Strabilianti vocifòrie solitarie Intervista

Osannato dalla stampa mondiale, la sua voce è stata associata a un’intera orchestra: Boris Savoldelli non finisce di stupire e si appresta a cominciare una fitta agenda...

27/02/2015
di Daniele Camerlengo

È cresciuto venerando le grandi voci del jazz, a partire da Nat King Cole, Jon Hendrics, Frank Sinatra, Tony Bennet, l’immenso Sammy Davis Jr., Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Billy Holiday, Al Jarreau e Bob McFerrin. Deve molto a Mark Murphy, quello che considera il suo mentore e del quale “ha letteralmente consumato gli LP e i CD”: è stato proprio Murphy, dopo una summer session con lui alla Universitat Fur Music di Graz in Austria, alla fine degli anni Novanta, a sostenere Savoldelli e convincerlo a produrre un CD in sola voce, diventato poi realtà alla fine del 2007, con il titolo Insanology. Ha in programma una fitta agenda che lo ha portato alla fine dell’anno scorso a incontrare gli Interiors, interessantissimo duo italiano di musica elettronica, con il quale ha rielaborato e messo in musica testi e poesie del futurismo italiano (corrente culturale a cui è molto legato). L’inizio del 2015 lo vede in Spagna con Walter Beltrami per lavorare ai nuovi brani di un progetto con band ma “se poi tutto andrà come spero, in primavera dovrei ripartire per una serie di concerti in giro per il mondo... incrociamo le dita!”.

Ti definisci un vocal performer? Spiegaci cosa significa.

Per la verità il termine vocal performer mi è stato dato da alcuni giornalisti statunitensi che hanno inteso in questo modo rimarcare una certa differenza del mio stile vocale rispetto al “normale” concetto di cantante jazz. La mia particolare tecnica vocale, che spesso utilizza apparecchiature elettroniche come elemento integrante, cerca di ampliare il classico approccio del cantante ai brani jazz. Cerco di spiegarmi meglio. Da sempre mi sforzo di utilizzare la mia voce come uno “strumento tra gli strumenti”, evitando di limitarne l’uso alla semplice enunciazione melodico/lirica. Questo particolare approccio mi ha fatto sviluppare una particolare tecnica: con le corde vocali e il supporto di apparecchiature elettroniche ad hoc, sempre rigorosamente dal vivo e senza basi registrate, costruisco in tempo reale i brani sia dal punto di vista ritmico/armonico che da quello melodico.

Nel tuo percorso formativo hai vissuto e sfiorato vari generi musicali: classica, rock e poi il jazz. Raccontaci tramite tre figure importanti i vari stadi intercorsi, magari accostando ai periodi tre brani significativi.

Bella domanda. Dunque: classica, ancorché non convenzionale, direi senza dubbio Cathy Berberian, straordinario mezzo soprano che si è mossa sempre tra musica classica e, soprattutto, avanguardia. Per il rock Jimi Hendrix, da sempre mia musa ispiratrice, e non solo come chitarrista ma anche come compositore e cantante, ruolo nel quale è sempre stato sottovalutato. Per il jazz senza dubbio Miles Davis, per il genio e la grande capacità di evolvere senza mai fermarsi a guardare indietro. Tre brani significativi dici? Mmm... Stripsody per Kathy Berberian; The Wind Cries Mary per Jimi Hendrix e Bitches Brew per Miles Davis.

Mark Murphy è stato il tuo mentore… Come vi siete conosciuti e quali sue parole ti hanno spinto a esplorare il linguaggio jazzistico?

