Pietro Santangelo Trio: tra jazz, elettronica e mediterraneo

Ci sono musicisti che senza tradire le proprie origini amano superare i generi andando oltre quelle che possiamo definire “catalogazioni restrittive”. Uno di questi è senza dubbio il sassofonista partenopeo Pietro Santangelo, il cui disco d’esordio Clinamen, pubblicato da Emme Record Label, offre interessanti spunti di riflessione.

02/10/2018
di Iltremila

Clinamen è un disco caratterizzato da una commistione di stili dove i linguaggi del jazz, della musica mediterranea si fondono e confondono con l’elettronica, con atmosfere minimali e con le correnti contemporanee. I musicisti che hanno preso parte a questa avventura sono Vincenzo Lamagna al Contrabasso e Salvatore Rainone alla batteria, già sodali con Santangelo nel progetto Slivovitz. E’ il sassofonista campano a raccontarci questa nuova avventura alle prese con trio less piano dal grande potenziale:

Clinamen è un disco dove abbiamo notato la presenza di diverse influenze: dal free jazz, alla musica etnica, passando anche per la tradizione partenopea. Quali sono le diverse anime che fanno parte di questo trio?
Sono sempre stato musicalmente onnivoro, ho cercato di immaginare un disco di un trio jazz che fluisse e che fosse curato timbricamente come un disco di rock psichedelico lasciando suggestioni della world music ben in evidenza.

Parlaci, allora, del percorso musicale che hai svolto con questa band e come avete lavorato alla nascita dei brani?
Ho cominciato a lavorare ai brani del disco nel 2013 in seguito ad un infortunio che mi ha obbligato a quasi un mese di pausa dalla musica. Forse quel trauma mi ha dato la voglia di fare qualcosa di radicalmente nuovo; già suonavamo dal vivo ma soprattutto standard e brani riarrangiati dal repertorio degli Slivovitz. L’idea di lavorare ad un repertorio completamente originale è di quei giorni li.

Sappiamo, dunque, che una delle esperienze che accomuna i membri del trio è quella con gli Slivovitz. Perché la decisione di lavorare con una formazione in trio?
La gestione dello spazio sonoro e dell’energia è completamente diversa e soprattutto avevo voglia di espormi a dei rischi che in anni di carriera non avevo mai preso. Suonare in un gruppo di 7 elementi ti dà una forza ed un senso di protezione incredibile, il trio, invece, per un solista è il massimo della libertà, e quindi il massimo del rischio.

Raccontaci anche come ti sei avvicinato alla musica e quando hai cominciato a pensare che potesse diventare la tua professione…
Mio padre ha sempre suonato il piano per diletto, avendo abbandonato gli studi di conservatorio per studiare medicina. Dei miei fratelli, invece, il maggiore suona la chitarra ed il più piccolo la batteria: ho cominciato a suonare poco dopo i 10 anni e per noi la musica è un fatto di famiglia. Quando ho scelto di farlo per mestiere, intorno ai 25 anni, ho dovuto discuterne molto proprio con mio padre. Mia madre, amorevole ma severa, mi ha responsabilizzato molto ma mi ha lasciato libero di fare quello che volevo. Ho ripagato la loro fiducia laureandomi prima in Fisica e poi in Musica Elettronica a Santa Cecilia.

L’approccio alla composizione dei brani come avviene e soprattutto come lavorate insieme in fase di studio?
Il lavoro di composizione avviene tipicamente al pianoforte oppure al sax. Successivamente nasce la linea di basso, ed è questa sicuramente la parte più stimolante del processo creativo: cercare la complementarità armonica delle due voci è il nocciolo del percorso. Quando mi sento soddisfatto di come le due voci riescano a rappresentare l’armonia del brano, si va in sala prove. Qui nasce l’arrangiamento vero e proprio, si lavora, cioè, alla costruzione di uno “spazio” acustico più o meno fitto, e più o meno intenso. Generalmente mi piace avere il basso solido mentre alla batteria lascio il compito di creare “spigoli” sui quali mi appoggio per avere idee nell’improvvisazione. Durante l’esecuzione scegliamo “liberamente” di aggrapparci l’uno all’altro, il titolo “Clinamen” si riferisce a questo.

Visto che ci siamo una domanda secca, live o studio? Quale aspetto prediligi e quale fra questi due è secondo te più importante?
È una domanda difficile perché sono due aspetti imprescindibili e complementari dell’attività del musicista. In questa fase della vita preferisco lo studio, dove la concentrazione e la ricerca sul suono sono massime. Ma le emozioni del live restano sempre le più forti, sono quelle in grado di mostrarti la direzione da cercare successivamente.

