Quelle sporche 12 battute Intervista

Prendi la chitarra e via! Così il chitarrista americano Joe Bonamassa può essere rappresentato. Una vita dedicata alla musica e che si rigenera ogni giorno con le diversificate esperienze artistiche. Nel suo DNA le 12 battute del blues vengono continuamente rimpastate con altro, ma tutto ritorna al punto di partenza: alla musica con la M maiuscola.

07/10/2014
di Guido Bellachioma

Descrivere Joe Bonamassa è complicato, quasi impossibile persino per lui, che su questo argomento è abbastanza reticente nella sua semplicità espressiva: quasi timido, mentre sul palco è sfrontato e deflagrante. Un predestinato della sei corde, oggi ne possiede più di cento, che a soli 36 anni (5 maggio 1977, Utica/New York) ha inciso più di 20 album/DVD a suo nome, tre in studio e un live col supergruppo Black Country Communion, We Want Groove coi Rock Candy Funk Party, altri due con la straordinaria cantante Beth Hart, Don’t Explain del 2011 e il recentissimo Seesaw. A parte, ovviamente, le apparizioni nei dischi di Ozzy Osbourne (Black Sabbath), Joe Lynn Turner (Rainbow, Yngwie Malmsteen’s Rising Force, Deep Purple), Walter Trout (John Mayall’s Bluesbreakers), Lee Ritenour (Dizzy Gillespie), Leslie West (Mountain), Carl Verheyen (Supetramp), Jon Lord (Deep Purple), Europe. E sul palco non ha lesinato certo le energie sin da quando giovanissimo, 12 anni, affiancò le leggende B.B. King e dopo Buddy Guy, Foreigner, Robert Cray, Ian Anderson, Stephen Stills, Joe Cocker, Gregg Allman, Steve Winwood, Paul Jones, Steve Lukather, Ted Nugent, Warren Haynes, Eric Clapton, Derek Trucks, Eric Johnson, Jack Bruce… Basta? Mani sporche di blues e non solo…
Nella tua musica c’è tanta “roba” ma gira che ti rigira si torna sempre al blues, nonostante i critici ogni tanto storcano la bocca e cerchino di dire che sei “troppo” rock. Allora spunta un disco acustico come An Acoustic Evening at the Vienna Opera House.
Non ho mai voluto andare in una sola direzione, non mi mette paura fare del blues classico o suonare più sporco, questo è l’unico modo per continuare ad amare la musica, evitare di rimanere intrappolato nelle medesime cose. Ovviamente non sempre ci si riesce. Il blues è all’origine di tutto, non a caso lo trovi nei padri neri o in quelli bianchi del blues revival britannico di fine anni ‘60, come John Mayall e i suoi Bluesbreakers o nei Led Zeppelin che nel primo disco hanno rivisitato i classici per arrivare a un nuovo suono. E che dire di Rory Gallagher, l’irlandese dal fuoco sacro del blues. D’altronde sono americano e il blues è musica che respiro sin da bambino, ma non posso negare che la scena del blues revival inglese alla fine degli anni ‘60 fosse spettacolare. Proprio perché amo questa musica senza tempo cerco di non avere il paraocchi e cercare un mio linguaggio, pur avendo profondo rispetto per la sua incredibile storia. Il blues rappresenta davvero la mia vita e, mettendoci tutto me stesso, mi permette di trasmettere le mie emozioni al mondo.
Visto che entrano sempre in ballo queste tue influenze “spurie”, non ortodosse per chi, come te, è considerato la nuova “certezza” del blues…