Come dicevo poco fa Mark è stato fondamentale per me. La mia passione per lui risale all’adolescenza, quando quattordicenne, e ancora nel “vortice” della musica rock, lessi un articolo che parlava di lui su di un magazine jazz. Mi incuriosirono le parole del giornalista che ne rimarcava la personalità e l’originalità. Fu così che andai nel mio solito negozio di dischi e acquistai un album di Mark, ricordo ancora quale: Bop for Kerouac. Ne rimasi letteralmente folgorato! La voce, prima di tutto, così unica, ricca di sfumature, personale. E poi quell’incredibile timing che la faceva “suonare” così diversa da tutto quello che avevo sentito prima di allora. E per finire i solo, la capacità di muoversi con la voce oltre i confini convenzionali. Fu davvero amore a prima vista; sin da quel primo disco, decisi che lui era un vero punto di riferimento. Conoscerlo di persona, nella seconda metà degli anni Novanta, e avere la possibilità di studiare con lui, è stato un privilegio di cui non lo ringrazierò mai abbastanza.

Mark mi ha spinto fin da subito a credere in me e nelle mie potenzialità. Ciò che ha amato della mia vocalità e che mi ha spronato a sviluppare, era la mia personalità istintuale, il fatto cioè – sono parole sue – che fossi uno studente assolutamente atipico, in quanto arrivato da un percorso non prettamente jazzistico (a quel tempo ascoltavo molto più rock e avanguardia che non jazz vocale “tradizionale”), e che, soprattutto, non volessi in alcun modo imitarlo (del resto lui è inimitabile per me!). Diceva, e ancora lo dice, che il mio punto di forza è una sorta di “primitività istintuale” o “primitiva istintualità”, non nel senso che io sia un cantante “grezzo e ineducato”, tutt’altro; dice che affronto ogni repertorio con un piglio molto istintuale che mi consente – sono sempre parole sue – di alternare “linguaggi” musicali diversi (ora jazz, ora rock, ora classici e/o avanguardistici) che creano un mix speciale. Ribadisco, queste sono state le parole di Mark che mi hanno dato forza e voglia di continuare a studiare e sperimentare.

Arnaldo DeSouteiro ti ha inserito in diverse occasioni nel suo annuale Jazz Poll segnalando Insanology e Biocosmopolitan tra i migliori album di jazz vocale e la tua voce tra le prime nella categoria Migliori Cantanti Jazz, dopo nomi storici come Tony Bennet e Al Jarreau. Oltre a essere una grande soddisfazione, è anche un prestigioso riconoscimento.

Beh, che dire? Un riconoscimento davvero speciale ed emozionante. Arnaldo DeSouteiro è un super produttore di personaggi del calibro di Herbie Hancok e John Mclaughling, giusto per citarne due. Ancora oggi leggere il mio nome in mezzo a tali mostri sacri mi lascia senza parole, ma con un enorme orgoglio al solo pensiero che un personaggio come DeSouteiro abbia potuto pensare a me e inserirmi nel suo Annual Poll per più volte.

L’italia, invece, come reagisce alle tue produzioni e alle tue performance?

Ora, debbo dire, bene. E ne sono molto felice. Certo, c’è ancora molto da fare, moltissimo. È un dato di fatto che la mia carriera si svolga per almeno il 70% all’estero, ma anche in Italia comincio ad avere spazi più che dignitosi per esibirmi dal vivo e una buona attenzione dalla stampa specializzata e non. Del resto, quest’intervista è per un magazine italiano e tu sei un giornalista italiano, no?

Una tua riflessione sull’inabissamento culturale e musicale del nostro Paese e una proposta su come uscirne.

Per discuterne seriamente non basterebbero, temo, dieci numeri della rivista. Sembra che la cultura e l’arte siano diventati elementi di secondo piano (se non terzo!) nella nostra nazione. Avendo l’occasione di muovermi spesso all’estero, è tristissimo sapere quanto poco rispetto l’Italia riservi all’arte e alla cultura e scoprire invece che, nel mondo, quando la gente pensa all’Italia lo fa innanzitutto in riferimento alla cultura, alle arti, agli artisti (musicisti, pittori, scultori, architetti, ecc.) e alla creatività che da sempre contraddistingue il nostro popolo. Una drammatica contraddizione, non trovi? Non credo, purtroppo, che una proposta, anche buona, possa risolvere questa misera situazione; credo, però, che una maggiore cooperazione tra noi artisti, e uno spirito più collaborativo e positivo, potrebbe giovare alla nostra condizione. Girando per il mondo, ciò che mi stupisce sempre di più è vedere artisti che, nonostante vivano in situazioni non certo facili (penso al mio recente viaggio in Cina e ai miei tour in Russia), affrontano la complessità di quelle realtà con uno spirito di grande positività e un’energia e una voglia di cambiamento e miglioramento che difficilmente ritrovo qui in Italia. Sembra che ormai molti di noi si siano rassegnati a considerare inevitabili le storture del nostro sistema.