Per quanto riguarda il tuo percorso personale, invece, ci vuoi parlare anche della parte elettronica?
Mi sono laureato, ormai più di dieci anni fa, a Napoli in Fisica con una tesi in Elaborazione Digitale del Suono. Subito dopo ho preso la laurea triennale in Musica Elettronica al conservatorio di Santa Cecilia in Roma con il M° Giorgio Nottoli. Con lui ho lavorato alle mie prime composizioni elettracustiche ed ad alcune improvvisazioni di elettronica dal vivo con maxMSP; inizialmente ho fatto di tutto per tenere separate la mia attività di musicista elettronico (come insegnante alla Nut Academy di Napoli e come produttore ed autore di colonne sonore) dalla mia attività di sassofonista (con gli Slivovitz e come turnista) ma per terminare gli studi, dopo che Giorgio è andato in pensione, mi sono iscritto alla biennale qui a Napoli dove insegna Elio Martusciello. Lui mi ha aperto gli occhi sull’importanza di cercare un’unione tra i due percorsi.

Inoltre come hai approfondito questo discorso con il trio?
Sono molto attratto dalla registrazione e dalla manipolazione del suono del sassofono. Tutti gli interventi elettracustici del disco sono stati ottenuti stravolgendo in fase di editing le riprese effettuate in studio. Il contributo dell’elettracustica è stato soprattutto quello di creare materiale legante fra le tracce, per cercare di costruire un continuum sonoro tra i vari brani.

Quali sono le frontiere che si possono raggiungere grazie all’elettronica e quanto è importante per te l’utilizzo di questo mezzo?
L’elettronica ha la capacità di aumentare l’immaginazione, e quindi la “realtà” conseguente, in maniera incredibile ed a volte inquietante. Per quelli che come me appartengono all’ultima generazione non nativa digitale, è importante conservare l’attitudine per la corretta pratica strumentistica. In sintesi bisogna evitare che l’elettronica diventi solo sinonimo di “easy trick” di produzione e che sia sempre considerata uno strumento capace di sviluppare in parallelo la propria molteplice voce.

Parliamo, ora, della registrazione che a quanto ne sappiamo è avvenuta presso il la Phonotype di Napoli. Che ricordi hai di questa esperienza?
Non era la prima volta e non sarà l’ultima: la Phonotype ha una sala di ripresa dal suono incredibile e consente la possibilità di lavorare insieme ottenendo, però, una giusta separazione tra le tracce audio. Inoltre attraverso un’adeguata microfonazione l’uso di reverberi elettronici è ridotto al minimo indispensabile. Ho coinvolto Fabrizio Piccolo nella produzione, tra di noi c’è un saldo rapporto di fiducia e dei rodatissimi meccanismi di lavoro, inoltre alcune sue apparecchiature (diversi microfoni e preamplificatori) hanno completato la già notevole dotazione tecnica della sala.

Entrando ancora di più nel dettaglio, che tipo di set microfonico avete utilizzato per la registrazione e per quale motivo?
Il sassofono è stato registrato con un Neumann U47 vintage (quello con alimentazione telefunken se non ricordo male) e con un Sennheiser MD 441, passati da un pre Neve 1081. Uso sempre la combinazione di un dinamico ed un condensatore posizionati diversamente (il dinamico alla campana, ed il condensatore più in alto e leggermente alla mia destra rivolto verso le chiavi) in maniera da equalizzare il meno possibile in postproduzione, cercando di bilanciare al massimo con la somma dei due. In fase di missaggio, con Fabrizio, abbiamo lasciato che il suono dell’U47 predominasse sul MD 441, cercando di essere fedeli al suono scuro del Mark VI. Il contrabbasso era posizionato nel booth grande dello studio ripreso con un U87 ed un piezoelettrico. Batteria posizionata nello stesso ambiente ripresa con coppia stereo Schöps e con diversi dinamici (Sennheiser 421, shure sm57) sui tom, floor tom e snare. Per gli ambienti abbiamo usato un'altra coppia stereo posizionata molto in alto, per cercare di restituire quanto più e possibile il suono della grande sala 1 della Phonotype.

Chiudiamo con una proiezione verso il futuro: prossimi progetti e prossimi live. Volete darci qualche coordinata?
Fino a luglio sarò impegnato a lavorare su una colonna sonora per un docufilm, questa estate ho qualche concerto con Slivovitz, Fitness Forever e Nu Guinea. Spero di riuscire a portare un po’ a spasso per lo stivale il trio in autunno.

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