Chi può discutere Robert Johnson, T-Bone Walker, Muddy Waters? Non certo io! Però non posso vergognarmi di dire che ho imparato ad amare certi brani prima e più nelle versioni degli artisti inglesi. La visione inglese del blues probabilmente mi ha cambiato la vita. Ascoltate la straordinaria versione di I’m Ready di Willie Dixon suonata dai potenti Humble Pie di Steve Marriott e Peter Framton; vera poesia hard-blues. I miei riferimenti adolescenziali erano poeti della sei corde come Paul Kossoff dei Free, Peter Green dei Fleetwood Mac, Eric Clapton dei Cream, Rory Gallagher dei Taste; e poi Jeff Beck, specialmente col Jeff Beck Group, Jimmy Page, anche se i Led Zeppelin non erano certo solo lui, basti pensare a Robert Plant alla voce, John Bonham alla batteria e John Paul Jones al basso. Gli Zeps sono una delle mie band favorite ed era tempo che volevo inciderne un brano senza che fosse uno di quelli scontati, di quelli che avevano suonato proprio tutti. Così nell’album You & Me del 2006 ho incluso la loro Tea For One da Presence, lavoro dove la chitarra di Page ha una grande forza espressiva. Per la voce ho scelto Doug Henthorn, cantante/chitarrista dell’Indiana (ha inciso con una buona band progressive-rock, Pod, poi sciolta per approdare agli Healing Sixes, più rock blues, e collabora con John Hiatt; ndr). Amo molto pure gli ZZ Top. Nei miei album e concerti inserisco composizioni degli artisti che stimo, è un modo per rimanere, nonostante il successo, un fan della musica e di chi l’ha composta e suonata. Ovviamente cerco di renderle mie e di non farmi schiacciare dalla versione originaria, pur rispettandola. Nella scelta della canzone conta anche il testo, se questo mi colpisce, e la musica mi prende, allora posso suonarla come se fosse mia. Non è una cosa strana: pensa ai Cream con I’m So Glad di Skip James; come se l’avessero ricomposta a modo loro pur lasciando gli elementi portanti. Non importa che salga sul palco accanto a Eric Clapton, rimarrò comunque un suo fan, anche se sono contento che la gente mi accosti a questi straordinari chitarristi. Penso che pure loro siano stati fan di altri grandi artisti, è la logica della vita. Mi chiedono spesso quali siano i miei album preferiti ma la risposta varia a seconda del mio umore, però un posto questi quattro spesso lo trovano: With Eric Clapton di John Mayall, Fresh dei Cream, Irish Tour di Rory Gallagher e Truth del Jeff Beck Group con Rod Stewart. L’artista americano che più mi ha influenzato? Sicuramente B.B. King.
Musica… quando componi, quando la incidi in studio e quando la esegui live sul palco
Per me è uguale, è sempre musica, la mia, sia che l’ho composta sia che la eseguo solamente; per vivere bene questi tre momenti devi avere un po’ di talento, altrimenti cambia tutto, ma lo devi sostenere con il rigore del lavoro: se non studi sul tuo strumento il talento appassisce e nei casi più gravi sparisce. Comunque qualcosa dentro lo devi avere naturalmente, altrimenti come fai a comunicarlo alla gente? Certo i tre momenti sono diversi nell’approccio e nel vissuto. Comporre e registrare in studio sono più intimi, puoi modificare tutto come ti pare, fare 2.000 prove di come dovrà essere una frase o un solo di chitarra o di un altro strumento, non hai la nozione del tempo che scorre, quasi mai, mentre quando sei sul palco hai le persone davanti, tu vivi per le loro emozioni e loro vivono per le tue, il riuscire a fonderle è determinante per fare o meno un buon concerto. Certo è anche un po’ una sfida con te stesso a fare sempre meglio, a provare qualcosa che non hai mai fatto e dalla reazione del pubblico ti accorgi se stai andando nella giusta direzione. Non devi farti tiranneggiare da questo rapporto, altrimenti non cambieresti mai nulla nello spettacolo. Il giudice più severo di me stesso? Io, sicuramente sono il meno incline ad assolvermi. Però, che sensazione quando abbandoni la sicurezza del retropalco per uscire allo scoperto; c’è sempre quella piccola stretta allo stomaco che ti prende, inevitabilmente, puoi essere tranquillo quanto vuoi ma quando sei allo scoperto c’è sempre quella piccola stretta a ricordarti che la musica comincia sul serio. Non importa quanto sia grande e importante il palco, se suoni per 100 o 100.000 appassionati, non ti abbandona mai. Fortunatamente.
