Souad Massi - Il sogno della libertà Intervista

La compositrice algerina ha trovato il grande successo in Francia grazie alla formula crossover del nuovo album Deb che unisce il folclore nordafricano con la musica araba-andalusa, il Marocco, lo Zaire, la Guyana, l’India e il Pakistan.

03/09/2003
di Sergio Spada
Con una voce e uno stile clone di Joan Baez e Tracy Chapman dell’Africa, l’adorabile Souad Massi emerge sulla scena algerina nel corso degli anni novanta. Applicando alla regola i suoi studi di musica araba-andalusa e la musica classica, l’artista a soli diciassette anni diventa l’attrazione del gruppo flamenco algerino denominato Les Trianas d’Alger e del gruppo rock locale Atakor. “Durante i miei concerti ero solita fare un break di venti minuti invitando sul palcoscenico alcune donne a parlare e discutere apertamente con me di libertà, di democrazia e di politica - dice l’artista - Purtroppo, a causa delle pressioni ideologiche dei fondamentalisti islamici che ogni giorno muoiono per le strade uccidendo la gente in una guerra fratricida senza alcuna ragione, ho dovuto abbandonare questo mio atteggiamento mentale che a tutt’oggi è risolutamente libero…”. Inclusa nel cast del “Femmes d’Algerie/Women From Algeria Festival” organizzato dalla Bled Connection parigina lo scorso anno ha presentato al Cabaret Sauvage l’eccellente vena di Raoui cui oggi fa seguito un delizioso collage denominato Deb che in Francia ha ricevuto un tributo riservato solo alle grandi della musica. Il progetto cantato in algerino, in inglese e in francese la conferma autrice profonda di brani come Ech Edani, Yemma, Houria, Passe le Temps e Bel el Madhi supportate da liuti e oud arabi, violini e chitarre flamenco virate in un folk cosmopolita con l’Algeria nel cuore..
INTERVISTA:
Lei si sente un po’ come un’esule in Europa?
In Algeria sono cresciuta ascoltando Abedel Ali Slimani, Cheb Mami, Cheikh Meftah, Faudel, Malek Bensmail, Warda, il rai di Khaled e i suoni dei grandi gruppi folclorici come il Naguila Ensemble e la Gnawa Diffusion ma dal 1999 vivo a Parigi perché non potevo più sopportare lo stile di vita fondamentalista, la violenza e l’incapacità di un governo del tutto cieco di fronte al rinnovamento sociale delle nuove generazioni e ai bisogni della società algerina. Spesso sono molto in ansia per la sorte dei miei fratelli e di mia madre che ad Algeri è scampata al terremoto solo per una casualità. La casa della mia famiglia è crollata a causa dell’idiozia degli architetti governativi che hanno costruito i palazzi sulla sabbia… Nel mio nuovo album c’è un brano autobiografico intitolato Yemma che riflette l’insoddisfazione di una giovane esule algerina che nel cuore della notte telefona alla madre solo per dirle che fa molto freddo e nessuno si prende cura di lei.
Il suo nuovo CD Deb, miscelando le ballate acustiche alla Cat Stevens con la rumba dello Zaire, il flamenco, lo zouk e la musica araba-andalusa si presenta come un progetto molto eclettico…
Deb è lo specchio della mia vita, dei miei pensieri, delle mie emozioni e del mio cuore. Io sono cresciuta ascoltando la musica araba dell’Africa orientale miscelata a una vasta gamma di ritmi del mondo occidentale e oggi m’identifico completamente in un crossover cosmopolita che non elude le mie radici.
Al pari del suo primo album Raoui i testi che accompagnano le sue canzoni sono estremamente tristi anche se la musica è ritmica e gioiosa: questo contrasto apparente ha sempre accompagnato il suo far musica?
Alcune di queste canzoni sono state scritte alcune anni fa e altre sono state composte più recentemente in Francia. In passato ho attraversato dei momenti davvero tristi e difficili della mia vita e questo si riflette inevitabilmente in quello che scrivo anche se in futuro spero di portare alla luce solo l’aspetto più solare e positivo della mia personalità.
Lei ha speso gran parte dei suoi ventisette anni cercando di trovare uno spiraglio di speranza e di positività nel futuro sociale dell’Algeria: nel nuovo album ci sono diversi brani dedicati a questo tema, ce ne vuole parlare?
In effetti da quando sono nata io ho assistito solo al peggioramento della situazione… In questo nuovo album ho scritto Houria dedicandola sia al mondo della donna che all’Algeria. La canzone ha un testo volutamente molto ambiguo perché alterna parole intrise di paura e di speranza. Spesso mi chiedo se esista veramente una qualche speranza per salvare il mio popolo. In Algeria la gente vive giorno per giorno in un clima sociale molto incerto aggrappandosi spesso alla sorte di un movimento o di una idea che il mattino dopo si dissolve così velocemente: forse è per questo che in lingua algerina “houria” è sinonimo di libertà. Nel CD c’è anche un’altra canzone cantata in francese che s’intitola Le Bien Et Le Mal. In realtà la situazione in Algeria è simile a gran parte degli altri paesi. Personalmente io sono molto pessimista per quello che oggi accade nel mondo soprattutto quando vedo che nel dopoguerra in Irak le grandi potenze hanno lasciato la gente senza una vera guida per ricostruire il paese e solo oltre al confine il conflitto israele-palestinese si protrae a oltranza coinvolgendo migliaia di donne e bambini innocenti. Io non credo alle guerre pulite o agli interventi strategici dell’O.N.U.
