Ozark Henry - Viaggio immaginario Intervista

Ispirandosi a John Zorn, a Nick Drake e alla solitudine imposta dalle regole del villaggio gobale, il compositore belga Piet Goddaer torna sulle scene con Birthmarks, un CD che richiama alla mente le immagini astratte della colonna sonora di un viaggio immaginario.

12/11/2003
di Sergio Spada
Piet Goddaer nasce nel 1970 a Kortrijk in Belgio e sin da giovanissimo rimane coinvolto nella scena musicale europea. “È una questione ereditaria: mio padre Norbert era un compositore di musica classica e un grande appassionato di jazz: per anni durante la mia adolescenza mi ha ripetuto che la follia artistica di Frank Zappa non nasceva dal nulla ma era influenzata da compositori come Igor Stravinsky o che si avverte una sostanziale differenza nella tromba di Chet Baker quando suona con o senza i denti! - dice l’artista. Da ragazzo la musica era il mio più grande divertimento, così col trascorrere delle stagioni è diventata un piacevole hobby mai ostacolato da un’educazione formale e questa circostanza mi ha reso libero di spaziare in tutti i settori della musica contemporanea … All’inizio degli anni novanta ho adottato il nome d’arte di Ozark Henry: mi sono ispirato al nome di una catena montuosa degli Stati Uniti inserendo in più una “zeta” per emulare il mio idolo personale John Zorn mentre Henry viene dal nome del protagonista di Junkie di William Burroughs.” Debutta come solista nel 1996 con I’m seeking something that has already found me, un CD edito dalla Method Records registrato nel salotto di casa e remixato da Dan Lacksman che in Francia aveva già lavorato con i Telex e i Deep Forest. “Le vendite non furono molto incoraggianti, ma il mio nome cominciò a circolare con maggior frequenza e un giorno su una rivista olandese lessi una intervista dove David Bowie dichiarava di ascoltare la mia musica ogni giorno in automobile giudicandolo il CD dell’anno. Fui orgoglioso di quella affermazione iniziando a comporre più seriamente le mie canzoni ” Nel 1998 registra This last warm solitude, un collage più accessibile per i media sovrapponendo la musica, i colori e le sonorizzazioni in un tableaux di melodie arricchite dal contributo di Roy Spong e Mark Phytian: “A risentirlo oggi dà l’impressione di essere come una fermata lungo la strada verso qualcosa di più grande che comunque viaggia nella direzione giusta”. Di fatto in chiusura di millennio Ozark Henry entra nel novero dei nuovi musicisti di culto anche grazie a Live in Paris e nel 2001 fonda un laboratorio sonoro denominato Sunzoo Manley dove insieme al sax e al clarinetto di Frank Deruytter e al batterista Stéphane Galland realizza To all our escapes che evidenzia il lato sperimentale della sua musica. Oggi torna sulle scene…
SUONO: Negli ultimi anni ha realizzato tre CD solisti in maniera completamente differente...
Ozark Henry: I’m seeking something that has already found me riflette la privacy della mia sala di registrazione dove ho imparato alla perfezione la tecnica musicale del “copia e incolla” sulla quale venivano aggiunte, un po’ in fretta a dire il vero, le voci e gli altri elementi dell’arrangiamento. Non ho mai usato il computer per comporre la mia musica perché tutti gli strumenti venivano assemblati in una tape machine per realizzare il sampler definitivo. Anche This last warm solitude è uscito fuori in quel modo sovrapponendo basi di chitarre, tastiere e pianoforte, realizzando così una sorta di work-in-progress. Oggi Birthmarks ha portato una vera rivoluzione perché per la prima volta ho ridotto drasticamente i clip e i sample, scegliendo di registrare le canzoni con musicisti veri sotto la mia supervisione come autore, produttore e strumentista. In realtà avevo già scritto tutto prima.
Perché nel 2001 ha deciso di cambiare pelle creando un laboratorio sonoro sperimentale denominato Sunzoo Manley?
Volevo sperimentare la mia musica in un contesto esclusivamente strumentale miscelando la dance con l’elettronica e il free-jazz. In passato ho composto una serie di pièce elettroniche per la televisione belga e quella olandese, ma il mio sogno è quello di lavorare con David Lynch. Attualmente sto registrando un progetto di musica contemporanea chiamato A change of light insieme a Moloko, l’Audrey Riley Octet, Gavin Bryars e David Lynne, un compositore contemporaneo di New York.
È corretto definire Birthmarks la colonna sonora di un viaggio immaginario?
Nel CD ho assemblato delle decorazioni sonore che riguardano la mia sfera personale più intima: sin dall’adolescenza ho accumulato una serie di vivide immagini fotografiche, film in bianco e nero e profonde emozioni che corredano il mio diario di bordo.
Uno dei temi più toccanti del CD lo esprime attraverso i versi di Intersexual dove sviluppa il problema dell’isolamento sociale…
Il brano parla dei rapporti on line, ossia come un nuovo mezzo di comunicazione in una situazione di solitudine possa cambiare il mondo ma con effetti indiretti negativi. In realtà abbiamo familiarità con alcuni dei più sottili dettagli del villaggio globale: eppure i nostri vicini restano degli estranei. Un voyeur australiano può conoscere in tempo reale ogni particolare di un pittore fiammingo o sulle cerimonie tribali dei nativi americani del deserto di Sonora in Arizona ma ignora cosa succede nella sua città creando la libertà dell’anonimato senza una presa di posizione precisa perché il protagonista è solo una persona che si limita a osservare.

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