Vladimir Ashkenazy - Ashkenazi e 140 giovani musicisti Intervista

È partita nella generale indifferenza e nella più totale disorganizzazione la tournée 2003 dell’Orchestra Giovanile dell’Unione Europea. Dopo Roma ha toccato Ravello, Bassano del Grappa poi Bolzano. In Europa, invece, tappa a Gstaad, Amsterdam, Edinburgo e Londra. In quell’occasione abbiamo incontrato Ashkenazy.

12/11/2003
di Pietro Acquafredda
La passione per l’orchestra di Vladimir Ashkenazy risale addirittura all’infanzia; prima ancora del pianoforte, il giovane Vladimir, segretamente ma neppure tanto, era affascinato dall’orchestra. Racconta l’interessato:
“Avevo sei anni quando mia madre mi portò per la prima volta al Bolscioi. Non guardai neppure per un attimo quello che succedeva in palcoscenico, i miei occhi erano solo per l’orchestra. Dopo quella volta tornai tante altre al Bolscioi, complice un amico di famiglia che lavorava al botteghino e che mi dava dei biglietti gratis. Io gli chiedevo sempre di stare in alto, in un palco dal quale era possibile guardare bene l’orchestra nella fossa. Non volevo mai andare in platea, perché ero piccolo e l’orchestra non la vedevo. Naturalmente non ho mai pensato di fare la carriera del direttore, convinto che fosse difficile questo mestiere; poi semplicemente è accaduto e ora eccomi qua”.
Vladimir Ashkenazy è da anni ormai impegnato su due fronti musicali, con identico successo e soddisfazione. Continua a suonare il pianoforte, addirittura ancora oggi pensa a come allargare il suo repertorio (recentemente ha rivelato di dedicarsi a Bach, al suo “Clavicembalo ben temperato”); continua a incidere, allargando così la sua già smisurata serie di registrazioni discografiche, ma nello stesso tempo frequenta con assiduità e regolarmente anche il podio dell’orchestra. Ashkenazy non nasce direttore, se dovessimo giudicarlo solo dal suo gesto; certo è che sa ciò che fa e ciò che vuole, e in questo caso se il suo gesto non è da direttore poco importa. Ora questa sua attività occupa una bella fetta del suo lavoro di musicista, ha avuto anche incarichi stabili e da qualche anno è direttore musicale dell’Orchestra Giovanile della Unione Europa ( EUYO), con la quale l’estate scorsa ha compiuto una tournée in Europa, partendo dall’Italia e da Roma, in omaggio al semestre di presidenza italiano della UE.
In questa occasione lo incontriamo, fra una prova e l’altra, in un albergo della capitale, circondato dai suoi giovani professori d’orchestra, con i quali sta limando i programmi dei concerti. La permanenza a Roma gli suggerisce una felice immagine per descrivere in quale condizione di spirito un musicista si trovi alla vigilia di un concerto: come un gladiatore nel Colosseo. La magnifica orchestra è già al suo venticinquesimo anno di vita, fu fondata nel 1978 da Claudio Abbado e prese allora il nome di Orchestra Giovanile della Comunità Europea (ECYO). Da poco ha cambiato il suo nome, adeguandosi alla nuova realtà europea e tra breve come si allarga l’Europa a 25 paesi, anche l’orchestra allargherà il numero dei paesi nel quale pescare i giovani musicisti. L’orchestra è l’unica in Europa che vive di un contributo dell’Unione, insieme ad altri dei paesi membri, specie di quelli che ne ospitano gli stage preparatori delle tournée annuali.
Nonostante qualche anno sulle spalle, Ashkenazy conserva intatto l’aspetto di simpatico folletto che conosciamo. I capelli ora sono bianchi, ma i suoi occhi sono sempre mobilissimi e luminosi: instancabile, scattante, si muove come una saetta con la stessa aria furba di un ragazzo. E i centoquaranta giovani orchestrali dei quindici paesi dell’Unione Europea (nove quest’anno gli italiani presenti, nessuno di essi proviene dai grandi storici Conservatori. Un segno dei tempi in vista della sospirata riforma!) pendono dalle sue labbra, seguono ogni più impercettibile movimento della sua bacchetta. Un suo cenno, uno sguardo e l’esercito giovanile muove compatto e spedito.
SUONO: Tiene molto al suo incarico di direttore musicale dell’Orchestra Giovani Europea?
Sono onorato e orgoglioso di lavorare con questa magnifica orchestra. Chi non l’ha provato non sa cosa voglia dire avere un’orchestra entusiasta, attentissima, pronta a seguire qualunque stimolo e indicazione. Non è certo un’orchestra stabile di professionisti navigati ma può vantare una maggiore permeabilità a ogni nuova idea. La prima lettura di ogni nuovo pezzo con loro procura sempre sorprese e scoperte musicali. Al contrario, se ci si prova a cambiare una tradizione esecutiva in un’orchestra di professionisti, anche la migliore, sarà impresa vana!
Vista la grande apertura dell’orchestra, perché non provate a suonare anche musica contemporanea?