Come viene trattata la voce nei Conservatori italiani?

Domanda provocatoria? A parte gli scherzi, non saprei dirti. O meglio, al momento non ho avuto modo di frequentarli abbastanza per esprimere un giudizio onesto. Io stesso non ho una formazione conseguita presso un conservatorio e quindi sarei scorretto a darne un parere.

È da poco uscito il tuo nuovo lavoro discografico: Electric Bat Conspiracy. Come nasce questo album?

In modo molto spontaneo. Garrison e io ci conoscevamo di nome; poi, un paio di anni fa, venne a un mio concerto nella provincia di Bergamo. Dopo l’esibizione andammo a berci qualcosa insieme e lui mi fece sinceri complimenti per quanto aveva visto e sentito. La cosa mi rese felice visto che stimavo il suo lavoro e avevo alcuni suoi CD. Al momento dei saluti, ci scambiammo i numeri di telefono e le mail. Iniziammo così a scriverci e, poco a poco, sono emerse un sacco di affinità e visioni comuni tanto che, a un certo punto, fu naturale l’idea di produrre un disco insieme. Detto, fatto. Ci ritrovammo allo studio Rumore Bianco del mio amico fraterno Piero Villa (ingegnere del suono nel 90% delle mie produzione). Lì optammo per un approccio “Old Style”: dopo aver posizionato i nostri strumenti Piero si prese cura delle microfonature e, una volta trovata “la quadra” dei suoni (i più naturali possibili), iniziammo la sessione di registrazione suonando per due giorni consecutivi. Alla fine dei due giorni ci ritrovammo con tanto materiale da poter pubblicare almeno tre CD. A questo punto ci concentrammo sulla selezione delle take di maggior impatto emotivo (che, come spesso accade, si rivelarono essere quasi sempre la prima o la seconda) e a quel punto iniziammo il mix dei brani. Un metodo molto naturale, insomma, che ha dato priorità assoluta alla spontaneità e naturalezza del tutto.

Si percepisce una forte intesa tra te e Garrison Fewell. Oltre la musica, cosa vi unisce?

Apparentemente nulla. E credo che in questo risieda il bello del nostro duo. Siamo molto diversi. Garrison è un musicista di grandissimo rigore con un curriculum e una storia musicali da far impallidire. Insegnante di chitarra jazz allo storico Berklee college di Boston, con migliaia di concerti in tutto il mondo, una predilezione per il linguaggio jazz e una conoscenza dello stesso davvero unica. Un musicista rigoroso, metodico, e un uomo di grande equilibrio. Un chitarrista che utilizza unicamente il suono della chitarra pulito senza alcun pedale o effetto di qualunque genere. Ogni suono della chitarra viene prodotto in modo rigorosamente acustico (a volte con l’utilizzo di oggetti di uso comune: cucchiai, chiodi, campanelli, ecc.). Io sono un disordinato cronico, confusionario, diciamo pure casinista, con una formazione assolutamente fuori dagli schemi, un percorso musicale che mi ha fatto “scontrare” con mille generi, una passione per l’elettronica applicata alla voce. Una sorta di anarchico della musica. Cosa può unire due persone apparentemente così diverse? Credo proprio l’amore per la musica. In realtà, pur essendo così apparentemente diversi, la nostra visione della musica è molto simile: un universo di emozioni e suoni liberi da ogni confine precostituito. Credo che questo emerga in modo evidente in tutto l’album, in cui si alternano improvvisazioni ardite a momenti più “strutturati” e brani della tradizione rock (Perfect Day del compianto Lou Reed) a standard jazz di tradizione (per l’occasione ri-arrangiati senza preclusioni di genere). Insomma, un CD per spiriti liberi, per persone che non vogliono per forza dare un’etichetta di genere ai loro ascolti.

