Rosario Bonaccorso: istantanee erranti e melodiche

Il jazz è una musica che da quando è nata ha cambiato molte volte la sua direzione; per questo motivo, al suo interno continuerà ad evolversi e andrà sempre dove vuole andare. Parola di uno dei più sensibili contrabbassisti italiani!

04/05/2015
di Daniele Camerlengo

L’ambiente natio pervaso dagli austeri vapori dell’Etna e dalla ricchezza culturale del bacino del Mediterraneo ha stimolato e avvicinato il tuo animo alla musica. Quali sono i tuoi primi ricordi musicali e, in particolar modo, quali quelli legati al contrabbasso?
L’Etna è per me una montagna sacra, metaforicamente parlando; son sicuro che nelle sue viscere si celi la fucina di quel fuoco espressivo che pervade l’arte, il fuoco della passione musicale... Il mio contatto fisico con la montagna è durato poco, perché a tre anni vivevo già in Liguria ma l’Etna mi ha accompagnato con la sua immagine ispiratrice. Quindi i miei ricordi siciliani di quella magica atmosfera e della forza dell’Etna sono diventati un tutt’uno con i racconti dei miei familiari, con i lunghi viaggi in treno in cui tornavamo nelle vacanze nei luoghi natii e col profumo di quel meraviglioso mare che non ho mai smesso di amare, su cui a volte sembra che si specchi la magica montagna col suo pennacchio fumante…
Il mare è l’elemento che mi ha pervaso fin dall’infanzia: mio padre e altri membri della famiglia hanno speso sul mare le loro vite professionali, quel mare che ci divideva e riuniva, portandoci anche tante storie di luoghi lontani. Ricordi di bambino, i primi strumenti a percussione arrivati dal Brasile che avevano subito ipnotizzato mio fratello (Naco) o una chitarra “russa”, impossibile da suonare per noi, seguita più tardi da altri strumenti. Nonostante queste belle provocazioni infantili, la vera scintilla è arrivata come d’incanto intorno ai 15-16 anni quando, cominciando ad ascoltare i gruppi rock e progressive degli anni ’70, è nato il desiderio prepotente di esprimere qualcosa che era dentro me; non sapevo come si chiamasse ma volevo e dovevo suonare... ! (il Vulcano cominciava a fare il suo effetto).
Dopo qualche anno, suonando il basso elettrico, per “caso” una sera ascolto il suono di un contrabbasso (Ron Carter) al fianco di un trombettista il cui suono sembrava arrivasse da Marte (Miles Davis); è stato amore fulminante, ho comprato un contrabbasso e da autodidatta ho cominciato a suonare sui dischi di jazz. Step by step, sono entrato in una costellazione che mi ha portato a vivere di questa meravigliosa musica jazz.

La comparsa del jazz nella tua vita ha permesso alla tua personalità artistica di scoprire e amplificare la sua grande bellezza. Come hai raggiunto questa consapevolezza? E ancora, quali tra i grandi contrabbassisti è riuscito per primo a solleticare la tua creatività?
Suonare jazz è una grande lezione di vita: si impara ogni giorno, a volte si incontrano persone che non conosci personalmente ma con cui, dopo averci suonato insieme, diventi amico. Si può inventare musica legati da un linguaggio comune che senza barriere ci fa parlare la stessa lingua. Si può cambiare tutto, si distrugge qualcosa per ricrearla diversa, senza sosta e senza fine.
Ho scoperto la bellezza del ripetere e del ricreare. Dopo 35 anni che suono questa musica, ne sono ancora innamorato, suonarla non mi stanca o annoia mai.
La consapevolezza per vivere questa vita ha un segreto: bisogna essere Autentici. Esprimere se stessi senza bluffare con se stessi e col proprio strumento, senza aggirare gli ostacoli ma affrontandoli, cercando quella bellezza che è racchiusa all’interno, quella semplicità che, come diceva Leonardo Da Vinci, è il “massimo della raffinatezza”, quella che cerchiamo tutti. A volte non la vediamo, ma lei è lì che ci aspetta.
I contrabbassisti che mi hanno ispirato sono tanti: il primo suono lo devo a Ron Carter che agli inizi è stato il mio faro. Ascoltandolo sui dischi ho capito quanto fosse importante il suono, essere se stessi e avere un proprio suono. Poi ho scoperto Charles Mingus e la sua energia, in cui mi rivedo tanto in questo momento; mi colpirono la semplicità di Slam Stewart, l’inarrivabile creatività di Scott La faro e la meditativa essenzialità di Charlie Haden... Grazie a loro e ad altre milioni di “note basse” ho costruito la mia personalità musicale. Il segreto (inconscio) è rubare poco da tutti, alimentarsi di vibrazioni e di respiri musicali e non solo di tecniche o pattern. Così, la mia anima musicale ha preso una sua forma personale; quando mi rispecchio nella musica, vedo me stesso, con i miei difetti e qualità.

