Steve Wynn ai microfoni di SUONO

Formatisi nel 1981 intorno alla figura carismatica del leader, il chitarrista ventunenne Steve Wynn, i Dream Syndicate sono la più importante band di un movimento del rock indipendente degli anni Ottanta: il Pasley Underground.

06/06/2019
di Giovanni Battaglia giovannibattaglia66@gmail.com

Una classica guitar-band degli anni Ottanta. Nata nell’era del Punk con una sensibilità per la musica dei Velvet Underground”. Così, citando quello che lo stesso Steve Wynn scrive sul suo sito per presentare la band, in sintesi i The Dream Syndicate. Nella formazione originale: Karl Precoda, il batterista Dennis Duck e la cantante, chitarrista e bassista, Kendra Smith; i riferimenti musicali del gruppo erano in un primo tempo sia i Television che Patty Smith e il loro suono era ruvido, un misto tra un punk ed una new wave dove, però, la chitarra era una presenza costante. Il 1977 era ancora vicino e gli echi della rivoluzione punk si facevano felicemente sentire! Questa caratteristica si amplificò ulteriormente nel 1982 con la pubblicazione del primo LP The Days of Wine and Roses dove il suono potente delle due chitarre, che facevano un continuo ricorso al feedback e al noise fece gridare al capolavoro per l’originalità della band grazie alla quale venne creato il nome della nuova scena definita, appunto Paisley Underground (termine nato a partire dal motivo decorativo indiano che andava di moda nelle camicie dell’epoca - il Paisley - per accostare lo stile psichedelico delle band alla cultura orientale).
Quella che oggi ci appare come la forza e l’innovazione della band, l’uso così consistente delle chitarre, era stata la fonte di maggiore angoscia per i musicisti che venivano continuamente incalzati dalla Stampa che li definiva anacronistici a causa della preponderanza dello strumento, ritenuto morto o giù di lì. I gruppi a cui si rifacevano erano i Velvet Underground ma anche Neil Young, The Byrds, 13th Floor Elevators, tutti filtrati da una sensibilità punk e da una grandissima attitudine all’improvvisazione durante i concerti. Le altre band che condividevano queste scelte musicali erano Green on Red, grandi amici personali di tutti i componenti dei Dream Syndicate, i Giant Sand e i Rain Parade. Dopo l’abbandono del gruppo da parte della cantante Kendra Smith (che andò a fondare gli Opal) nel 1984 esce il secondo album, The medicine Show, considerato da moltissimi critici oltre che dallo stesso Steve Wynn il capolavoro del gruppo. Prodotto da una Major il disco rappresenta allo stesso tempo l’apice e il declino della band che nel 1985 apriva i concerti dei R.E.M. (l’amicizia tra i R.E.M. di Michael Stipe e i Dream Syndicate di Steve Wynn è rimasta negli anni, tanto che sul sito della band di Athens venne dato l’annuncio della reunion dei Dream Syndicate nel maggio del 2013) e degli U2. The Medicine Show, come dirà Steve Wynn, è un disco sorprendente: l’irruenza delle due chitarre è solo leggermente ammorbidita dal produttore che aggiunge il pianoforte di Tom Zvoncheck offrendo una ricchezza inedita al suono della band.
Le tournée mondiale al fianco dei R.E.M. non andò di pari passo con il successo dell’ultimo disco, le cui vendite andarono malissimo e contribuirono a un’altra perdita nella line up: Karl Precoda decise di abbandonare i Dream Syndicate, che continuarono ad andare avanti con formazioni modificate - pubblicando nel 1986 un terzo album, Out of Grey - fino al definitivo scioglimento della band che avvenne nel 1988 con la pubblicazione di Ghost Stories, un album di inediti seguito nel 1989 dal bellissimo Live at Raji’s, che fotografa l’ultimo concerto dei Dream Syndicate ed è considerato ancora oggi uno dei migliori dischi live della musica rock. In soli sette anni la band è riuscita a creare un alone di ammirazione incondizionata in tutto il mondo della musica indipendente, con Steve Wynn e i suoi compagni di avventura che hanno proseguito la loro carriera da solista. Questo fino al 2012, quando inaspettata arriva una reunion con concerti in tutto il mondo organizzata in occasione dei trent’anni del primo disco. Il successo dei concerti farà continuare la band per tutto il 2013 e 2014 fino ad arrivare alla pubblicazione, nel 2017, di un disco completamente nuovo, l’acclamato How did i find myself here. Un disco in cui le eccelse capacità di scrittura di Steve Wynn escono fuori magicamente e il suono, quel suono che durante il concerto di addio al Raji temevamo fosse scomparso per sempre, è invece tornato.
Un concerto dei Dream Syndicate è un evento perché sono sempre in grado di sorprenderti” mi diceva un amico che negli anni Ottanta li aveva seguiti in giro per il mondo. Le cose stanno ancora così: per Steve Wynn e soci il concerto resta sempre il momento più importante, l’attimo unico in cui si realizza quella scintilla magica, quel ponte, per cui musicisti e pubblico entrano in sintonia. Il concerto di Roma al Monk Club dello scorso anno non ha fatto eccezione e quello che si è respirato sul palco è stato un’incredibile e irripetibile momento libertà creativa. La sensazione è stata quella di un gruppo che avrebbe potuto suonare per il doppio del tempo stabilito, che lo avrebbe fatto con gioia senza pensare al giorno successivo, alla stanchezza, al manager, ai soldi, che da un momento all’altro avrebbe potuto cambiare direzione facendo prevalere l’improvvisazione Jazz piuttosto che il feedback esplosivo delle chitarre, planando poi sul mare della psichedelia, passando dal punk e dal rock. Solo osservando le facce soddisfatte e felici del pubblico a fine concerto si poteva capire quanto bisogno ci fosse di un gruppo così potente, vero, genuino in grado di sospendere la propria attività per quasi venticinque anni e di riprendere esattamente da dove aveva terminato, come se non ci fosse mai stato un solo istante di pausa. In quella occasione abbiamo avuto la possibilità di scambiare alcune parole con Steve Wynn.