Come ti approcci al lavoro compositivo?

Non ho un unico approccio alla composizione. A volte scrivo con la sola voce partendo da microcellule ritmiche e armoniche, altre volte mi metto al pianoforte strimpellando sequenze armoniche per vedere cosa riesco a ricavarne, altre volte ancora parto da semplici melodie vocali e cerco di progredire da lì. Negli ultimi tempi amo molto (cosa accaduta anche nel lavoro con Garrison) partire da jam totalmente libere e lasciare che il processo creativo fluisca fino ad arrivare all’enucleazione di momenti che possono avere la dignità di brano, per poi proseguire in un ulteriore processo di affinamento.

Le atmosfere che prendono vita nelle tue creazioni sonore, grazie all’imprevedibilità della tua voce, contengono frame episodici della tua vita reale o lucenti idealizzazioni di quello che avresti voluto ottenere o essere?

Bella domanda. La mia musica, sia quella in “solo” che quella con altri musicisti, prende spesso spunto da immagini, vere o ideali, in movimento. La mia musica è quasi sempre una colonna sonora per un frammento di film immaginario. Sono un grandissimo appassionato dell’arte cinematografica e trovo enormi spunti in quella realtà. A volte sono colonne sonore ideali di reali sequenze cinematografiche che ho visto (magari anni fa), altre volte sono colonne sonore di sequenze immaginarie. Un esempio? In Electric Bat Conspiracy la melodia e il testo del brano No Evil in Prison (che nasce musicalmente da una versione molto personale del blues a opera di Garrison) sono nati come immaginaria colonna sonora di alcuni spezzoni del meraviglioso film Down By Law (o Daunbailò) di Jim Jarmush.

Le presenze di Paolo Fresu, Marc Ribot e Jimmy Haslip hanno impreziosito la tua carriera artistica. Cosa vuoi ricordare di questi incontri?

Sono stati tre momenti indimenticabili. Tre doni da parte di tre musicisti che ammiro tantissimo. Partiamo da Marc Ribot. Sono sempre stato un suo estimatore, amo il suo stile unico nel suonare la chitarra, quella commistione tra avanguardia, sapori latini, punk, funk. Sin da quando ho iniziato con l’idea di Insanology (il mio primo disco in voce solo) ho pensato che se doveva esserci uno strumento, questo era la chitarra di Marc Ribot. Il caso ha voluto che all’inizio del 2007, durante un mio soggiorno a New York, Ribot suonasse live in un locale del lower east, il mitico Tonic. Al termine del concerto mi avvicinai dandogli un promo di Insanology. Lui fu molto cortese e mi disse che lo avrebbe ascoltato, pur non garantendomi nulla. Dopo una ventina di giorni il suo manager mi contattò dicendomi che Marc era entusiasta del progetto e attendeva che lo contattassi per definire su quali brani avrebbe suonato. Da lì un periodo intenso di scambi di opinioni e la sua meravigliosa partecipazione su due brani del disco. Qualche mese dopo l’uscita del CD, incontrando altri musicisti simbolo della scena dell’“avanguardia Newyorkese” (come Elliott Sharp ed Eric Mingus), ho scoperto che Marc aveva parlato loro di me e del mio lavoro in maniera entusiastica e molto positiva e questo, come puoi immaginare, mi ha inorgoglito tantissimo.

