Visioni psychoblues Intervista

Che coppia consolidata sono ormai Jorma Kaukonen, chitarrista/cantante, e Jack Casady, bassista. Iniziano a collaborare nei Triumphs, 1959, poi nei leggendari Jefferson Airplane, tra rock californiano e psichedelia, metà anni 60, infine negli Hot Tuna, che dal 1969 fino ai giorni nostri propongono la loro miscela di blues e folk. Più di 50 anni senza smettere di suonare la loro musica

07/10/2014
di Guido Bellachioma

Nel DNA di questi due cittadini di Washington DC c’è da sempre il blues, eppure sono ricordati principalmente per la loro “Summer of Love” di californiana memoria; d’altronde sono stati i musicisti per eccellenza dei Jefferson Airplane, sin dal primo album del 1966, Takes Off, a quello del primo e mai annunciato scioglimento del 1972, Long John Silver; non hanno disertato nemmeno il buon Jefferson Airplane, unico disco della reunion di fine anni ‘80. Hanno suonato in locali leggendari (Matrix e Fillmore), in festival che conoscono persino quelli per cui la musica non è un bisogno primario (Woodstock e Wight), girato il mondo in aerei e limousine. Sono stati rockstar al di fuori della vita reale, ma sono felici più che mai girando il mondo con il blues, indifferentemente elettrico o acustico, con la loro creatura preferita di sempre: Hot Tuna.

Cosa rende possibile una collaborazione come la vostra? Più di 50 anni non sono uno scherzo. È difficile ipotizzare una relazione così lunga persino con la propria moglie...
J.K.: Non abbiamo mai litigato veramente, altrimenti non saremmo ancora in giro per il mondo a suonare insieme; ogni tanto penso che se lo chieda anche mia moglie di come sia possibile. Musicalmente, sebbene abbiamo fatto anche esperienze separatamente, siamo piuttosto simili.
J.C.: Oltre che come musicisti ci prendiamo molto come persone, entrambi abbiamo un alto senso del rispetto… e poi ci divertiamo davvero tanto, probabilmente più che in passato. Probabilmente i progetti da soli hanno mantenuto fresca la nostra amicizia.

Bastano due semplici parole: Jefferson Airplane
J.K.: Nei Jefferson coesistevano diverse attitudini alla musica... i musicisti veri e propri, nel senso che il loro compito era quasi esclusivamente quello di suonare… io, Jack e Spencer Dryden, il batterista della formazione più classica… mentre Paul Kantner e Grace Slick “articolavano” piuttosto la nostra posizione “politica”. Tante situazioni si sposavano alla nostra musica, non solo quelle felici ma soprattutto quelle difficili, come la guerra in Vietnam. Volunteers, il nostro album del 1969, chiariva con forza come la musica rock potesse parlare ai giovani, e non solo, della guerra che il governo si ostinava a propinarci come giusta. I Jefferson sono esplosi in poco tempo, pochissimo, e pensare che io avevo appena imparato a suonare la chitarra elettrica, venendo dal folk e dal blues l’avevo presa in mano poche volte. Però, evidentemente anche con un po’ di fortuna, nessuno ci fece caso e col tempo sviluppai il mio stile. In quel momento era molto stimolante stare in mezzo ad una creatività diffusa, non solo artisticamente. E la band era una parte importante di quella creatività, poteva suonare qualsiasi cosa gli frullasse per la mente, e anche oltre; ogni tanto si rinchiudeva da qualche parte, studio di registrazione o club dopo l’orario di chiusura, e improvvisava per ore, anche con l’aiuto di tanti amici musicisti. Si può quasi dire che c’era un’intera città a suonare, per limitare la cosa a San Francisco. Certo, non si può dire che fossimo sempre così lucidi da capire quanto fosse creativo sul serio e quanto no, comunque la libertà c’era e come. Oggi, però, non ho nessuna nostalgia di quel periodo, ho una splendida vita e il passato… è passato, pur senza rinnegare nulla. Non potrei neanche pensare di fare nuovamente una vita così caotica; mi piace, quando non sono in giro per il mondo in tour, vivere in campagna e sono decisamente salutista. Inutile chiedere se i Jefferson si riformeranno mai… no, non avrebbe davvero nessun senso. Alcune stagioni non tornano più e servirebbe solo a creare rimpianti di quello che non può più essere. E poi, anche se impazzissimo tutti quanti, sarebbe assurdo pensare alla band senza la voce di Grace Slick, da quando ha deciso di non cantare più la parola “fine” è stata scritta con inchiostro indelebile.
Eppure ci sono canzoni di quel periodo che ancora fanno parte della vostra attuale vita, come la strumentale Embryonic Journey da Surrealistic Pillow, secondo 33 giri dei Jefferson, aprile 1967…
J.K. In questo caso i Jefferson c’entrano poco, quella canzone ha un posto speciale nel mio cuore dato, d’altronde è la prima che ho composto, quasi per caso… avevo più o meno 22 anni, intorno al 1962 e, quindi, antecedente la storia a  San Francisco con gli altri. Fu ancora quasi per caso che venne inclusa in Surrealistic; durante una pausa nella registrazione dell’album iniziai a suonarla, agli altri piacque e la registrammo. In seguito fu inclusa in diverse colonne sonore, come Purple Haze, The Last One (episodio della serie tv Friends), Berkeley in the Sixties e A Walk on the Moon. Fu anche il primo brano interamente firmato da me ad apparire in un album.

