chiara distinzione nelle prestazioni. Quindi avremo il vero TAD e forse qualcosa al di sotto. Ma è difficile capire come mantenere lo stesso livello di prestazioni e abbassare il prezzo.

Hai un’ottima conoscenza della qualità sonora e, grazie all’attività nel campo professionale di TAD, anche delle problematiche degli studi di registrazione (non di rado hai fatto ascoltare in pubblico dei master…). Oggi nelle dimostrazioni utilizzi la musica da computer… Ritieni che attualmente la musica ad alta definizione attraverso il computer sia il modo migliore per ascoltare la musica?
Personalmente ritengo di sì. So che non tutti sono d’accordo, che diranno “Il vinile, analogico, è meglio, il nastro, blah blah....” ma quando ho parlato con master engineer e recording engineer, persone come Bill Schnee (un ingegnere del suono che va per la maggiore - ndr); l’ho sentito parlare al CES e lui direbbe assolutamente che ciò che si avvicina di più a quanto esce dal mixing desk è un buon 24/192! Il nastro non lo fa, il vinile non lo fa: entrambi aggiungono un proprio suono e il suono della musica che siamo abituati ad ascoltare è quello che ascoltiamo dal nastro, dal vinile, ma non è quello che lui ascolta con i veri musicisti in studio. È molto critico nei confronti del nastro, dice: “Se registro su nastro e poi vado ad ascoltare nella control room, quando riascolto il nastro sento che non è la stessa cosa che ho sentito... Inoltre ogni lettura del nastro ne deteriora il suono...”.

Credo che l’aspetto rivoluzionario della musica liquida sia che riesci ad ottenere a casa tua la stessa qualità del suono che hai in studio.
Esatto!

Perché anche con il SACD, il DSD è meglio di quello che poi troverai sul dischetto. Intendo dire che c’è uno scadimento della qualità tra il master o qualcosa del genere e quello che la gente compra e utilizza a casa propria. Un file invece è lo stesso a casa mia, in uno studio, ovunque.
Sì, il file è lo stesso a patto che si riproduca correttamente con gli apparecchi giusti: allora sì, ti avvicini il più possibile a quanto ascolteresti in studio. Ed è per questo che Bill Schnee vuole trovare un modo per distribuire la musica come file 24/192, perché vuole che la gente possa condividere questo livello di qualità. Teme per il futuro della musica; teme a causa dell’mp3. La gente non ascolta musica di qualità; quindi gli studi di registrazione non investono in qualità, le case discografiche non investono in studi hi-end e tutti ci si accontenta. Lui sente invece l’esigenza di cambiare tutto questo, altrimenti gli ingegneri non avranno più una strada da seguire per imparare come fare delle buone registrazioni, i musicisti registrano nelle loro camere da letto e… questo non fa bene alla nostra industria.

Durante una mia visita all’Air Studio sono rimasto molto sorpreso perché nella sala master utilizzano un amplificatore il classe D relativamente economico con il vostro diffusore TAD; ma lo usano in biamplificazione. Anche noi ci abbiamo ragionato su e abbiamo fatto qualche esperimento con la biamplicazione passiva. Il fatto che presentiate un amplificatore a 4 stadi che può essere configurato in stereo o a 2+2 canali (per la biamplificazione) mi sembra molto importante. Che valore dai alla biamplificazione?
Non credo che si possa dare una risposta univoca. In alcuni casi c’è un miglioramento, non sempre…

Dipende dal carico...
Nella biamplificazione, dividi lo spettro in più parti, non con un crossover a monte ma grazie al fatto che l’amplificatore preposto alla gamma bassa dovrà fornire energia solo alla parte bassa, mentre nella gamma media, anche se si verificano oscillazioni di tensione non si verificano richieste di corrente dovute all’impedenza totale del diffusore, e si tratta solo di oscillazioni di tensione. Quindi se si presenta un improvviso transiente in gamma bassa, ipotizzando di utilizzare una coppia di amplificatori da 300 Watt invece di uno singolo da 500, si rischia di avere una minor Dynamic Headroom nella parte bassa. In altri termini, la capacità della soluzione biamplificata di fornire un’uscita a un livello sensibilmente più alto del normale per brevi periodi (in modo da riprodurre i picchi musicali) è leggermente inferiore rispetto a quella fornita da un singolo amplificatore da 500 W. Se la riserva dinamica è leggermente penalizzata però ne beneficiano la “chiarezza”, la distorsione e l’intermodulazione anche se, in alcune circostanze, sembra che si possa perdere amalgama fra le due emissioni separate (biamplificazione): la musica sembra divisa in due, separatamente per la parte alta e quella bassa. Non c’è ancora un’opinione condivisa su quello che accade e per questo la partita è ancora aperta…

