Arriva nelle sale Rocketman

Direttamente dal Festival di Cannes dove ha conquistato il pubblico, finalmente approda sul grande schermo l’attesissimo biopic sulla vita di Elton John.

30/05/2019
di Rocco Mancinelli

Il progetto di trasformare in un film la rutilante carriera di uno dei più eccentrici artisti della nostra epoca risale addirittura al 2012. Sono passati infatti già sette anni da quando lo stesso Elton John annunciò il progetto, designando Justin Timberlake interprete ideale per il suo ruolo. Come sempre accade in questi casi, numerosissimi sono stati i registi di cui si è parlato per dirigere un film potenzialmente da incassi stratosferici. Solo due anni fa è arrivata la notizia ufficiale che a dirigere il biopic sarebbe stato Dexter Fletcher (a sinistra nella foto), già regista di Bohemian Rhapsody, la biografia campione d’incassi su Freddy Mercury.

L’investitura del regista è stata preceduta dalla notizia che a interpretare Reginald Kenneth Dwight sarebbe stato Taron Egerton. Inutile sottolineare che il titolo del film cita una delle canzoni più famose del baronetto del rock che, a differenza del film si scrive staccando le due parole. Il rischio nel dirigere un film su uno dei cantanti più influenti della nostra epoca, capace di vendere ufficialmente oltre 400 milioni di dischi, era quello di indulgere nella celebrazione, offrendo al pubblico una sorta di agiografia, di santino. Dopo aver visto il film, possiamo affermare che, anche se qualche scivolata ogni tanto compare, il rischio è stato evitato grazie anche all’impronta semionirica, immaginifica e fantastica che Fletcher ha voluto dare al film. Rocketman si apre con una seduta di alcolisti anonimi dove il protagonista scende a patti con i demoni che lo hanno afflitto durante tutta la sua vita ripercorrendo le tappe che lo hanno portato in quello stato. “Mi chiamo Elton Hercules John e sono un alcolizzato”proseguendo poi dipendente da cocaina, sesso e shopping , ma anche da molte altre droghe legali e non. Il film prosegue poi seguendo le tappe che il pubblico si aspetta: l’infanzia, il difficile rapporto con due genitori anaffettivi, la presa di coscienza del suo talento, l’incontro, fondamentale per la sua carriera con Bernie Taupin e quello con John Reid, il successo travolgente e la conseguente discesa negli inferi delle droghe e delle dipendenze per finire con la riabilitazione coincisa con la definitiva rinascita. Come accennato poche righe fa, per i biopic, uno dei problemi più difficili da affrontare, soprattutto quando tra i produttori del film compare il nome dell’artista protagonista del film, o come accaduto per Bohemian Rhapsody, uno dei componenti della band, è offrire al pubblico un ritratto sincero al 100 %. Quando il ritratto non è propriamente allineato all’immagine che gli eredi dell’artista vogliono dare al mondo ecco che scatta il divieto di usare le sue canzoni originali (vedi Jimi: All Is By My Sidesu Jimi Hendrix). È del tutto evidente che realizzare un film totalmente sincero e realistico è impresa quasi impossibile, ma Dexter Fletcher nelle dichiarazioni di presentazione del film ha dichiarato parlando del film: “basato su una vera fantasia”. Non c’è quindi da stupirsi se nel film compaiono tutti i cliché che affollano l’immaginario collettivo del cantante: travestimenti, occhiali eccentrici, paillettes, lustrini, scarpe improbabili al punto che arrivano quasi a determinare la cifra estetica dell’intero film. Per uscire da questi schemi, il regista sterza nel territorio del musical , del fantastico e dell’immaginifico con citazioni illustri (vedi All That Jazz). Infine due righe sulla musica che viene usata in questo film in maniera molto intelligente: senza sovrastare il racconto, ma riuscendo a emozionare.

Una menzione speciale per Taron Egerton che, con un abile lavoro di mimesi riesce a incarnare meravigliosamente Reginald Kenneth Dwight cantando, tra l’altro in prima persona tutte le canzoni di Elton John presenti nel film, al contrario di quanto fatto da Rami Malek nel film su Mercury Bohemian Rhapsody.Un omaggio all’artista che scelse il nome Elton per omaggiare lo straordinario sassofonista avant-jazz Elton Dean , mentre John deriva dal suo mentore di blues Long John Baldry. Un occasione per i nostalgici per tuffarsi nei primi anni Settanta , epoca magica per l’artista britannico e riascoltare Don’t Shoot Me I’m Only The Piano Player e Goodby YellowBrick Road, che fecero, con Daniel, Your Song, Nikita, Candle in the Wind, Sacrifice, Don’t Let the Sun Go Down on Me, Sad Song e infinite altre canzoni una pop star senza eguali.

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