Haslip è uno dei miei eroi musicali da quando sono teenager. La sezione ritmica di lui e William Kennedy negli Yellow Jackets è stata fondamentale per me quando ho iniziato a interessarmi di tempi dispari e scomposti. Anche qui il fato ha avuto un ruolo importante. Dopo il mio “accasamento” alla Moonjune di Leonardo Pavkovic (la storica etichetta newyorkese con la quale collaboro dall’inizio della mia carriera), lo stesso Leonardo, amico di vecchia data di Haslip, ha consegnato ad Haslip il mio Insanology. Dopo pochi giorni Haslip, con mia grande sorpresa, mi ha contattato e si è complimentato per il lavoro. Da lì una serie di email e chiacchierate sul web, poi l’incontro per un concerto degli Yellow Jackets in Italia e la mia richiesta a lui di suonare su di un brano del mio nuovo CD. Richiesta accettata, e con grande disponibilità da parte di Haslip. Io, ovviamente, felicissimo. A proposito di Haslip, ci siamo incontrati di nuovo pochi giorni fa in Corea del Sud dove suonavamo entrambi (lui con Allan Holdsworth) al Jarasum Jazz Festival. Una bellissima serata con un musicista e una persona straordinaria.

E arriviamo infine, non certo in ordine di importanza, a Paolo Fresu. Paolo l’ho conosciuto grazie a Vic Albani, manager storico di Paolo (e da qualche tempo anche il mio qui in Italia), che me l’ha presentato durante un’edizione di Bergamo Jazz. Anche Paolo, con mia grande gioia, ha apprezzato il mio modo di fare musica e, quando è stato il momento di registrare il mio secondo CD in sola voce, Biocosmopolitan, ha risposto positivamente alla richiesta di suonare in due brani: Kerouac in New York City, dove si lancia in uno splendido solo di flicorno, e Concrete Clima, dalle atmosfere alla Miles Davis del periodo elettrico, dove suona una serie di interventi di tromba sordinata che rendono ancor più psichedelico e intrigante il brano.

Tre musicisti tra di loro molto diversi che mi hanno onorato della loro preziose partecipazioni per abbellire ulteriormente dei brani scritti da me. Che altro chiedere di più?

Vini, birre e super alcolici… Quale bevanda raccoglie tutte le caratteristiche della voce di Boris Savoldelli?

Non bevo super alcolici, sono purtroppo piuttosto ignorante per quanto riguarda i vini (fatta eccezione per il Barolo e il Bandol francese), amo la birra (prevalentemente bionda), però la mia voce la vedo meglio rappresentata dalla mia bevanda per eccellenza, quella per la quale nutro una vera passione: il caffè. Direi quindi, peccando anche un po’ di immodestia: stimolante, energizzante, con una punta di acido, un retrogusto pieno e, a volte, dolciastro. Può andare?

Raffaele Casarano e Marco Bardoscia, due giovani tesori del jazz italiano. Il tuo rapporto con loro?

Splendido! Dici bene nel definirli due giovani tesori del jazz italiano. Due assoluti fuoriclasse e due persone straordinarie. Ci siamo conosciuti di persona grazie a Paolo Fresu sul palco della storica Cantina Bentivoglio di Bologna. Non ci eravamo mai incontrati prima. Abbiamo fatto una jam selvaggia con Paolo Fresu al termine dei nostri rispettivi set e poi, finito il concerto, siamo rimasti in giro fino alle cinque del mattino come fossimo amici da sempre. Dopo quell’esperienza, salutandoci, ci siamo ripromessi che avremmo fatto qualcosa insieme. E così è stato. Tra poco verrà infatti pubblicato un nostro lavoro intitolato The Great Jazz Gig In The Sky, a Trialogue based upon the music of Pink Floyd’s The Dark Side Of The Moon. Come si evince dal lungo titolo, si tratta di una rilettura (non un tributo, ma la rilettura dell’intero album nello stesso ordine di brani dell’LP originale) del capolavoro dei Pink Floyd in un linguaggio jazz e suonato da un inusuale trio composto dal sottoscritto alla voce ed elettronica, Raffaele al sax ed elettronica e Marco al contrabbasso ed elettronica. Da ascoltare senza ombra di dubbio!

Un amore per un brano o un interprete che vorresti non fosse mai scoperto?

Non ho dubbi: Vanishing Act di Lou Reed.

Dagli inizi della tua carriera ad oggi, molto è cambiato. Come descriveresti questo tuo percorso?

