Auditoria Records: Ai confini dell’arte

La figura del produttore musicale si è trasformata enormemente a partire dagli anni Sessanta fino ad assumere un ruolo fondamentale in ogni progetto artistico e discografico. 

06/09/2019
di Massimo Bargna massimo33bargna@gmail.com

Ce ne parlano i due titolari di uno studio di registrazione che è diventato un punto di riferimento a livello nazionale per i grandi nomi della canzone: nello studio di registrazione Auditoria Records, a Fino Mornasco, piccolo borgo alle porte di Como, sono nati molti successi sanremesi. Basti citare Fatti avanti amore di Nek, Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro, brano vincitore dell’edizione del 2018 del festival, e il nuovo disco di Anna Tatangelo che contiene il singolo Le nostre anime di notte presentato sul palco dell’Ariston quest’anno. Anche l’ultimo album di Ligabue Start ha emesso qui i suoi primi vagiti. A richiamare i divi della canzone italiana ma anche innumerevoli artisti internazionali di musica classica e jazz di alto livello sono non soltanto le sofisticate apparecchiature tecnologiche di cui dispone lo studio ma anche la professionalità e l’esperienza nel campo della produzione di Antonio “Aki” Chindamo e Giordano Colombo.

Oltre a rivestire il ruolo di produttori e sound engineer, voi siete entrambi musicisti e arrangiatori. Credo che questo vi consenta di avere una visuale a 360 gradi su quelli che sono i processi che portano al confezionamento di un brano musicale…

Aki: È vero. Io ho alle spalle una esperienza trentennale come tastierista e arrangiatore mentre Giordano, anche se molto giovane, è un batterista turnista affermato che ha studiato anche percussioni classiche al conservatorio. Tutto ciò, unito alle nostre competenze tecniche in materia di produzione e registrazione, fa sì che il nostro approccio alla musica sia piuttosto completo. In altre parole, durante la lavorazione di un pezzo riusciamo a vedere le cose sia dal punto di vista del cantante e musicista che di quello di chi sta dietro la console nella sala di regia. Parliamo lo stesso linguaggio degli artisti e questa è una qualità che loro sembrano apprezzare molto.

Giordano: In effetti il nostro compito non si limita a quello di curare l’aspetto tecnico della registrazione di una canzone, spesso siamo anche coinvolti come musicisti. Io, ad esempio, ho suonato la batteria in diversi dischi di Franco Battiato, nell’ultimo di Ligabue, nel nuovo brano di Laura Pausini e Biagio Antonacci, nei lavori di Arisa e di Raphael Gualazzi. Antonio, invece, ha suonato tastiere e pianoforti nel nuovo album di Marco Ferradini, appena prodotto da Auditoria Records, e in tanti altri dischi.

 

Qual è la filosofia che deve guidare il lavoro di uno studio di registrazione, soprattutto nei rapporti con gli interpreti e gli autori delle canzoni, e qual è stata la vostra particolare esperienza?

Giordano: Ognuno può dare un senso diverso al proprio lavoro. Nel nostro caso, pur disponendo di tutta la tecnologia allo stato dell’arte, riteniamo che il valore aggiunto sia dato dalle persone. Auditoria Records non è solo uno studio per conto terzi. Ciò significa che non ci limitiamo a noleggiare lo spazio con le sue apparecchiature ad altri ma che, al contrario, diventiamo parte integrante del progetto musicale. E se un cantante o una band decide di venire a registrare con il proprio produttore, noi siamo comunque presenti e partecipiamo al lavoro nella qualità di sound engineer. Il che, visto che sappiamo dove mettere le mani, serve anche a ottimizzare i tempi di utilizzo dello studio e a ridurre i costi.

Aki: Il nostro compito somiglia un po’ a quello di un editor letterario a cui è affidata la bozza di un romanzo. Dobbiamo aiutare l’autore (nel nostro caso chi ha scritto e interpreta la canzone) a ottenere ciò che vuole, nel pieno rispetto dei suoi intenti e senza snaturare la sua opera. È quanto siamo riusciti a fare con artisti di successo che si muovono nel campo della musica commerciale ma anche con musicisti che si dedicano alla musica colta, ad esempio la Celtic Harp Orchestra di Fabius Constable, che è la più grande orchestra stabile di arpi celtiche esistente al mondo. Bisogna saper instaurare un rapporto di reciproca fiducia e collaborazione con gli artisti, nella consapevolezza che si mira a un obiettivo comune. Ad avermi aiutato in questo è l’esperienza che ho maturato fin da giovane, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, quando bazzicavo lo Stone Castle Studio di Carimate, dove lavorava il produttore Alan Goldberg e giravano personaggi del calibro di Lucio Dalla, Eugenio Finardi, Fabrizio De Andrè, Pino Daniele, Roberto Vecchioni, Ron e la PFM. Poi, quando mi sono messo in proprio, si sono susseguite molte collaborazioni prestigiose come quella con Fabrice Quagliotti dei Rockets e, recentissime, con Marco Ferradini e Caterina Valente. Tutte esperienze preziose che mi hanno insegnato come relazionarmi con gli artisti che vengono da noi, anche quelli di grandissima statura.