La tua scrittura melodica regala sogni e carezze di suono, così come il respiro emozionale che caratterizza le tue composizioni. I lavori discografici che hai realizzato sono sempre dei percorsi di esperienze vissute sulla tua pelle in giro tra il mondo reale e quello dell’anima. Come nasce e cosa contiene Viaggiando il tuo nuovo disco?
Come dicevo prima il tema “viaggio” appartiene profondamente alla mia vita. Forse all’inizio l’ho patito, quel viaggio, perché da bambino ignoravo le mete lontane che portavano via mio padre che navigava e che tornava ogni cinquanta giorni. Ma questo viaggiar, anche se di musica, anni dopo avrebbe portato via anche me, regalandomi una qualità che sento forte, i nuovi occhi di cui parla Proust (Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”), ed emozioni che poi, nel momento perfetto, ti trasmettono la forza per creare una nuova melodia. Questo è quello che contiene il mio nuovo CD Viaggiando, una raccolta di momenti di viaggio e di vita, impressi dentro di me prima ancora che sul disco.

Hai utilizzato la forma canzone perché permette al tuo mondo emotivo di raccontare tutto il suo incanto?
Ho un’attrazione particolare per la forma canzone che poi alla fine, come si sa, è la forma classica di gran parte dei brani jazz che ancora oggi si suonano e che per questo chiamiamo, per l’appunto, standard. Dentro di me ci sono anni di ascolto di gruppi rock, una marea di musica brasiliana, jazz di tutti i generi e stili, cantanti meravigliosi come Joao Gilberto, Caetano Veloso, Jobim, Chet Baket, Shirley Horn, Andy Bay, Frank Sinatra…
Nelle mie esperienze a fianco di tantissimi artisti europei e americani ho suonato anche tanta musica free ma alla fine ritorna la forma canzone, che è anche un grande pretesto per avere una struttura dalla forma riconoscibile ma dentro cui è possibile improvvisare. La forma è provocatoriamente “alleata" e “nemica”; tanto più la forma strutturale è apparentemente semplice, tanto più è difficile creare qualcosa di bello in pochi chorus improvvisativi, questa è la sfida. Ricordiamo tutti la bellezza di quei brani di Parker dove si suonava uno, due assoli... contenevano tantissima magia!
In questo CD ho riproposto questa provocazione della forma canzone per creare un’alternativa e stimolare noi artisti nella ricerca della bellezza. I brani non durano molto e sono concentrati in pochi chorus dove ognuno di noi dà il meglio esprimendosi anche con minimalismo. Le emozioni che provo nel sentire Javier che suona al mio fianco ispirato dalle mie note cantate in My Faith non è descrivibile (mi piace ricordare che sono tutte first take) o improvvisare nella parte finale di Buon volo, senza avvisare Roberto e Fabrizio, e sentire che in un attimo sono al tuo fianco... questa è la magia che in questa forma canzone assume esattamente la forma che mi rappresenta in questo periodo della mia vita musicale…