Cosa pensi dei cavi? Puoi anche rispondere “no comment”!
(Ride ancora - ndr) Rispetto al mio background, quando non avrei mai e poi mai preso in considerazione i cavi, ora penso che anche se non so spiegare perché i cavi facciano una differenza. Comunque la domanda è sempre “Quanta differenza rispetto al costo?”. Quindi posso dire che da ingegnere ho una posizione riduzionista. Se sto progettando un diffusore e qualcuno mi suggerisse di metter un cavo speciale dentro il diffusore (e che questo mi costi mille dollari per il collegamento interno), come ingegnere di altoparlanti penserei: “Mille dollari extra... come potrei impiegarli per i miei driver, o per il cabinet?”. Quindi la mia risposta sarebbe sempre: “Con quei soldi posso ottenere un miglioramento maggiore riprogettando i driver piuttosto che cambiando il cavo”, e questa sarebbe la mia decisione. Ora, l’utente non può re-ingegnerizzare il diffusore, quindi l’unica possibilità di “giocare” facendo le veci del progettista del suono è nell’abbinamento degli apparecchi: “Scelgo questo diffusore, questo amplificatore, questo lettore CD e questo cavo”. Così può sperimentare il fine tuning del sistema con il cavo ma la domanda allora è: “Quanto spendere sui cavi?”. Un approccio migliore è cambiare il diffusore, o l’amplificatore o la fonte.
Quando parliamo di cavi da 60mila dollari…

Il costo di una vacanza…
O di una macchina! Deve esserci una proporzione tra cavo, diffusore, amplificatore. E in questo caso non direi a qualcuno cosa fare; direi: questa è la tua scelta, forse io farei una scelta diversa dalla tua, ci sono delle differenze ma la rilevanza di queste differenze è una questione personale, su cui non voglio influire.

TAD ha costruito il miglior diffusore o uno dei migliori diffusori al mondo…
Il migliore.

Il migliore, forse…
O uno dei migliori perché sono due!

Ok: TAD ha realizzato “anche” il miglior bookshelf al mondo. Quale sarà allora la prossima sfida per Mr Jones?
Penso, da ingegnere, che tutte le volte che progetti non vorresti mai smettere, quindi hai delle scadenze per la produzione, ti viene dato un periodo entro cui terminare il lavoro di progettazione, e capita sempre, durante la progettazione il momento in cui “non posso interrompere la progettazione ma devo passarlo alla produzione”…

La maledizione del tecnico...
Sì. Faccio molto del lavoro creativo iniziale, la progettazione del prototipo, e poi lo passo per l’ingegnerizzazione della produzione, il che è buono, perché non è la parte che preferisco: mi piace il processo creativo. Ma ho presente il Reference 1, ho presente il Model 1 che era... direi che è stato la creazione più pura di come pensavo dovesse essere TAD, ed è sempre un riferimento. Ho ancora il Model 1 a casa, ho già fatto alcune modifiche personali, come un basso attivo e penso: “so come potrei rielaborarlo”. So come abbiamo costruito il Reference 1 e forse arriverà il momento in cui lo farò. Ma esiste una differenza tra quello che desidero creare come ingegnere e quello che concretamente si può mettere in produzione.

Il compromesso più alto?
Sì. Chiunque dica che un flagship è no compromise non dice la verità. Tutto è un compromesso. Non c’è mai stato un momento in cui qualcuno possa dire: non posso fare di meglio. A un certo punto però devi fermarti. E il punto in cui ti fermi è il punto in cui continui a pensare a cosa avresti continuato a fare. E hai ancora un sacco di idee: quindi è un qualcosa che non finisce mai. La domanda allora è: cosa conviene per l’economia della tua azienda? Potrei rifare il Model 1 in modo fantastico e produrre un diffusore da 200 mila dollari. Sicuramente: ma ne venderemmo qualcuno? Avrebbe senso? Dove è meglio impiegare il mio sforzo progettuale? Probabilmente un diffusore entry level, dal punto di vista commerciale, ha più senso di un flagship ancora più performante ma lo voglio davvero? Un flagship ancora migliore? Certo!

[ Pubblicato su SUONO n° 451 - Aprile 2011]

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