Abbiamo tentato più di una volta in passato, ma abbiamo dovuto desistere perché le istituzioni che ospitavano i nostri concerti non la gradivano. Noi, però, continueremo ad insistere, ne abbiamo in programma per le prossime tournée.
L’entusiasmo e la dedizione dei giovani è comprensibile. Quando mai potrebbero avere una simile esperienza al di fuori di questa orchestra finanziata dall’Europa?
I giovani che entrano nell’orchestra, dopo aver superate durissime selezioni, hanno un’opportunità unica, ad inizio di carriera. Innanzi tutto affinano la tecnica strumentale e orchestrale con grandi insegnanti; hanno, poi, contatti con direttori grandissimi (negli anni, l’hanno diretta Karajan, Bernstein, Abbado, Mehta, Haitink ed altri) e possono conoscere e scambiare esperienze con giovani musicisti di altri paesi. Ma c’è un altro aspetto che non va sottovalutato, e cioè che da questi incontri i giovani imparano a convivere, ad essere rispettosi e tolleranti verso gli altri, pur nella diversità delle culture e delle formazioni. Non manca nulla a questi giovani fortunati?
Non manca certo la scuola, mancano invece effettive occasioni di lavoro; anche in campo musicale la disoccupazione è uno dei più gravi problemi.
Oggi la scuola non sembra rappresentare più un problema, perciò. Ma come dovrebbe essere la scuola ideale per un musicista?
Una buona scuola dovrebbe fondarsi su due elementi, uno materiale e l’altro spirituale. Quello materiale: disporre di tutti i mezzi necessari per svolgere e portare a termine il suo compito formativo; quello spirituale: bandire qualunque concetto di competizione e gelosia fra gli studenti, inculcando invece una devozione assoluta e totale verso la musica.
Le manca la sua patria che ha sfornato tanti grandi musicisti e, in campo formativo, ha svolto per secoli, un ruolo decisivo in Europa?
Appartengo a quei russi che hanno coltivato sempre una sincera passione per l’Europa; del resto la corrente filo occidentale è sempre convissuta con quella nazionalista, nella cultura russa. Per questa ragione ammiro, senza conoscerlo personalmente, il presidente Putin, che sta tentando di muovere la Russia verso l’Europa.
E con la musica cosa succede nella Russia di oggi? Per noi occidentali Valery Gergiev ed il suo teatro Marinskij di San Pietroburgo rappresentano la vetrina migliore.
Ha ragione: Gergiev è meraviglioso, mi piace molto, ha fatto tantissimo per la musica e per la sua orchestra. È fantastico. Gergiev è molto attivo ed è forse questo che lo rende così appariscente, al punto da essere considerato la stessa immagine della musica russa. Di lui mi piace anche che è una persona onesta e ricca di calore, che ama con grande trasporto l’orchestra, e ha un carattere forte.
Non è facile riuscire a combinare, come invece a lei e a pochissimi altri è riuscito con ottimi risultati, la carriera di strumentista con quella di direttore, con una certa regolarità. Lo stesso Pollini ci ha provato una sola volta a salire sul podio ( per la rossininana Donna del lago a Pesaro), e ha smesso immediatamente. Mi viene in mente solo Barenboim. Chi altro ancora?
Ce n’è ancora qualcuno. Sono convinto che se Pollini avesse continuato sarebbe stato anche un grande direttore. Gli è mancata la costanza. Nel mio caso, mai avrei pensato di fare il direttore, sebbene da piccolo fossi attratto dall’orchestra, come le ho detto.
Nel suo repertorio manca l’opera: per scelta cosciente o perché non è ancora venuta l’occasione giusta?
Mi piacerebbe farla, ogni tanto ci penso, poi mi frena la considerazione dei tempi lunghi dell’opera, fra prove e repliche, ma anche il vedere come molto spesso i registi tradiscano o addirittura stravolgano le intenzioni degli autori.
Suona la campanella, l’oboista “dà il La” all’orchestra, la prova sta per riprendere. Ashkenazy ci saluta e torna al suo podio. Alle sue spalle c’è Gianluca Cascioli, ormai adulto, ventitre anni, e pronto al pianoforte, per il Concerto di Schumann. Cascioli suona da cima a fondo il concerto e alla fine dell’esecuzione, discute, partitura alla mano, con Ashkenazy, sembra senza soggezione. Poi riprendono, si fermano qua e là per gli ultimi ritocchi. Cascioli fila dritto come un treno, disegna uno Schumann pieno di ardore giovanile; ci fa una migliore e diversa impressione rispetto allo scorso anno quando l’abbiamo ascoltato in Mendelssohn, nel nuovo Auditorium di Roma, dove ci sembrò addirittura seccato, svogliato. Semplice impressione, naturalmente, perché Cascioli è già un maturo musicista che sa sempre, così lascia pensare, quello che vuole. Ashkenazy ha avuto contatti con l’Accademia di Santa Cecilia, dove non torna a suonare (o dirigere) da parecchi anni, sembra abbiano avviato trattative per un suo prossimo ritorno.

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