Uno dei brani più originali del suo nuovo album s’identifica nell’esotica storia d’amore di Moudja espressa in arabo e in inglese…
Ho sempre pensato che l’amore universale sia la chiave per risolvere pacificamente ogni conflitto ideologico, razziale, politico e religioso. L’idea di arrangiare ed esprimere Moudja in una versione bilingue è nata molto spontaneamente in studio perché il mio batterista giamaicano vive a Londra e parla molto bene l’inglese così abbiamo cercato di lanciare un messaggio che tutti potessero facilmente comprendere puntando tutto sulla comunicazione.
Oltre alla tenerezza le canzoni di Deb sembrano del tutto pervase dal tema della solitudine ci vuole spiegare il motivo di questa scelta radicale?
Gran parte di questo materiale riflette la mia adolescenza solitaria. Io vivevo segregata in casa con i miei due fratelli concentrandomi sulla musica. Quando sono arrivata in Francia avevo con me un mucchio di testi che ho perfezionato negli studi di Parigi ma il suono del sitar, dell’oud e della tabla erano già scritti almeno nella mia testa. In Algeria c’è un grande vuoto e un profondo senso di noia e di solitudine così per anni la musica è stata la mia unica fonte di salvezza per evadere da una dimensione di vita sbagliata. Spesso le cose migliori e l’ispirazione arrivano durante i miei viaggi, ma adoro comporre usando accordi chitarristici molto semplici. Le canzoni più recenti sono Passe Le Temps e Ya Kelbi.
Nel suo nuovo CD lei focalizza soprattutto la condizione delle donne arabe nel mondo osservate da una prospettiva maschile…
Yemma parla di me ma anche degli uomini che hanno attraversato la mia vita e dei ragazzi inglesi che ho conosciuto a Londra. Un giorno mia madre mi telefonò in lacrime perché in Algeria aveva sentito parlare male di me e questa circostanza è finita nel testo di Ya Kelbi che si rifà a un proverbio arabo che dice: quando un frutto diventa irraggiugibile il popolo inizia a maledirlo come se fosse disgustoso. In realtà queste canzoni viaggiano insieme assemblando emozioni primarie del mondo femminile come l’amore, la malinconia e la nostalgia dove il sentimento che fuoriesce naturalmente identifica solo il sogno di una libertà dissidente.
Ci può parlare dei colori crossover che nel suo album uniscono il Pakistan, lo Zaire, l’India, la Guyana, l’Andalusia e il Marocco al folclore algerino…
Il bassista Jean-René Zapha della Guyana ha arricchito i colori di Yawlidi durante le session interagendo con l’oud di Hamid Djouhri e la derbouka e il bendir nordafricano di Rahab Kalfa. Io adoro miscelare le etnie sonore di paesi differenti. Quand’ero in Algeria avevo sempre il desiderio di partire per una terra lontanissima così in studio ho iniziato a provare con il tablista pakistano Edouard Prabhu trovando una connessione con i suoni e i ritmi dell’India.
Lei ha studiato per diventare architetto in un paese dove per tragica ironia nulla sembra aver resistito al recente terremoto che ha causato migliaia di vittime innocenti. Non è un paradosso?
Non è vero. I migliori architetti hanno costruito dei palazzi, dei castelli e delle ville splendide che ospitano solo l’elite sociale che recentemente ha celebrato il proprio status in una manifestazione davvero ipocrita chiamata Année de l’Algérie. Oggi non vorrei stare nei panni di questa gente seduta dalla mattina alla sera davanti ai programmi idioti della televisione nazionale con null’altro di meglio da fare! Il costo della vita è ridicolmente alto e la gente pensa solo al cibo senza preoccuparsi della burocrazia governativa, del pessimo management e della corruzione che minano alle basi il futuro del mio paese.
Attualmente in Francia è in atto una pesante discriminazione razziale nei confronti degli arabi residenti nel paese...
Culturalmente posso dire che non vedo mai persone arabe in televisione, ma sono contenta che molti dottori e insegnanti algerini impossibilitati a esercitare la professione in patria si sono affermati qui. Raremente i media, la televisione o la stampa nazionale intervista o dà risalto al lavoro dei medici, dei ricercatori scientifici, degli avvocati e dei giudici nordafricani che hanno conquistato l’establishment europeo. Ricordo ancora quando ho incontrato un filosofo algerino residente a Parigi: abbiamo parlato per due giorni, io mi sentivo come folgorata e avvolta in un fascio di luce e d’energia…

Per inviare commenti devi essere autenticato. Effettua il login.

Non sei registrato? Registrati.