Il respiro eterogeneo di Roberto Taufic, Javier Girotto e Fabrizio Bosso, grandissimi interpreti e tuoi partner nel disco, regala una brillante commistione di tensioni e atmosfere latine ed europee. Qual è l’aspetto dominante di ognuno di loro che entusiasma la tua “voce?
Quando ho creato l’organico con cui registrare i brani del CD ho cercato un suono diverso dai quelli precedenti, un suono che avesse forza sonora d’insieme ma anche delicatezza di sentimenti, un profumo di sapori mediterranei e sudamericani, dall’Europa al Brasile e all’Argentina, ma tutto fuso nella bellezza linguistica della cultura europea, che insieme al jazz sono il linguaggio della mia contemporaneità. Provo a descrivere gli aspetti artistici dei miei compagni di viaggio: la passionalità espressa dalle note di Javier Girotto è come un fuoco, quasi materico, che si può prendere tra le dita e plasmare a misura tra le linee delle mie note di basso, che corre intorno alla mia voce intersecandola ma lasciandola libera.
La sensibilità armonica e la propulsione ritmica che Roberto Taufic sa creare è esattamente quella che cercavo, presente ma mai prevaricante; è così che si è creato un equilibrio ritmico leggero e magico.
A Fabrizio Bosso ho affidato il canto di molte delle mie melodie; ci unisce una fiducia speciale, frutto di anni di complicità musicali. Fabrizio era già presente nel mio precedente CD In cammino e negli anni suonare insieme ci ha reso telepatici; lui porta un messaggio forte, la sua cultura europea e la sua letteratura jazzistica creano sfumature e colori importanti per la mia musica.
Nei concerti dal vivo, visti gli impegni di Fabrizio, alcune volte ho al mio fianco un giovane e affermato trombettista, Dino Rubino, già maestro di quel romanticismo fatto di luci ed ombre con cui mi piace colorare la mia musica.
Sono molto fortunato ad avere questi questi compagni di viaggio. Come amo ripetere, “quando si intraprende un viaggio, più della meta è importante scegliere con chi viaggerai... ! ”.

Come nascono le tue composizioni?
Sento di essere un compositore che crede ancora nel miracolo della melodia che sgorga spontaneamente. Va colta, catturata, poi accarezzata e infine imprigionata dentro di te ma con fili di seta; quando sarà in te, ne potrai fare quello che vuoi, tanto lei vincerà sempre! Questa è per me la melodia: quando è autentica riuscirà sempre a vincere, noi siamo solo il mezzo espressivo e se una melodia è autentica sono convinto che abbia vita lunga.

Le label Jando Music e Via Veneto Jazz divulgano il jazz italiano nel mondo. Come descriveresti la loro realtà che è vicino alla tua arte? E ancora: come è cambiato, oggi, il rapporto tra artista e casa discografica?
Sono molto felice di avere incontrato Giandomenico Ciaramella (Jando Music) e Matteo Pagano (Via Veneto Jazz), due personalità importanti per la divulgazione della musica. Specialmente in Jando (come lo chiamiamo noi artisti), che conosco da più tempo rispetto a Matteo, ho scoperto un esempio di produttore che pensavo di questi tempi non ci fosse più. Penso che un produttore debba essere, appunto, come Jando, che partecipa alla seduta di registrazione, stima il tuo lavoro, rispetta, consiglia, conforta, pondera, si esalta, canta e balla “alla Monk”; ci puoi anche litigare ma poi viene ai concerti. Ho registrato più di sessanta CD nel corso della mia carriera come sideman e cooleader, quindi di produttori ne ho incontrati parecchi. Alcuni hanno lasciato un segno per la loro competenza mentre altri erano... inesistenti. Da qualche anno a questa parte, per colpa della crisi che investe il mercato discografico e per questa nuova moda del CD fatto in casa e distribuito via web, molti produttori sono “spariti”. Non esistono margini di guadagno e a volte (quasi sempre) si rischia di rimetterci, questa è la verità. Il mondo della discografia jazz ha dei numeri piccolissimi rispetto al mercato del pop o della musica classica. È un momento assai difficile per avere dei ritorni, per questo ammiro moltissimo la costanza di Jando e Via Veneto e, soprattutto, il loro amore per questo lavoro! Dobbiamo tener duro; avere un buon produttore che crede nel futuro aiuta a sperare in meglio per la rinascita e la diffusione della musica.