Se si parla di Jefferson Airplane non si può che citare i festival di Woodstock e Altamont, entrambi datati 1969…
J.K.: Capisco che a posteriori possano sembrare avvenimenti leggendari ma, in realtà, per me non rappresentano che uno dei tanti avvenimenti musicali a cui ho partecipato. Se Woodstock non fosse stato filmato e registrato o se ad Altamont non fosse morto Meredith Hunter nessuno si ricorderebbe di entrambi in modo così ossessivo. Ripeto che non amo vivere nel passato e la nostalgia non è un sentimento che mi prende spesso, nonostante i ricordi siano molto importanti nella mia vita. Ma, vi assicuro che, se non fosse per gli altri, specialmente per i giornalisti, queste due giornate sarebbero assolutamente dimenticate dal sottoscritto. Altamont fu organizzato in modo pessimo, d’altronde anche Woodstock fu un casino organizzativamente, un miracolo che non sia capitato di peggio. Parteciparono altri gruppi importanti come Santana, The Flying Burrito Brothers, Crosby, Stills, Nash & Young e Rolling Stones.
J.C.: Credo che bisognerebbe cancellare Altamont dalla storia dei festival musicali, una bruttissima esperienza, tesa, nevrotica. Il festival doveva tenersi da un’altra parte ma le autorità locali non concessero i permessi necessari e tutto fu spostato in poche ore. Il risultato fu la tragedia che tutti conoscono.
J.K.: Come ho già detto in altre interviste, e senza negare l’assurdità della gestione della sicurezza durante il festival, si parla ancora di Altamont soprattutto per la presenza dei Rolling Stones; in quel periodo negli Stati Uniti successero disastri ancora più gravi durante alcuni concerti ma nessuno ci pensa più. Il 3 dicembre 1979 a Cincinnati, durante il concerto degli Who, morirono 11 ragazzi nel crollo di una tribuna del Riverfront Coliseum… 11 e nessuno lo ricorda mai.

Jorma, hai suonato per un periodo con Janis Joplin…
Nel 1964 a San Francisco ho suonato con Janis per qualche tempo, poco. Lei era molto brava ma difficile da tenere sotto controllo. Fuori davvero. Giravamo per i club, chitarra acustica e voce, qualche volta belle serate, altre i posti erano un casino e non erano più così belle. Gira un bootleg, Typewriter Tape, dove io e Janis proviamo un po’ di canzoni (tra cui Hesitation Blues di Rev. Gary Davis, poi apparsa sul primo, splendido e omonimo album degli Hot Tuna, 1970; n.d.r.) a casa mia, mentre Margareta, la mia prima moglie, batteva a macchina. Io suonavo in modo piuttosto semplice, mentre lei era già una cantante fantastica, una delle migliori in assoluto. Peccato fosse una persona così tormentata e che se ne sia andata così presto. Una sera non venne al concerto e non suonammo più insieme.

…e Jack con Jimi Hendrix su Electric Ladyland. Due coppie di J: Jorma & Janis, Jack & Jimi
J.C.: Nel 1968 i Jefferson erano a New York per un concerto e come al solito alla fine ci ritrovammo tra amici a parlare di musica, soprattutto a suonarla insieme. Capitava spesso che ci venissero a trovare un po’ di persone o che noi andassimo a trovare loro e iniziassimo, ovunque ci trovassimo, delle lunghissime jam; sapevamo, più o meno, quando potevano iniziare, certamente non quando potevano finire. Che tempi. Andammo da Steve Winwood, che suonava in città coi Traffic, e c’incontrammo con Jimi, in pausa dall’incisione del suo nuovo album. Finì che ci trovammo tutti in studio da lui e l’improvvisazione a tempo di blues si materializzò mentre il registratore andava libero; non pensavo certo che sarebbe finita su Electric Ladyland come Voodoo Chile. Dopo un po’ di tempo qualcuno della sua casa discografica mi telefonò per chiedermi se fossi d’accordo a usarla. Ovviamente dissi di sì. Allora si poteva suonare per giornate intere, oggi, con l’avanzare dell’età, risulterebbe più difficile.

Ricordi sparsi nei dintorni del blues…
J.K.: All’inizio degli anni ’50 incappai in un disco di Big Bill Broonzy, che in quel periodo suonava prevalentemente folkblues e che in vita scrisse più di 300 canzoni. Me ne innamorai e l’amore per il blues non è mai appassito, neanche quando suonavo coi Jefferson con la chitarra elettrica davanti al pubblico sterminato. Altri amori: Skip James, Son House, Rev. Gary Davis... anche se la Hesitation Blues di quest’ultimo l’ho conosciuta dal mio amico Ian Buchanan: un brano straordinario, che suonavo già con Janis e che abbiamo utilizzato in un arrangiamento nostro, mio e di Jack, per aprire il corso degli Hot Tuna. Amo molto anche il folk e il bluegrass, suonare nello stile dei padri e trovare nuove vie senza dimenticare nulla del passato. Mi sono avvicinato alla tecnica di Chet Atkins o Merle Haggard ma non sono paziente come Tommy Emmanuel, fantastico chitarrista australiano, in possesso di un mostruoso talento, per apprenderla fino in fondo. Penso che la tecnica sia importante ma necessariamente devi avere qualcosa dentro da esprimere, altrimenti è tempo sprecato. Voglio assomigliare il più possibile a un nuovo Jorma Kaukonen…

[ Pubblicato su SUONO n° 476 - Maggio 2013]

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