Un meraviglioso viaggio verso un sogno. Ho sempre avuto a che fare con la musica, fin da quando ho iniziato a studiare il pianoforte in giovane età ma, per una serie di ragioni, non ho fatto della musica la mia professione fino a pochi anni fa. Ho iniziato a studiare seriamente canto a 14 anni e ho investito molto tempo per affinare tecniche e conoscenze, ma sempre facendo altro fino a quando, dopo essermi laureato, aver studiato per ottenere una qualifica post laurea e lavorato nell’ambito della cooperazione sociale fino a diventare membro del consiglio di amministrazione di una cooperativa di una certa dimensione, ho realizzato, nel 2007, alla bellezza di 37 anni (sono nato nel 1970), che quello che volevo fare nella mia vita era il musicista. Dal 2007 ad oggi, in un lasso di tempo piuttosto breve, ho concentrato buona parte delle mie energie in questo folle progetto che mi sta dando grandi soddisfazioni. Credo che ci sia davvero ancora moltissimo da fare, e spero che tutti i miei sogni futuri possano arrivare a compimento. Del resto, una vita senza sogni che vita sarebbe?

Quale musica preferisci ascoltare e che rapporto hai con la musica liquida che sta prendendo sempre più piede?

Amo la musica in tutte le sue forme. Nella mia vita ogni singolo momento della giornata è scandito dalla musica. Non potrei pensare a me senza musica. Ascolto veramente di tutto, dal jazz alla classica, al rock, alla world music, all’elettronica e all’avanguardia. E la cosa bella è che riesco sempre a stupirmi ed emozionarmi con la musica. Per quanto mi riguarda la musica è un’energia vitale necessaria. Sono un grande appassionato di nuove tecnologie ma, ancora, trovo grosse difficoltà a staccarmi dai formati CD ed LP. Mi rendo conto della facilità di trasporto della cosiddetta musica liquida, io stesso uso l’iPad, soprattutto quando devo studiare brani nuovi per il mio repertorio e sono in giro, ma credo che la facilità di accesso e di trasporto della musica l’abbia in qualche modo resa meno importante, e l’ascolto della stessa stia diventando sempre meno attento e meditato. È come vedere un bel quadro su Google immagini e non dal vivo. Faccio un esempio: io amo l’arte contemporanea e uno dei miei artisti preferiti è Jackson Pollock. Ho visto per anni immagini dei suoi quadri (lo stesso meraviglioso disco Free Jazz di Ornette Coleman ne ritrae una parte in copertina) su libri e sul web ma, quando ho avuto la possibilità di vedere le sue opere dal vivo a New York, sono rimasto letteralmente rapito dalla forza che sprigionavano, ero come incatenato davanti a queste opere dalle quali non riuscivo a distogliere lo sguardo. Ecco, la differenza tra ascoltare un mp3 su un dispositivo mobile e un LP o un CD davanti a uno stereo di qualità trovo sia la stessa. Per questo non amo per nulla la musica liquida e sono uno dei pochi ad acquistare ancora CD ed LP.

In una playlist ideale quale brano non mancherebbe mai?

Un brano è sempre e comunque troppo poco. Concedimi almeno un brano di Mark Murphy, uno di Frank Zappa, uno di Miles Davis e uno di Jimi Hendrix.

Sei stato uno dei pochi artisti italiani nella storia a incidere per la prestigiosa etichetta Moonjune Records. Raccontaci un aneddoto.