 

Quali sono le particolari caratteristiche tecniche che hanno permesso ad Auditoria Records di emergere come una realtà di eccellenza nella filiera dell’industria musicale e attirare i cantanti più famosi?

Giordano: Nel 2012, quando abbiamo creato il nostro “studio-bottega”, l’obiettivo era di creare una struttura che offrisse agli artisti la possibilità di lavorare con la migliore tecnologia digitale ma anche con apparecchiature vintage. Insomma, il meglio dei due mondi. Auditoria Records si compone di tre studi con tre sale di regia e questo ci consente di lavorare contemporaneamente su progetti musicali diversi. Le sale di ripresa, cioè gli ambienti dove viene catturato il segnale audio che poi viene trasmesso in regia, sono quattro. Nella sala più grande, 50 mq di superficie, c’è un pianoforte a coda e possono suonare gruppi di musica classica, quartetti e quintetti jazz e rock band. Non abbiamo limiti per quanto riguarda i generi musicali. Un’altra sala è dedicata alle percussioni e alla batteria, con un soffitto in materiale speciale che serve a diffondere le alte frequenze e ad avere meno problemi sulla ripresa dei microfoni. Per le voci c’è un locale apposito che dispone di un microfono valvolare Neumann U67 degli anni Sessanta, fuori produzione, uno di quei microfoni iconici che, ad esempio, usavano i Beatles.

Aki: Dal punto di vista tecnico non siamo scesi a compromessi. Il sistema Pro Tools HDX che ci permette di registrare con gli standard più elevati a livello internazionale, coesiste felicemente con il banco di regia vintage Trident ‘B’ Range del 1972 di fabbricazione inglese, lo stesso utilizzato dai Queen. Così facendo, uniamo un’eccellenza analogica a un’altra digitale. Il banco funziona come preamplificatore in cui inserire tutti gli strumenti. In più, ha una sezione di equalizzazione che garantisce un suono di qualità, molto “caldo” e di carattere. È il fulcro dello studio da cui passano tutti i segnali audio. Un altro vantaggio di Auditoria Records è che gli artisti possono disporre in loco di un’ampia strumentazione, sia moderna che vintage, perfettamente funzionante, senza andare a noleggiarla altrove. Abbiamo un organo Hammond degli anni Sessanta munito di Leslie 147 valvolare senza cui il suono non sarebbe lo stesso, un pianoforte a Coda Kawai RXA, un piano elettrico Yamaha CP70 dal suono inconfondibile e molti synth sia analogici che digitali (Korg Polysix, Prophet, Korg Poly 61, Roland SH2000, Emu, Oberheim Matrix). Ci sono anche una collezione di chitarre e relativi amplificatori e kit di batteria DW, Gretsch, Ludwig. Insomma, tutto ciò che può fare la gioia dei musicisti dal palato fino che vogliono ottenere sonorità particolari da riprodurre poi fedelmente in fase di registrazione.

 

Ma com’è cambiato il ruolo del produttore discografico dagli anni Sessanta, cioè da quando la registrazione multi traccia ha avuto un grande impulso permettendo una maggiore manipolazione dei suoni?

Aki: La rivoluzione è cominciata negli studi di Abbey Road, a Londra, dove i dischi dei Beatles venivano registrati prima a quattro tracce e poi a otto. Questo progresso tecnologico, che permise di registrare separatamente i suoni degli strumenti, aprì la strada alla registrazione multitraccia, ovvero all’approccio moderno alla registrazione. Di conseguenza il ruolo del produttore divenne più importante; basti pensare a George Martin e Paul Rothchild che erano considerati rispettivamente il quinto componente dei Beatles e dei Doors. L’evoluzione tecnologica ha con gli anni permesso di aumentare sempre di più il numero di tracce registrabili contemporaneamente su nastro, passando da 8 a 16, fino a 24 tracce. Con l’avvento del digitale, negli anni Ottanta, si è assistito a una evoluzione con il registratore Sony DASH 48 tracce, con cui era possibile fare editing sulle tracce ma in modo molto limitato dato che il nastro, anche se digitale, era ancora il supporto per la registrazione. La vera rivoluzione è avvenuta con il passaggio dal nastro ai primi sistemi di Hard Disk recording (Pro Tools), con cui grazie al computer le possibilità di editing sulle tracce erano diventate ormai illimitate.