In questo disco c’è una grande novità: vesti i panni del cantante. Per la prima volta in un album, hai scritto e cantato Storto, My Faith, Mon Frere e Song for my father. Una passione che coltivi da tempo o una piacevole scoperta?
Quando ho deciso di incidere Viaggiando ho capito che era il momento e che c’era la condizione musicale giusta per cominciare un nuovo viaggio, alla ricerca di un mio nuovo suono nel quale ha un ruolo importante anche la voce. Così ho scritto il testo di Storto per marcare il punto; il testo, infatti, parla di una vita passata e di una futura, di un momento di transizione importante nella vita di ogni uomo. Negli altri brani canto usando la voce come uno strumento, cosa che già facevo; qui, però, la voce diventa strumento e non solo un suono parallelo. La verità è che questa passione del canto l’ho “nascosta bene” per almeno trent’anni, anche se ogni volta che toccavo il basso e suonavo (e suono) un assolo, ecco che arrivava la mia voce, che si trasforma in uno strumento che improvvisa all’unisono con le note del contrabbasso, diventando così, da tanti anni, un mio marchio di riconoscibilità.

La grandezza evocativa dei tuoi brani evidenzia un forte potere immaginifico. Ti sei mai cimentato nella scrittura di colonne sonore o è uno dei tuoi prossimi obiettivi? Raccontaci del tuo rapporto con il cinema e il teatro.
Scrivere colonne sonore sarà sicuramente una mia prossima sfida; mi attrae questo mondo e sarebbe una grande avventura. Da anni scrivo per spettacoli teatrali creati da mia moglie, Renate Bauer, attrice e regista di lingua austriaca. A volte suono per lei contrabbasso solo o con piccoli gruppi jazz. Cimentarsi nella scrittura di una colonna sonora, però, sarebbe un grande passo, l’idea mi affascina moltissimo.
A volte il potere evocativo di una colonna sonora è enorme e, perdonate la mia affermazione, può essere più importante della scena stessa, così come può succedere anche il contrario; è la magistrale combinazione dei due elementi, film e musica, che crea il capolavoro! Pochi giorni fa ascoltavo con mia moglie la colonna sonora del film Novecento, la leggenda del pianista sull’oceano (Ennio Morricone); lei conosceva il libro ma non aveva visto il film e le musiche da sole, per quanto magnifiche, non lavevano esaltata. Quando, però, il giorno dopo abbiamo visto il film, le musiche del maestro le sono parse meravigliose, perché erano state scritte... per essere guardate!

Hai collaborato con artisti italiani, americani ed europei di grande levatura (Elvin Jones, Benny Golson, Billy Cobham, Pat Metheny, Michael Brecker, Stefano Bollani, Joe Lovano, Mark Turner, Gato Barbieri, Lee Konitz, Gino Paoli, Francesco Cafiso). Raccontaci un paio di aneddoti che ti sono accaduti e che vuoi condividere.
Elvin Jones stava per entrare in studio di incisione; Di Battista, Jacky Terrason e io eravamo molto nervosi, non lo avevamo mai incontrato prima ma lo avevamo ascoltato per trent’anni sui dischi. Ora registravano con lui, con quella leggenda vivente del jazz. Arriva, scaccia via in un attimo il nostro nervosismo, ci abbraccia (o meglio, ci strizza) e poi dice “amici, andiamo a suonare, ho una voglia matta di conoscervi!”. È stato come fosse nostro amico, da sempre. Poi, durante la session, abbiamo provato un mio brano, Song for Flavia, che ha all’interno una pulsazione tipica del modus ritmico alla Elvin (l’avevo scritta pensando a lui). Quando cominciamo lui mi chiede: “Rosario, come vuoi che suoni questo ritmo?”, così io rispondo: “exactly like you”. Lui mi sorride in un mix di compiacimento e sorpresa, suona come sa fare solo lui e io… io mi son messo a piangere!
Pochi lo sanno ma la prima versione del brano Viaggiando, con cui apro il CD, l’ho suonata in anteprima in un concerto dal vivo in trio con Pat Matheny e Roberto Gatto. Pat mi ha chiesto se avessi un brano per il programma della serata e io ho proposto Viaggiando. Così l’abbiamo suonato e poi Pat, molto felice, mi ha detto: il titolo è perfetto, quando la suoni sembra proprio di viaggiare!
Anni fa, a Berlino, in quartetto con Stefano di Battista, alla fine del bis di un concerto sold out, si sente una voce che chiede di poter suonare un pezzo. Noi lo invitiamo, aspettandoci un artista locale. Invece si alza dal fondo della sala una tromba, e il suo trombettista: era Winton Marsalis! Abbiamo suonato fino alle 4 di notte. Il bello del jazz!