Aneddoti ce ne sarebbero a decine. Anzi, rilancio proponendoti di intervistare prossimamente il deus ex machina della Moonjune, Leonardo Pavkovic (è sempre in costante movimento ma ti prometto che farò di tutto per fermare Leo e fartelo intervistare!). Posso solo dirti, e ci tengo a ribadirlo, che Leonardo è stato una persona fondamentale per la mia carriera. Nel tempo siamo diventati grandi amici ma non dimentico che lui fu il primo a credere nella mia musica e nelle mie potenzialità. Quando decisi di cercare qualche etichetta interessata a stampare il mio Insanology, Leonardo non solo mi rispose dopo poco, ma con grande onestà mi confessò di non avere la possibilità, in quel momento dell’anno, di produrre il mio disco. Mi spinse, però, ad autoprodurlo perché, secondo lui, era un lavoro che doveva essere stampato, assicurandomi che avrebbe fatto tutto il possibile per aiutarmi a promuoverlo degnamente e per far conoscere la mia musica nel “giro”. E così è stato. Il suo supporto è stato tanto convincente e importante che in poco tempo mi sono trovato a essere invitato da John Zorn a suonare al The Stone di New York, ottenendo numerosissime recensioni lusinghiere in giro per il mondo. Tanto lusinghiere che, dopo un anno e mezzo, abbiamo dovuto ristampare il CD. E questa volta dico “abbiamo” perché il CD è stato stampato da Moonjune. Nonostante il mercato discografico sia ormai a pezzi, per fortuna esistono ancora dei sognatori/visionari che credono nella musica, e Leonardo Pavkovic è uno di questi!

Quale jazz singer ti ha sempre affascinato?

Inutile chiederlo... la risposta è sempre la stessa da quando l’ho sentito la prima volta a 14 anni: Mark Murphy!

Hai mai pensato di emozionare la platea sanremese?

Non credo che avrò mai l’occasione di solcare il palco di quella kermesse, la mia musica rimane comunque anni luce lontana da quello che si vuole venga proposto in quel festival. Ma se, in un momento di pura follia, il direttore artistico mi invitasse e non ponesse vincoli alla mia musica e a quello che sono artisticamente, accetterei l’invito. Poste queste condizioni, perché non dovrei?

Sei tornato da poco da un tour asiatico. Raccontaci e descrivici i feedback di queste culture a noi distanti.

È stata la mia prima volta a Hong Kong, in Cina e in Corea del Sud mentre mi sono esibito numerose volte nella Russia asiatica (lì ci ho cantato almeno un settantina di volte) e in Indonesia. L’Asia, per me, ha sempre un fascino unico e incredibile. È veramente un altro mondo, così distante dal nostro occidente. Ci sono un’energia vitale e un approccio alla vita e all’arte totalmente diversi dai nostri. Non dico che siano migliori o peggiori, dico che è diverso, e poiché amo cambiare e detesto la monotonia, ogni volta che ho l’occasione di andarci ne torno rigenerato e pieno di stimoli. Durante questo ultimo tour, inoltre, ho avuto l’occasione, alcune volte, di dividere il palco con musicisti asiatici; ne sono uscite delle esibizioni davvero interessanti. Spero sinceramente che la mia presenza in quei paesi sia sempre più frequente e che la “contaminazione” dovuta alle frequentazioni di musicisti di quell’area mi consenta di arricchire il mio linguaggio musicale di nuovi elementi.

Concerti, showcase… insomma, cosa accadrà nei prossimi mesi?

Molte cose, per fortuna. Come accennavo poco fa uscirà il CD in trio con Raffaele Casarano e Marco Bardoscia, che spero riusciremo anche a portare in giro dal vivo. A novembre, inoltre, ripartirò per circa 3 settimane per la Russia dove mi aspettano tre diversi tour: una prima parte in compagnia del chitarrista Walter Beltrami (per una serie di festival dove esordiremo con questo nuovo ed eccitante, oltre che folle, duo); seguirà una parte di tour in voce solo e, per finire, mi rinchiuderò in studio per lavorare a un nuovo progetto live con il pianista russo Gennady Fillin e con il suo quartetto, per preparare un live show dedicato in parte al repertorio jazzistico italiano degli anni Trenta e Quaranta e in parte per musicare le splendide poesie del poeta russo Sergey Esenin. Il progetto, e il mio tour, proseguirà con una serie di date di prova del concerto in cui vedremo la reazione del pubblico a questo vero e proprio scambio culturale tra Italia e Russia.

[ Pubblicato su SUONO n° 495 - febbraio / marzo 2015]

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