Terra e fuoco:intervista a Carmen Consoli

È tornata prepotentemente e anche se sostiene che la musica non è tutto, per Carmen Consoli (Catania, 1974) le sette note svolgono un ruolo predominante nella vita, così come le proprie radici…

16/10/2017
di Elena Marisol Brandolini elenamarisolbrandolini@gmail.com

La nota cantautrice siciliana è stata a Barcellona iper tenere due concerti nella Sala Jamboree, con il suo trio, Claudia della Gatta al violoncello ed Emilia Belfiore al violino. Con l’occasione ha partecipato a un incontro pubblico presso l’Istituto Italiano di Cultura, discorrendo della musica e della figura di Rosa Balistreri. Ne abbiamo approfittato per intervistarla...  

Cominciamo da questo tour che l’ha portata a Barcellona: qui ha registrato un grande successo.
Portare la propria musica fuori da casa e trovare qualcuno che la celebra assieme a te: quando questa cosa succede chiudo gli occhi e la dedico a mio padre perché mi piace molto.

Oggi all’IIC avete fatto un percorso nella sicilianità, da Pirandello a Rosa Balistreri: che cos’è per Carmen Consoli la sicilianità?
Innanzitutto le origini, un legame molto forte con i miei antenati, con questa terra che evoca un po’ il mal d’Africa. Il siciliano è terra e fuoco, è agro-dolce, è come l’ostrica che più si allontana dallo scoglio più s’indebolisce.

Cambia il concetto di sicilianità nel tempo?
Cambia, come cambia il concetto di multi-culturalità. Oggi la sicilianità è un multi-comunitarismo, un popolo pronto a cambiare e a plasmarsi per accogliere culture diverse. Vedo lo sforzo e la volontà dei miei corregionali nell’accogliere questi stranieri che vengono a bussare alle nostre porte, con un atteggiamento di apertura. Ciò non ha a che fare con il multi-culturalismo ma con il multi-comunitarismo che, per me, si colloca a un gradino superiore: si è pronti a plasmarsi, cambiarsi.

Le proprie origini che si mischiano con quelle degli altri?
E si rinnovano, bianco e nero che si mescolano e diventano una sorta di grigio. Noi siamo questo miscuglio: Federico II di Svevia ci tramanda la convivenza tra popolazioni diverse e il fatto di fonderci insieme. La Scuola Poetica Siciliana, che nasce prima di quella toscana, è questo e in fondo la poetica dell’italiano è molto legata a questa lingua che è il siciliano. Sicilianità vuol dire saper essere come l’acqua: prendere la forma delle diverse cose, adattandosi.

Pirandello è uno dei suoi scrittori preferiti: che sicilianità esprime?
Pirandello esprime una sicilianità umoristica. Lui parla della tragedia riuscendo a farti sorridere, questo è l’umorismo, il sentimento del contrario. È un siciliano piuttosto innovativo perché indaga nei meandri della psiche, quando la psicanalisi era agli inizi. Io rivaluterei anche Verga, la mia proposta è sostituire Mastro don Gesualdo ai Promessi Sposi, non perché sia siciliano ma per il campione di umanità che rappresenta.

Parliamo di Rosa Balistreri, lei hai cantato alcune sue canzoni, le ha tributato vari omaggi. Che voce è quella di Rosa Ballistreri?
È una voce antica, un’anima antica, più antica del suo tempo. È la voce dei nostri avi, è una voce profonda stimolata da un’urgenza, non dal desiderio di successo. Il suo è un canto di dolore ma di un dolore che trasforma le avversità in opportunità. Un esempio di donna molto forte che riesce a trasformare il proprio destino anche se non completamente.

Qual è il rapporto di Rosa Balistreri con la Sicilia?
È un rapporto di contrasto, figurarsi che è ancora sepolta a Firenze... basti pensare a Terra ca nun senti. Rosa è l’esempio di una donna che proviene da una famiglia molto povera e che riesce ad essere visionaria, si circonda di artisti, pittori, letterati, perché pensa che la cultura possa salvarci. Come diceva Peppino Impastato, che la cultura ci avrebbe salvato dalla bruttezza.

Ha cantato al concerto per i 25 anni della strage di Capaci e Borsellino; quando avvennero i fatti, lei era ancora adolescente. Cosa ricorda di quei giorni?
I miei genitori erano in Spagna e io in casa di un’amica di mia madre; quando diedero la notizia al telegiornale fu come la fine di un sogno. Perché in Sicilia si stava cominciando a respirare un’aria di pulizia. Quella strage fu come un “adesso basta!” e per noi fu come vedere sotterrate le nostre speranze. Ero molto giovane, militavo nei centri sociali, fu un duro colpo, un lutto. Poi fu ancora più dura la revisione che ne fu fatta, sulla magistratura, sul ruolo di questi giudici: nel passato ci è toccato anche di celebrare di nascosto l’anniversario della scomparsa di Falcone e Borsellino.

È cambiata la Sicilia da allora?
La mafia è cambiata, ha messo da parte la pistola, ha cambiato vestito, si è ripulita. Ma è la mentalità mafiosa che dobbiamo combattere, il raggiro del popolo per ottenere altri fini. La mafia è la menzogna e l’inganno dietro ideali romantici e questa mentalità è stata esportata in tutto il mondo.

Perché la chiamano cantantessa, cantante e poeta?
In realtà si trattò di un errore di grammatica. Avevo un fonico anglofono che non sapeva quale fosse il femminile di cantante. C’era un cane che abbaiava e allora disse: “Fate stare zitta la canessa che deve cantare la cantantessa”. Fu così che nacque il termine e, siccome non mi sono mai definita una cantante, mi piace più essere una cantantessa, cioè non prendermi troppo sul serio.

Cos’è la musica per lei?
Avevo un papà musicista e fece con me quello che io faccio con mio figlio: mi diede una chitarra e imparai a suonare prima che a parlare. Esprimevo tutti i miei pensieri già musicati, per cui è un linguaggio a me consono, lo utilizzo non solo per fare concerti ma in tutte le manifestazioni della mia vita. Per me è come un’urgenza, quando devo esprimere qualsiasi tipo di sentimento utilizzo la musica. Utilizzo anche altre cose, cucino, faccio bricolage...
La musica non è tutto nella mia vita, tanto che mi sono anche un po’ ritirata per sei anni, ho fatto la mamma, ho seguito gli affari di famiglia, ho aiutato mia madre dopo la morte di mio padre, poi mi è ritornata questa passione. Sono tornata a Catania, perché desidero che mio figlio cresca lì, che acquisisca certi modi che Catania ha ancora nell’approccio con le persone. Mi piace molto la mia città, la trovo elegante e umana.

[ Pubblicato su SUONO n° 519 - settembre 2017]

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