Nel 2005 ti hanno chiesto di entrare nella Blues Foundation
Davvero un grande onore entrare in questa organizzazione, che negli Stati Uniti si occupa di mantenere viva la tradizione Blues. Devo ammettere di essere rimasto sorpreso di questo invito, in genere ci sono veri puristi al suo interno e non potevo credere che accadesse proprio a me. Evidentemente devo essere riuscito a far passare il messaggio del mio profondo amore per il blues. Il mio stile non è proprio puro e per questo motivo sono ancora più contento.
Beh Hart, con cui collabori ormai da qualche anno, sarà in Italia a novembre (5 novembre, Roma, Atlantico; 6 novembre, Milano, Alcatraz), è una cantante eccellente…
È uscito da poco Seesaw, il nostro secondo album, e sono contento della nostra collaborazione. Una grande cantante che meriterebbe maggiore popolarità nel mondo, doti incredibili dal punto di vista umano e artistico. Diventerà una stella assoluta.
Non hai ancora 40 anni e hai inciso una marea di dischi: da solo, con la tua band o con altre (Black Country Communion, Rock Candy Funk Party), collaborando con altri artisti (Beth Hart); elettrici, acustici, blues, funk, hard-rock.
Vero: sono un tipo curioso e mi piace esplorare tutto. Avrò tempo per stare fermo quando mi mancheranno le forze, ora c’è tanto da fare e non si può dormire sugli allori; fino a quando non avrò inciso il miglior album possibile non saprò se avrò tirato fuori il meglio della mia creatività e anche allora ci sarà un altro orizzonte da oltrepassare. Certo, se abbino ai dischi anche l’attività live, capisco che gli altri possano chiedersi come faccio ad andare avanti: solo amore per la musica, può bastare! E poi l’anno ha 12 mesi, basta saper gestirsi i tempi di ogni progetto; qualche volta, però, non è facile.
In effetti bisognerebbe chiederlo ai suoi compagni nei Black Country Communion che si lamentavano, specialmente il bizzoso Glenn Hughes (ex Deep Purple e Black Sabbath), della sua scarsa disponibilità ad andare in tour con loro. Questi problemi sembra siano stati la causa deflagrante dello scioglimento della band, almeno della fuoriuscita di Bonamassa, che a marzo 2013 ha dichiarato alla rivista Premier Guitar
Per quanto mi riguarda il mio coinvolgimento con la band è giunto al termine, e vi spiego il perché: originariamente, l’ho fatto per gli stessi motivi per cui ho realizzato il progetto con Beth Hart e Rock Candy Funk Party. Era una scusa per suonare musica diversa da quella che suono abitualmente. I primi due album erano una bomba. È una rock band dalla bravura devastante, Glenn è un cantante fantastico, semplicemente uno dei migliori. E poi ho passato nove settimane in tour nel 2011, alla fine non è stato affatto divertente e non perché non mi piacessero i ragazzi nella band; semplicemente era “troppo”. Tutti erano davvero tesi e non è il modo in cui mi piace andare in tour. Ho una famiglia di 21 persone con me ogni volta che parto in tour e se chiedi a ognuno di loro chi è quello che gli crea il minor numero di problemi, rispondono tutti che sono io. A meno che non manchi la Diet Coke: allora sarebbe un grandissimo guaio! Ma poi finisce che vado al supermarket e me la compro da me, quindi...

[ Pubblicato su SUONO n° 476 - Maggio 2013]

Per inviare commenti devi essere autenticato. Effettua il login.

Non sei registrato? Registrati.