Cosa scatena la tua dimensione improvvisativa durante le live performance?
Stare sul palco mi dà grande libertà, mi sento bene, sono positivo e sento che aver la fortuna di poter comunicare con la musica sia un grande dono. Prima di tutto, cerco di star bene con me stesso ma è ancor più importante essere in sintonia con gli altri, aprirsi a tutti gli stimoli che ci si scambia suonando. Mi piace essere un punto di riferimento nel gruppo (penso che il ruolo del contrabbasso sia questo). Nei miei gruppi amo prendere molte iniziative per cambiare la direzione e i colori delle musica, per creare momenti diversi ritmicamente e armonicamente, per stimolare verso nuove strade da percorrere. Come un regista nascosto, attraverso le mie note faccio capire dove voglio andare e, a volte, si dirige solo con uno sguardo o telepaticamente. Per fare questo hai bisogno di artisti abili e sensibili; dopodiché tutto diventa una bellissima esperienza di gruppo.

Nell’epoca del digitale in cui viviamo c’è un significativo ritorno alla musica in vinile. Pensi sia semplicemente una moda o un bisogno di rivalorizzare la sana progettualità discografica tanto bistrattata? Come ti sei avvicinato al mondo del vinile? C’è una storia, legata a un disco, che ti andrebbe di raccontarci?
Sono nato nell’era del vinile, quindi è qualcosa che mi appartiene profondamente. Posso dire di essere diventato un musicista jazz proprio ascoltando la mia sterminata collezione di dischi che, almeno fino a 15 anni fa, era composta quasi esclusivamente da vinili. Per me il vinile non è solo un prodotto discografico ma un prodotto artistico: il profumo della carta, le foto che riescono a trasportarti nell’atmosfera magica di quel disco... Tutto questo con il CD non c’è. Certo, non sono un integralista, apprezzo senz’altro le infinite possibilità offerte oggi dalla tecnologia (anche se devo ammettere di non aver mai acquistato un brano su iTunes), ma il rapporto “materico” con il vinile per me è qualcosa di insostituibile. Uno dei ricordi più belli che ho legati a un disco è questo: uno dei primi vinili che ho sentito e che mi ha fatto innamorare dal jazz era un long playing di Miles Davis, My Funny Valentine, che ascoltai per la prima volta nel 1976. Alla fine lo avevo ascoltato così tanto che era completamente consumato, così lo ricomprai. Nel frattempo, la mia vecchia copia andò smarrita. Molti anni dopo, quando mi sono trasferito in Austria, questo disco è saltato fuori da non so dove. È un episodio che ricordo ancora con grande gioia.

La libertà di espressione deve includere anche il rispetto reciproco tra diverse culture. Che opinione hai dei fatti accaduti in Francia e come pensi si possa superare questa difficile situazione di odio e di guerra?
Da cittadino europeo cresciuto con mia (e nostra) grande fortuna nel più lungo periodo di pace di sempre, non posso che condannare qualsiasi atto di violenza che privi la libertà a chiunque altro. I fatti di Parigi e tutto ciò che sta accadendo sono un campanello di allarme che suona da tempo, dobbiamo ascoltarlo! Le grandi culture si dovranno confrontare sempre più solamente sotto l’aspetto intellettuale evitando che estremismi con falsi marchi religiosi abbiano il sopravvento sul dialogo. So bene che è difficile ma ce la possiamo fare, è solo una maledetta questione politica. Se fosse per la musica avremmo già risolto tutti i problemi… Basti un esempio: da anni Daniel Barenboim ha creato una meravigliosa orchestra classica composta da giovani palestinesi e israeliani… suonano e vivono benissimo insieme! Non devo aggiungere altro.