Giordano: Oggi una normale sessione di registrazione di un qualsiasi disco raggiunge le 100-120 tracce e a volte mi capita di lavorare su sessioni di mix anche con il computer portatile mentre sono in viaggio. Un bel cambiamento se si pensa che il grande Frank Sinatra, negli anni Cinquanta, registrava i suoi dischi in studio con l’orchestra che gli suonava dietro, in presa diretta, proprio come se si stesse esibendo in concerto.

 

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CD o vinile?

La superiorità del suono analogico su quello digitale è solo un mito, frutto dell’autosuggestione di qualche irriducibile nostalgico dei bei tempi andati o c’è qualcosa di vero? A sgombrare il campo dagli equivoci ci provano i due titolari di Auditoria Records. Certo, il loro è un parere puramente tecnico su una materia destinata a restare oggetto di acceso dibattito ma vale la pena di ascoltarlo. “Trovo che i due suoni siano innegabilmente differenti”, dice Aki, che ha vissuto professionalmente l’era di transizione dal compact disc al vinile, “Ricordo che il primo CD che ho ascoltato in digitale, The Dream of the blue Turtles di Sting, aveva effettivamente un suono molto più pulito e nitido rispetto al vinile, con le alte frequenze che venivano esaltate. C’era un trattamento del suono diverso, insomma. Non è detto, però, che un sistema sia meglio dell’altro. Nel passaggio dal vinile al CD non c’è stato un downgrade; sono piuttosto due modi differenti di fruire l’ascolto”. I problemi di qualità del suono possono riguardare entrambi i formati: “Le ristampe dei vecchi long playing”, spiega Giordano, “da noi lasciavano spesso a desiderare in quanto in Italia i vinili non avevano la stessa qualità, ad esempio, dell’Inghilterra. Venivano spesso prodotti con lacche scadenti e con un minore spessore del disco. I famosi remastering dei vinili non sempre partono dalle versioni originali, cioè dal master su nastro realizzato in studio di registrazione; a volte ci si limita a trasferire dei vinili su CD con un trattamento frettoloso, e comunque non allo stato dell’arte, per avere in digitale tutto il catalogo che prima esisteva su vinile”. Inconvenienti sono emersi anche nell’operazione contraria, quella di prendere dischi usciti nell’epoca digitale e trasferirli su vinile, così da far fronte al nuovo trend del mercato: “In alcuni casi ci sono dischi nati in digitale che anche sul laccato suonano molto bene, altri invece no. Per il trasferimento del master su vinile occorre infatti un trattamento specifico partendo dai file sorgente in alta qualità, in quanto l’audio può avere delle caratteristiche che vanno bene per il CD ma non per il supporto di memorizzazione analogica”. C’è infine il discorso tecnico del sistema di ascolto che, ovviamente, influisce pesantemente sulla resa: “Possiamo in generale dire che il vinile suoni meglio”, dice Giordano, confermando il giudizio del suo collega, “perché, quando è fatto correttamente, il trattamento di compressione del suono è molto più light rispetto a ciò che avviene normalmente sul CD. Di conseguenza il vinile ha più dinamica ed è più morbido sulle alte frequenze, anche se ha meno volume. Ciò è figlio dei limiti tecnici del supporto. Suona più piano ma se lo ascolti su un buon impianto Hi-Fi con delle casse potenti basta alzare il volume per risolvere il problema. I CD, soprattutto negli ultimi vent’anni, sono stati invece prodotti con un trattamento dei master molto spinto che serve a farli suonare più forte. Ciò va a scapito della dinamica. Se andiamo a mettere questo tipo di audio ipercompresso su vinile, la testina non riesce addirittura a leggerlo perché necessita di una forma d’onda più morbida in partenza. Attualmente, però, si sta riprendendo confidenza con il vinile e si tende a produrre master differenti per i due formati”.

[ Pubblicato su SUONO n° 538 - settembre 2019]

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