Se dovessi descrivere il jazz contemporaneo a parole? E ancora: che direzione sta prendendo?
Il jazz è una musica che da quando è nata ha cambiato molte volte la sua direzione; per questo motivo, al suo interno continuerà ad evolversi e andrà sempre dove vuole andare. Ma questa musica è molto legata alla società, agli usi e costumi, al benessere o malessere della stessa. Sì che i grandi musicisti “rivoluzionari” sono stati fondamentali per certi cambiamenti di stile e forma, ma se non ci fosse stata, per esempio, la crisi del ’29 in America, probabilmente non ci sarebbe stata tutta quell’epoca d’oro che poi ha generato un certo jazz, padre del jazz contemporaneo e nonno di quello futuro. Chissà, forse questa crisi che stiamo vivendo ora, questo “forte cambiamento sociale” trasformerà tutto e ci porterà tra dieci anni a risuonare un’altra forma di bebop? Oppure suoneremo o... suoneranno (spero ancora di essere tra loro) un nuovo stile? Sarà fatto solo di sonorità arabe o africane o la scuola norvegese conquisterà tutta l’Europa? La forma canzone sarà abolita per legge? O sarà resa obbligatoria? A parte tutto, il jazz andrà dove vuole andare… come noi!

In una playlist ideale quale brano non mancherebbe mai?
Estate cantata da Jaoa Gilberto in Amoroso; Free Jazz di Ornette Coleman; Here is to life di Shirley Horn; Chet che canta e Miles che introduce il tema di My Funny Vallentine.

Quale consiglio dai ai giovani che vogliono domare questo strumento di così “grande presenza”?
Il contrabbasso, o come lo chiamo io, “la contrabbassa”, va amata e rispettata, bisogna suonarla ogni giorno, conoscere le radici della sua tradizione e la nuova letteratura, che fin dagli anni ’40 ha preso il volo. Da mero strumento di accompagnamento è diventato solista e i protagonisti del passato hanno aperto nuove strade su cui noi stiamo ancora viaggiando, alla ricerca delle nostre. Voglio raccontare un momento di vita che farà sorridere i contrabbassisti… Tempo fa Ray Brown mi disse: Rosario sai perché il contrabbasso sembra difficile da guidare? Perché per suonare il contrabbasso devi usare la mano destra come accarezzare una donna e la sinistra come picchiare un uomo! Poi veditela tu…”. E ci siamo messi a ridere come pazzi! Una cosa che posso dire con assoluta certezza è... quando viaggiamo è il contrabbasso che porta in giro noi!

Quale genere musicale preferisci ascoltare e che rapporto hai con la musica liquida (Spotify)?
Ascolto di tutto, classica, contemporanea, jazz… Spotify? Domanda di riserva? Non sono certo un talebano ma vorrei tanto che si ritornasse a vendere più dischi, meno musica gratis sul web, addirittura vorrei il ritorno ai 33 giri, pensa come sto messo.

Oltre la musica, quali sono le tue altre passioni?
Vado a momenti ma sicuramente leggere e nuotare; amo gli spazi aperti, il mare mi ha segnato fin da piccolo e lo adoro, tutto, e vado a cercarlo ovunque. Da molti anni, quando non sono in giro a suonare il mio rifugio è sul lago di Costanza, dove vivo; davanti a questo immenso lago mi perdo, non è come il mare ma mi ci perdo lo stesso.

Cosa accadrà nel breve nella tua vita musicale?
Voglio viaggiare molto con Viaggiando! Vorrei portare questa mia nuova musica ovunque! Inoltre, ho molti nuovi progetti musicali con cui voglio registrare entro l’anno: col nuovo trio Follow The Ghost con Rita Marcotulli e Bebo Ferra, un trio di pazzi! E ancora, il quartetto Romantically Yours con Dino Rubino, Enrico Zanisi e Dedè Ceccarelli, un mix di brani romantici tra fuoco ed energia di grande passionalità e delicatezza. E poi, sicuramente altri viaggi, cercando sempre di farli con ottimi compagni.

[ Pubblicato su SUONO n° 497 - maggio 2015]

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